Le città di notte contengono insonni. L'importante è non muoversi

Annalena Benini

La sete, le luci spente, e poi il citofono che suona. L’unica consolazione è che presto sarà giorno

Le città di notte contengono persone che vorrebbero tantissimo dormire e non ci riescono, e camminano per casa, aprono frigoriferi, scrivono mail alle due e cinquanta del mattino. Hanno molta sete, anche, perché a cena hanno mangiato una piadina con doppio prosciutto crudo, e adesso la gola pizzica, gli occhi bruciano, ma alcune persone, in particolare una persona che sarei io, pensano che se si riaddormenteranno in fretta la sete passerà, e per riaddormentarsi non ci si deve mai muovere, perché non si deve dare al corpo la consapevolezza che non sta dormendo (il corpo è più scemo del cervello, ma non sempre e comunque dipende anche dal cervello), ma intanto la sete aumenta e aumentano anche i pensieri terrificanti, e a un certo punto la gola è in fiamme, la disidratazione è avanzata, e queste persone, sconfitte e assetatissime, si alzano per bere, ma decidono di arrivare in cucina al buio, per facilitare la ripresa del sonno (queste persone pensano che la luce le ucciderebbe, come i vampiri), ed ecco lo spigolo del tavolo su una coscia, e l’osso del cane sotto un piede, e un urlo soffocato per non svegliare tutti quanti. Intanto sono già passate due ore, forse tre, e ovviamente il fatto di bere molta acqua ha delle conseguenze quasi immediate, e i rumori della strada si fanno meno rari, tra poco sarà giorno e nessuno verrà a salvarci, a dirci: dormi, e anzi oggi tutto il mondo, anche la pioggia, ti guarda e scuote la testa e dice: non ce la stai facendo, e tutti i messaggi che arrivano sul telefono gridano: non ce la farai. 

 

 

L’unica consolazione di certi giorni è davvero solo che non è più notte.

 

La notte scorsa, ad esempio, stavo riuscendo a dormire. Ma hanno suonato al citofono, a lungo, e mi sono svegliata, anzi poi mi sono convinta che i miei brutti sogni erano in attesa del suono del citofono, e adesso che è giorno non so più dire se qualche ubriaco ha suonato davvero al mio citofono alle due di notte o se io me lo sono sognato. In ogni caso, la regola è la stessa che per la sete: non ci si alza, non ci si muove. Prima si fa un ripasso mentale delle persone dentro casa, ma senza spostare nessun arto: se le persone, e anche gli animali, sono tutte nei loro letti bisogna costringere anche il cervello, non solo il corpo, a ignorare il citofono. Le persone erano tutte nei loro letti, ma il cervello notturno, che è molto diverso da quello diurno, è più gonfio e più mostruoso, ha preso il sopravvento e nella più assoluta inermità e anche, credo, innocenza, io ho pensato che fossero venuti ad arrestarmi. Per cosa non lo so, ma anche se avevo gli occhi chiusi (non bisogna mai aprire gli occhi di notte!) mi sono convinta che arrivasse dalla strada il riverbero di luci lampeggianti, di certo una volante della polizia. Ho pensato: non ho un avvocato, ma ho pensato soprattutto: non ho tempo di essere arrestata, devo dormire, se mi alzo è finita, se la polizia accende la luce io non mi riaddormenterò mai più. Ho anche a un certo punto pensato: magari vogliono solo arrestare la signora novantenne che abita di fronte a me e hanno sbagliato citofono. Ci ho sperato, e questo pensiero mi tormenta perché ero pronta a mandare in carcere una vecchia signora con il deambulatore pur di riuscire a riaddormentarmi. Ma il citofono non ha più suonato, nessuno ha salito le scale di corsa e sfondato la porta e acceso tutte le luci, e il panico a poco a poco mi ha abbandonato. Anche la mia dirimpettaia era salva, io ero molto sollevata per lei e grata a questo paese, perché ero di nuovo sola con la mia insonnia, libera di preoccuparmi di tutto, di non trovare vie d’uscita, libera di morire di sete, libera di cullarmi nel tormento e anche di prendere decisioni irrevocabili che al mattino non ricordo mai. Libera di addormentarmi profondamente, beatamente, quando sento gli uccellini cinguettare. Un attimo prima di cadere in un sonno senza sete e senza fame e senza paura della polizia, sento però che gli uccellini, appena svegli, dicono: non ce la farai. Dicono anche: geostoria male, visita alle Scuderie del Quirinale, andare a riprenderli alle undici e venti, tutti sudati, tosse, recuperare Greco, virus, la baby sitter sta per bidonarti. E così ha inizio una nuova giornata.

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.