Che lavoro vuoi fare da grande? Nessuno. Storia di una vocazione

Annalena Benini

Non ha mai risposto: il pompiere. Neanche: il calciatore. Ma adesso ha scelto una strada

Che lavoro vuoi fare da grande? In genere evito di fare questa domanda a mio figlio, perché mi ha sempre risposto: nessuno. Non ha mai detto: il pompiere, non ha mai detto: il calciatore, non ha mai detto: l’astronauta, ma nemmeno lo youtuber, il tronista, il buttafuori. Ha sempre fatto capire chiaramente che non ha intenzione di lavorare ed è arrivato a scrivere in un tema di quarta elementare intitolato: come ti vedi da grande?, che lui da grande si vede senza soldi e senza amici e senza moglie e senza figli e senza lavoro. La maestra gli aveva detto che doveva aggiungere qualcosa di positivo, e allora lui aveva scritto che sperava che da McDonald’s gli avrebbero comunque regalato i panini avanzati. Naturalmente mi ero allarmata ma non volevo mostrarglielo, quindi gli avevo parlato con calma, senza fargli pesare nulla: Giulio ma che cosa hai scritto, vuoi farmi morire?, è così che mi ripaghi di tutta la fatica che faccio per portarti a judo tre volte alla settimana? Lui mi aveva fatto notare che non andavamo a judo da tre mesi, e comunque era fiero del suo programma di vita: starò a casa con voi, diceva, voi non vorrete abbandonare vostro figlio. No amore non ti abbandoneremo. E intanto subivo con un sorriso finto gli amici di mio figlio che mi correvano incontro elencando, a volte in inglese, i loro progetti per il futuro: ingegnere aerospaziale, consigliere della Casa Bianca, capo dell’unità di crisi della Farnesina, vincitore di Nobel per la Medicina, risolutore del conflitto in medio oriente, salvatore dell’ecosistema del pianeta.

 

Il migliore amico di Giulio, dieci anni, stava proprio in quei giorni ultimando un progetto per la conversione della plastica in oro colato, che a questo punto starà brevettando. Giulio, non vuoi anche tu inventare qualcosa di bello come Leonardo?, chiedevo fingendo che non me ne importasse, ma gli lasciavo dappertutto libri sui megaeroi di questo e di quello, storie e invenzioni di persone incredibili, bambine ribelli, cani geniali, pappagalli parlanti, e soprattutto Pollicino che si ingegna e ruba gli stivali magici, si appropria del tesoro dell’orco e salva tutta la famiglia e diventano anche ricchissimi. Lui scuoteva la testa e ripeteva: non vorrai abbandonare tuo figlio. No certo non ti abbandonerò, però non ho risparmi, ho solo multe, vorrà dire che venderemo i vestiti di tuo padre. 

 

 

Poi, finalmente, un giorno in cui mi ha aiutato a sciogliere il burro per le cotolette, mio figlio ha detto: mamma da grande farò il cuoco nelle trattorie. Benissimo, farai il cuoco. Leonardo trasformerà la plastica in oro, Fabio scoprirà nuove forme di vita su Saturno e lo farà diventare per sempre a favore, mai contro, e tu amore cucinerai alla festa del loro Nobel, che comunque è una cosa molto bella e io sono felice che tu abbia un progetto, e forse non dovremo vendere i vestiti di tuo padre, e diventerai un cuoco famoso in tutta la città. Purtroppo, dopo avere sciolto il burro, mio figlio ha smesso per sempre di cucinare. Ma ha cominciato a scrivere storie di cuochi assassini. Li disegna anche, con i cappelli da cuoco tutti sporchi di sangue, che brandiscono mestoli e coltelli e fanno la faccia cattiva con la bocca piena di denti aguzzi. Di solito, nelle storie, i cuochi uccidono le persone sedute al ristorante, e i sopravvissuti si ritrovano i cervelli, oppure alcune mani, nel piatto. Ho pensato che fosse colpa mia, che esageravo con la pretesa che un bambino di prima media pensasse al futuro, e lui adesso reagiva così, mostrificando il suo progetto di vita, trasformando se stesso in un serial killer. Giulio, non mi importa che tu da grande ti trovi un lavoro, davvero, e poi c’è ancora tantissimo tempo, io chiedevo così, per scherzare, voglio anzi che tu sappia che ho una piccola assicurazione, puoi fare il cuoco anche solo a casa nostra, un piatto di spaghetti ogni tanto.

 

Mamma ma io non voglio più fare il cuoco, non te l’ho detto? La professoressa di Italiano lo sa, lo sanno tutti, farò lo scrittore di libri horror. E mi ha consegnato un foglio protocollo, scritto fitto fitto, voto: dieci. L’ho letto, è un racconto su una bambina che a colazione, non trovando la sua solita bistecca, divora sua madre. Titolo: Cappuccetto rosso sangue.

Di più su questi argomenti:
  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.