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Il tempo sparito di Francesca Mannocchi

La libertà perduta, donata a mio figlio. Sconfiggere il serpente che inghiottisce i miei istanti grazie a lui, che mi ricorda i versi del mio passato

22 Novembre 2019 alle 10:56

Il tempo sparito di Francesca Mannocchi

Foto Unsplash

Cara Annalena, in una domenica come le altre ero con mio figlio Pietro in un museo, a Roma. Sai quei festival negli spazi accoglienti anche per i genitori, con merende bio e un programma brillante che libera i talenti dei bambini? Teatro, marionette, libri intelligenti. Ecco, quello. Pietro scalzo, un bicchiere di vernice in mano, un pennello nell’altra e di fronte solo una parete. Ero in piedi a osservarlo, con quel misto di estraneità e disagio che mi accompagna dal giorno della sua nascita e all’improvviso ho pensato a una poesia di Ingeborg Bachmann: “A Ingmar Bergman, che sa della parete”. Ho sorriso, pensavo all’associazione di idee, a Pietro e ai suoi disegni, ai piedi scalzi sul tappeto di gomma, al pennello e agli abiti sporchi di tempera, alla sua parete e poi alla mia: le mie amate poesie, i miei libri. Il mio tempo.

 

Che fine ha fatto il mio tempo? Mi sono detta. Che aspetto ha il mio tempo quando sono con mio figlio? I primi versi della poesia dicono: ho visto la verità avvinghiata da un enorme serpente a sonagli e inghiottita, da un enorme serpente che nel ventre la gonfia e lentamente la fa svanire, finire, lei divorata. 

 

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Li ricordavo parola per parola, guardando Pietro, in piedi, alle sue spalle. Vigile, ma distante, la posizione che – mi dico – si addice a un buon genitore. Li ricordavo perché c’è stato un tempo in cui mandavo a memoria versi perfetti, e accumulavo sul comodino le parole che disegnavano il mondo con parole che avrei voluto mie. E allora quei primi versi sono diventati un suggerimento, un messaggio sussurrato della memoria.

 

E ho pensato, Annalena, che in questi tre anni non sono certa sia nata anche una madre insieme a Pietro, ma so che non posso fuggire dall’attività agonistica di dirmi la verità, per non farla finire avvinghiata da un enorme serpente a sonagli.

 

E allora ecco, mentre guardavo Pietro dipingere ho sentito un peso sul petto. Un peso che ha la forma della libertà che gli sto dando. Ma ha anche la forma della libertà che mi ha sottratto, e che, per salvarmi, ho necessità di nominare. Ho pensato alle paure poderose che mi abitano, di nuovo, da quando vivere è diventato prendersi cura – costantemente – di un altro. Mi sono domandata dove fossero finite, in quale cassetto o scrigno, tutte le cose che ho perso da quando è nato mio figlio. Il controllo, l’urgenza, frammenti di identità.

 

Così quando sono tornata a casa, la sera, ho guardato le mani di Pietro sporche di verde e di rosso e di blu, l’entusiasmo soddisfatto di chi ha potuto esprimersi senza severità, il suo sorriso gentile. L’ho accarezzato, accudendo la stanchezza che diventava riposo, ho chiuso la porta della sua stanza e ho rimesso quei libri sul mio comodino. Le poesie della Moore. I racconti della Bachmann. Un taccuino vuoto da riempire. Ricordando la storia di Ondina, forcipe nelle vite di uomini che l’hanno cercata, per trovarsi, e allontanata, per salvarsi. E ho pensato ancora alla parete, alla verità e al serpente. E Pietro che mi ha insegnato e mi insegna la segreta cura di ciò che si ripete, la cura dello stare. Di ciò che – a volte – pare prigione e a tratti lo è. Pietro mi insegue, mi bracca. Mi chiede di esserci.

 

Perché è l’unico uomo da cui Ondina non potrà mai scappare.

 

E mi impone di inventarmi nuova, ogni mattina.  

 

Francesca Mannocchi  

 

Cara Francesca, grazie per avere sconfitto il serpente.

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