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Il colore della nostalgia

Isabella Borghese

La camicia da notte di mia madre e la Signorina Pini, ultima allieva di Maria Montessori

La ricordo come fosse avvolta dentro una camicia da notte a fiori, mia madre, e come se da essa per mesi fu riparata, se non addirittura protetta. “Colpo della strega. Deve stare a letto, signora”, fu perentorio il medico, “sarà lunga: dai quattro ai sei mesi”, la sera prima si era alzata dal divano e fu costretta a tenere la schiena piegata a quarantacinque gradi. “Siete grandi oramai, siete grandi oramai – ripeteva lei a me e a mio fratello, “e la mattina potete andare a scuola da soli: percorrete viale Eritrea, viale Libia e girate a destra all’ultima traversa”. Pippi, così chiamavo io mio fratello, aveva otto anni, io sette. “Siamo grandi”, gli dicevo anche io e così ci incamminavamo per raggiungere la Montessori, il VII circolo di via Santa Maria Goretti. 

 

 

Quando non ci tenevamo per mano, io di una succhiavo il pollice e l’altra la usavo per aggrapparmi alla tasca posteriore del pantalone che lui indossava. “Non si ciuccia il dito”, mi ripeteva, “Lo so”, lo rassicuravo, e un attimo dopo ero pronta per rimetterlo in bocca. La fortuna di frequentare la casa dei bambini, l’asilo della Montessori, era già stata mia: quel luogo meraviglioso in cui gli adulti, le maestre, erano lì per insegnarci a mangiare da soli, a vestirci da soli, a lavarci da soli, a muoverci liberamente, pure da una classe all’altra, insegnandoci col tempo il valore e il potere della libertà, come quello del responsabilizzarci, “Torna quando la lancetta lunga si ferma qui (e indicava le 11) e la corta qui (e indicava mezzogiorno): avete l’ora di musica dalla Signorina Pini”. La Signorina Pini era anche la nostra Preside. Ho imparato con lei e grazie a lei – e alla mia maestra Francesca – che delle regole sono importanti per i riferimenti che diventano una guida, anche quando si diventa adulti. (E’ un’altra luce la disobbedienza civile). La Signorina Pini, bastava un suo sguardo per capirla, che fosse divertito o più tirato. Sapevamo che detestava il nostro arrivo in ritardo alla sua lezione, che non le piaceva vederci in una fila disordinata mentre scendevamo in fila per due, “Potete cadere e farvi male”, ci spiegava. Che io ricordi, due volte parlai con lei personalmente. Come a scuola, organizzai a casa una biblioteca condominiale con i miei libri. Li prestavo ai bambini del palazzo, e se non veniva rispettata la scadenza, andavo a bussare alle porte con il mio registro, “Qui è scritto che devi restituire il libro”, e se non si decideva insieme di spostare la consegna, facevo mettere una firma e mi riprendevo il libro. Ero anche preoccupata, “Lei non è gelosa di tutti i libri che abbiamo a scuola? Io dei miei sì”. La maestra rise. “No. Non devi essere gelosa, sono invece contenta di questo tuo amore”. Della seconda volta, ho un ricordo vago: mi sedetti di fronte a lei, nella sua stanza, “E’ nata mia sorella”, le dissi. E lo feci come se a partorire fossi stata io, con quella stessa soddisfazione (seppure priva di stanchezza).

 

La Casa dei bambini

 

Mi sono domandata mille volte cosa sarebbe successo di ancora più bello, in merito alla scuola, per i bambini se Maria Montessori che inventò la Casa dei Bambini avesse incontrato Janusz Korczak che ideò la Casa degli Orfani. Se si fossero conosciuti, confrontati. E pure amati. Solo lui lesse molto di lei. Ero a Ventotene, il 3 settembre scorso, quando la nostra Signorina Pini, per tutti Maria Clotilde Pini, è morta. Ho ricevuto, visto e ascoltato un lungo video della sua funzione funebre: ex studenti della Montessori, maestre, maestri, bidelle, bidelli, hanno riempito la chiesa di Santa Maria Goretti. Cantavano tutti insieme e da lontano con loro mi sono commossa e ho pure canticchiato, “Ciao, ciao, ciao, ma non è un addio” e pure, “La conosci questa scuola, la vedi quanto è bella è la casa dei bambini quelli grandi e piccolini e non è frutto di una fantasia, questa è proprio la scuola mia”, da lei scritta. 

 

 

Insieme: è anch’essa una parola magica per noi (ex) montessoriani. Quella mia pagella della quarta elementare, proprio dove è scritto, “Le piace molto lavorare in gruppo, ma di tanto in tanto anche andarsene nel corridoio e stare un po’ da sola a cantare”, racconta di me ancora oggi. La nostalgia è il mio sentimento preferito, non sciupa nulla, mi ricorda invece il valore delle cose, delle persone: oggi, quella bellissima camicia da notte che poi ha accompagnato mia madre in ospedale per partorire mia sorella; i pianti che mi facevo quando la scuola chiudeva; le prime passeggiate da sola con mio fratello. E questi adulti, che mettono al mondo i bambini come dovessero essere i loro custodi, mentre loro chiedono gli strumenti per poter da subito incominciare a fare da soli, e soli pure andare, incuriositi dal mondo. E pure le maestre, che sono come le mamme, e la Signorina Pini, la zia di tutti i bambini e di tutte le bambine del mondo.

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