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Quante cose succedono a Natale, anche mentre non succede nulla

Annalena Benini

Le poesie a memoria, il pessimismo di Leopardi e chi è che adesso sparecchia la tavola

Quante cose succedono a Natale, anche mentre non succede nulla. E quanto finisce in fretta, anche mentre sembra certo che non finirà mai. E che la tavola non verrà mai sparecchiata, e che i nastri dei regali si infileranno nei nostri cuori e li strangoleranno piano piano, forse al quinto pandoro del quarto pranzo, alla diciottesima portata della terza cena.

 

Portata significa che qualcuno l’ha portata in tavola, dopo averla cucinata, e alla fine anche solo riscaldata, ma comunque quel qualcuno adesso sei sempre tu, e che cosa è successo? Dov’è finito quel tempo glorioso in cui gli adulti erano gli altri? Gli adulti erano gli altri, l’inferno erano gli altri: e adesso invece sono io che mi offendo se non mangi tutto fino alla fine del mondo, e mi offendo anche se a un certo punto ti chiudi in camera invece di stare qui a tavola per l’eternità. Certo, noi adulti abbiamo il vino. E i balletti (sospetto che il vino e i balletti siano intensamente legati, e gli sguardi di pietà dei non adulti lo provano), e abbiamo le poesie a memoria (anche il vino e le poesie sono legati): a Natale, ma da sempre, io mi ricordo mia nonna con gli occhi di bragia che a un certo mi diceva: di’ la poesia. E io la dicevo. “Ei fu, siccome immobile”, era un po’ il ripiego, il rifugio delle amnesie, l’unica poesia che sanno sempre tutti almeno fino a “uom fatale”. Napoleone era per principianti.

 

La preferita di mia nonna era “A Silvia”, di Leopardi, e “A Silvia” è lunga, è difficile, è devastante e senza vino e senza Google era quasi impossibile dirla fino alla fine, e anche adesso è quasi impossibile, però adesso gli adulti siamo noi. Adesso sono io che porto le portate e che cambio la tovaglia e che chiedo le poesie: ecco che cosa succede a Natale anche quando non succede niente. Che i regali è molto più bello farli, e che dico: lo puoi cambiare, ma spero tantissimo che non lo cambierà, che mi commuove “A Zacinto” e che le poesie imparate al liceo sono come le canzoni, nemmeno il vento le può soffiare via lontano. Che adesso non ho più memoria, e se mi concentro per non usare Google sento una tenaglia stritolarmi il cervello e spremerlo, ma dal cervello non esce mai niente. Che dico: le poesie sono importanti, e mi chiedo se io a tredici anni aiutavo a sparecchiare, e lo chiedo a mia sorella, e mia sorella dice: no. E mia madre dice: no. E mia zia dice: no, e mia cugina dice: no, e mio padre dice: no. E mia figlia dice: no, e scappa senza avere detto la poesia.

 

Quindi l’inferno sono gli altri, anche adesso che l’adulto sono io, anche adesso che il mio sogno è Alexa che dice le poesie mentre lava i piatti, e ci fa delle foto belle in cui siamo tutti felici e tutti giovani e belli: il tempo rallenta, la smette di andare veloce come un pazzo. Mi va bene essere l’adulto, posso accettarlo, ma non se Leopardi ha sempre ragione. Sul dì di festa, sulla speranza, sul fato, anche sul passero solitario, al massimo posso accogliere la vecchierella che siede a filar con le vicine. Così, anche quando dico, ma lo dicono tutti, che il prossimo Natale partirò per un lungo viaggio fino alla Befana, in luoghi in cui il Natale è un costume da bagno, lo sto dicendo per finta. Voglio continuare a scuotere il pandoro dentro il sacchetto per spargere lo zucchero. Voglio lamentarmi che ho mangiato troppo, che ho bevuto troppo. Voglio andare al cinema all’orario sbagliato e tornare indietro sconfortata senza aver visto nessun film, ma convinta di avere almeno digerito. Voglio lamentarmi di tutte le briciole dappertutto. Voglio spargere tutte le briciole sul davanzale per gli uccellini anche se al posto degli uccellini arrivano dei gabbiani spaventosi che cercano di spaccare i vetri e rubare tutti i regali. Voglio giurare ancora una volta che l’anno prossimo niente regali, e comunque niente sciarpe, e poi a un certo punto, magari in agosto, vedrò una sciarpa e penserò che è un regalo perfetto per Natale. Voglio rispondere a tutti gli auguri di gruppo di Natale, anche ai video con le renne. Voglio che non finisca mai, come il sabato del villaggio.

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.