Misiani ci spiega il piano del governo per cambiare il patto di stabilità e crescita

Salvatore Merlo

“Evitare l’aumento delle tasse è un impegno. Lanceremo un fondo da 50 miliardi in quindici anni per lo sviluppo sostenibile”

Roma. “Faremo tutto il possibile per evitare l’aumento dell’Iva perché un aumento della pressione fiscale sarebbe doppiamente negativo per un paese in stagnazione”. Cautela, dunque, ma ottimismo sulla possibilità di ottenere spazi di flessibilità dall’Europa per incentivare gli investimenti pubblici e privati “l’unico modo di rimettere in moto il paese”. Nelle stanze del ministero dell’Economia si lavora alla prossima legge di Bilancio, quella difficilissima, perché gravata da clausole di salvaguardia che valgono il doppio rispetto a quelle dell’anno passato. E il viceministro Antonio Misiani, a colloquio con il Foglio, descrive un’idea e una strategia. “Sarà la manovra più ambientalista della storia di questo paese”, dice. Declinata in un’ottica di sviluppo e di creazione di porti di lavoro, aggiunge. “Ambientalismo del fare”, recita rotondo Misiani. “Stiamo introducendo un fondo da 50 miliardi di euro in 15 anni interamente dedicati allo sviluppo sostenibile e alle infrastrutture sociali con la potenzialità di creare centinaia di migliaia di posti di lavoro, consolidare il primato italiano nell’economia circolare e favorire anche un drastico abbattimento delle emissioni di CO2 e dei consumi energetici del paese”. Fuor di metafora, vuol dire incentivi pubblici alle ristrutturazioni e alle nuove costruzioni a basso impatto energetico. “In Italia ci sono un milione di condominii, migliaia di scuole ed edifici pubblici che sono stati costruiti più di 30 anni fa. E che consumano un terzo dell’energia di questo paese. Bisogna allora rafforzare tutti quegli strumenti che possano consentire, nei prossimi dieci anni, di ricostruire un pezzo molto rilevante del nostro patrimonio edilizio. Si ridurrebbero le bollette per i cittadini, si ridarebbe slancio al settore edilizio e si aiuterebbe l’ambiente. Si tratta di mettere in piedi un grande piano di riqualificazione energetica, e anche sismica. Dobbiamo inoltre puntare sull’economia circolare, nella quale abbiamo già un primato”. Insomma riciclo. “Siamo un paese senza materie prime. E il riciclo è una tradizione industriale italiana. Ma dobbiamo fare ancora di più. Tenendo ovviamente conto che ci vuole una rete di protezione sociale per chi rischia di rimanere indietro rispetto alla transizione ecologica”. La manovra esprimerà dunque una filosofia, un’idea, dice Misiani, ovvero un “ambientalismo che diventi strategia di ripartenza del paese”. E a questo punto il viceministro fa ricorso a un’espressione sonora, impegnativa, mentre ne parla. “La ripartenza dell’economia o si fonda sugli investimenti pubblici e privati oppure non c’è”.

 

E ovviamente ci sono tante obiezioni, dubbi. Coperture? Denari? Come si fa a finanziare un fondo miliardario di investimenti pubblici e di incentivi agli investimenti privati in un contesto di stagnazione e di conti sballati? Come si fa, senza aumentare le tasse? A sentire gli uomini del ministero dell’Economia: si può. Chissà. “Stiamo lavorando per evitare l’aumento della pressione fiscale. E’ un impegno del governo”, ripete Misiani. “Il Def di aprile, approvato dal governo precedente, diceva che la pressione fiscale sarebbe aumentata dal 42 per cento del 2019 al 42,7 per cento nel 2020. Uno degli obiettivi della prossima manovra è impedirlo”. Difronte allo scetticismo, nelle stanze del ministero non oppongono euforia da libro dei sogni, ma l’esposizione di un paradigma. “Tutto e subito è impossibile”, ammette il viceministro. “Ma con uno sguardo lungo, poi gli obiettivi si possono raggiungere. L’importante è avere una strategia e un’idea di paese. Il metodo è cambiato, rispetto al governo della Lega”. Resta però l’eredità del sovranismo rossogiallo: quest’anno la clausola di salvaguardia è di 23 miliardi, cioè il doppio della cifra che aveva di fronte il governo Conte di un anno fa. Sono numeri da paura.

 

“La cambiale che va in pagamento vale quasi il doppio di quella dell’anno scorso che era di 12,5 miliardi”, spiega infatti il viceministro Antonio Misiani. E s’intuisce che non aumentare l’Iva, e per giunta immaginare investimenti, non sia proprio una cosa facile. Tanto che “questi numeri spiegano benissimo perché Matteo Salvini abbia aperto la crisi di governo”. Dietro ai numeri della manovra, insomma, dice Misiani, “c’è la vera storia di come sono andate le cose negli ultimi mesi. Salvini aveva capito che sarebbe stato di fronte a scelte impopolari e che la sua idea di flat tax significava fare un deficit superiore al 4 per cento”. In pratica, spingere l’Italia fuori dall’euro. “Il ministro Tria gli ha fatto vedere i numeri e lui è scappato”.

 

E adesso? “Cercheremo di non aumentare l’Iva. E lavoriamo anche per ridurre fortemente la clausola di salvaguardia dal 2021 in avanti”. Ed ecco allora un altro esempio di nuovo metodo. “In passato, la clausola di salvaguardia è sempre stata disattivata soltanto per il primo anno di programmazione della legge di bilancio. Adesso il ministro Roberto Gualtieri vorrebbe lavorare anche sugli anni successivi al primo. In modo tale da alleggerire la spada di Damocle che impedisce di fare una vera politica economica nel nostro paese…”. Pausa. Sospiro. “Ovviamente tutto dipende dalle voci di copertura, e dalle possibilità di avere flessibilità in Europa”. E’ una montagna da scalare. Con la stagnazione che già impantana l’Italia.

 

E allora la flessibilità, insomma i rapporti europei, vengono individuati come una chiave di volta. E come un altro segno di discontinuità. “Se oggi abbiamo David Sassoli presidente del Parlamento europeo, Paolo Gentiloni commissario all’Economia, Irene Tinagli alla presidenza della commissione Economica del Parlamento, e adesso anche Fabio Panetta candidato nel board della Bce, ecco tutto questo non è certo frutto di casualità del destino. C’è una ritrovata credibilità dell’Italia in Europa che si traduce in un peso politico impensabile con la Lega”. E di conseguenza, sostiene Misiani, con ottimismo (ora sì), tutto questo si può tradurre “nella possibilità di aprire un percorso di cambiamento nel Patto europeo di stabilità e crescita”. Si vedrà. Era anche l’obiettivo dei sovranisti. Tuttavia è facile il confronto tra il processo di costruzione di questa legge di Bilancio e quello che invece successe l’anno scorso, durante quella strana e tremenda estate in cui Giovanni Tria parlava di “deficit all’1,6”, Di Maio e Salvini dicevano “oltre il 3 per cento”, e intanto l’Italia ballava la danza dello spread.

 

Un’estate che si concluse con i famosi e incongrui “festeggiamenti” sul balcone di Palazzo Chigi. “Segnalo che ora il percorso di è molto più ordinato sia in Italia sia nei rapporti con l’Unione europea”, dice Misiani. “E questo sta già producendo effetti visibili. Lo spread è crollato”. 100 punti base in meno sui rendimenti dei titoli di stato. E allora Misiani fa i conti: “Si tratta di 2 miliardi in meno di interessi il primo anno, 4,5 miliardi il secondo anno e 6,5 miliardi il terzo anno. L’abbassamento della febbre sui mercati finanziari aiuterà sensibilmente la costruzione della manovra di Bilancio”. Ecco dove si possono ricavare dei denari. Ma bastano? “Ovviamente no. Dobbiamo rilanciare la lotta all’evasione fiscale, stringendo un patto con i contribuenti fedeli. La revisione della spesa va ripresa in mano e le agevolazioni fiscali e i sussidi ambientalmente dannosi vanno razionalizzati. La congiuntura politica è favorevole. Abbiamo posizioni chiave in Europa. Più peso nella discussione sul cambio delle regole. E lo spread basso vale miliardi. Certo la cambiale che ci hanno lasciato in eredità rimane elevatissima. Non sarà semplice, però diciamo che in un orizzonte di tre anni ci sono le condizioni per fare svoltare l’Italia. In un triennio si possono fare un taglio significativo delle tasse ai lavoratori. E la svolta green è l’elemento più rilevante della manovra”. Certo, poi rimangono le sparate sulle merendine, i voli Alitalia, le bibite gassate… Ma Lorenzo Fioramonti non lavora al ministero dell’Economia.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.