Una nuova lotta di classe. Lo spettro che si aggira per il mondo

Stefano Cingolani

La carovana dei desperados in Messico vista come una invasione da Trump. I flussi trasversali in Africa, l'Australia come sogno asiatico. La globalizzazione ha plasmato il modo di vivere non solo delle élite, ma di intere masse

La carovana dei desperados si è fermata a Ciudad de México, a mille cinquecento cinquantasei chilometri da El Paso, la città degli Stati Uniti oltre il confine. Le avanguardie più allenate possono percorrere 20-25 chilometri al giorno, dunque ci vorrà più di un mese, senza inciampi, per arrivare al Rio Bravo. “Un pericolo imminente, una invasione”, tuona Donald Trump e fa il pieno di voti in Arizona, Texas, Arkansas, Alabama, Florida, là dove il Messico è a un tiro di schioppo, o nel golfo in cui la fucina degli uragani rimbomba come quella di Vulcano. “Propaganda, fake news”, gridano i liberal disperati, assediati, asserragliati nelle loro roccaforti, le città globali, dove organizzano l’eroica resistenza. Contro quella minaccia che ancora non c’è e forse non ci sarà, il presidente americano schiera l’esercito, stende il filo spinato, allunga un muro già alto e lungo.

 

È l’America più divisa e radicale che mai dopo le elezioni di medio termine che hanno spaccato in due anche il Congresso. L’onda blu sperata dai Democrats non c’è stata, un recupero, un risveglio, forse la premessa di una rivincita futura, chissà, ma niente onda. Altri sono i cavalloni che muovono il mondo intero, una tempesta che sconquassa le tradizionali divisioni politiche e sociali, uno tsunami che spazza via le vecchie divisioni di classe per creare nuove divisioni e nuove classi. L’America specchio delle nostre brame oggi è diventata il riflesso amplificato delle nostre paure e delle nostre più profonde pulsioni, la palestra di una nuova lotta di classe.

 

L’America, più divisa e radicale che mai dopo le elezioni di medio termine, è diventata il riflesso amplificato delle nostre paure

Marce attraverso i continenti; flottiglie improvvisate che solcano i mari; uomini, donne e bambini lungo i sentieri di montagna. Non sono più i dannati della terra che secondo Franz Fanon avrebbero guidato la rivoluzione mondiale, tanto meno le masse arcaiche “trascinate nella civiltà” da quella forza dirompente del capitalismo che aveva affascinato Karl Marx. E’ qualcosa di antico come l’uomo e di nuovo come l’intricato fenomeno che abbiamo chiamato globalizzazione, elemento mistico contro il quale s’abbatte la forza opposta, quella del popolo impaurito e rancoroso che ha preso i forconi. In mezzo ci sono loro, i buonisti, i perbenisti, i mondialisti, gli europeisti, i progressisti, che alzano le trincee tra i grattacieli delle archistar.

 

Chiusi nelle biblioteche di Babele tra linguaggi che nessuno coltiva più, circondati da libri pronti per il grande fuoco della nuova Fahrenheit 451; ascoltano quartetti d’archi le cui melodie si frantumano in lamenti o esametri in rima non ancora trasformati in singulti, in brontolii, in reflussi esofagei; dentro cattedrali che serbano i dipinti dell’ultima era in cui l’umanesimo romano regolava ancora la foresta nera e i suoi troll. Li raccontano così, li sbeffeggiano, li attaccano, hanno preso il loro posto in plancia di comando, e adesso scoprono che non sanno come funziona il timone. E mentre liberal e populisti si contendono gli scranni, in mezzo spunta la marcia non più del quarto, ma del quinto stato.

 

Mentre liberal e populisti si contendono gli scranni, in mezzo spunta la marcia non più del quarto, ma del quinto stato 

I nuovi disperati non sono le vittime del sottosviluppo, come si diceva al tempi del terzomondismo imperante quando un socialdemocratico tedesco, Willy Brandt, pubblicava il rapporto Nord-Sud che voleva un trasferimento di risorse dai paesi ricchi a quelli poveri, per aiutarli a casa loro. Proprio da lì, da quel terzomondismo distributivo anziché produttivo, viene il ritornello tanto popolare quanto vuoto, perché nessuno sa quale sia più la casa loro e perché non vogliono aiuti, ma telefonini. Sì, ha fatto di più il cellulare per la crescita in Africa, in Asia, in America, di tutti gli aiuti umanitari. Non c’è un’economia del villaggio da preservare, la stessa povertà non è la fame di un tempo, quando l’anima buona del Sezuan si privava della sua ciotola di riso per darla al mendicante.

 

Certo, la maggior parte di quella pattuglia partita il 12 ottobre (allora erano appena 160 oggi sono circa settemila) viene da Guatemala e Honduras che secondo l’Onu e la Banca Mondiale sono tra i paesi più poveri al mondo. Tuttavia Mauricio Mancilla che porta con sé il figlio di sei anni, non vuole la carità né l’assistenza anche se adesso potrebbero soddisfare i suoi bisogni più elementari, il suo obiettivo, ha detto alla Bbc, è “vivere il sogno americano”. Nel trolley nasconde la bombetta di un miliardario come il bastone di maresciallo in ogni zaino napoleonico, ma non c’è solo quella, c’è la legge, c’è una vita ordinata, c’è una casa pulita e una città ben organizzata, insomma tutto quello che l’occidente offre a una umanità uscita dalla sussistenza. Mauricio potrebbe ottenere tutto ciò a casa sua? Può darsi, ma così non è. Lui a casa sua ci tornerà un giorno, portando con sé tutto quello che ha visto e vissuto. Le carovane in America latina non si muovono solo verso nord.

I nuovi disperati non sono le vittime del sottosviluppo, come si diceva ai tempi del terzomondismo. Non vogliono aiuti, ma telefonini 

 

Anzi, il flusso di migranti è diretto soprattutto ai paesi vicini. C’è una emergenza umanitaria pari o forse anche superiore a quella del Mediterraneo, denuncia l’Onu, aggravata dal collasso del Venezuela chavista. Il Perù è trai paesi maggiormente investiti dall’onda umana, insieme al Brasile e alla Colombia. Anche lì si manda l’esercito, si potenziano i confini; anche lì è tutto inutile. L’Africa offre un panorama simile. Al contrario di quel che percepiamo noi italiani, il grande flusso è trasversale.

 

Il rapporto dell’Ispi curato da Giovanni Carbone e introdotto da Paolo Magri spiega che anche gli africani quando attraversano un confine internazionale si dirigono verso il paese limitrofo, a causa dei costi molto elevati per spostarsi in grandi distanze, costi che molto spesso includono la perdita delle loro vite. “In realtà, qualcosa di veramente eccezionale è il numero di paesi sub-sahariani che ospitano migranti, da altre zone dell’Africa: tra questi il Sudan, la Repubblica democratica del Congo, la Somalia, la Nigeria, in ciascuno di loro ci sono almeno due milioni di persone”. Un continente nato senza confini, torna ad aprire di fatto le sue barriere per lo più artificiali, un lascito del colonialismo europeo. “La migrazione è un fenomeno a molte facce – aggiunge il rapporto –. Contrariamente a quel che si crede, un più alto livello di sviluppo, piuttosto che di povertà, è la principale spinta alla migrazione”.

 

Rotte trasversali e longitudinali attraversano come un vasto reticolo anche l’Asia. E il sogno asiatico si chiama Australia. Negli ultimi trent’anni ondate successive di immigrati hanno portato al raddoppio della popolazione, che oggi è pari a quasi 25 milioni di abitanti. Il cosiddetto modello australiano è stato spesso portato a esempio di efficienza e rigore. Ma funziona davvero? L’Australia ha un sistema a punti per la categoria degli “skilled migrants” (migranti qualificati) che considera il tipo di lavoro (e in particolare se risponde alle necessità dell’economia locale), l’istruzione e l’età. Bisogna anche passare test sulla salute e sul cosiddetto “carattere” del candidato, che non dovrebbe avere precedenti penali nel paese d’origine. Il punteggio favorisce senza dubbio una selezione anche qualitativa che manca per lo più nei paesi europei e anche negli Stati Uniti.

Mauricio Mancilla porta con sé il figlio di sei anni, non vuole carità né assistenza, il suo obiettivo è “vivere il sogno americano”

 

In ogni caso, nel solo 2017 l’Australia, dipinta come un’isola protetta e impermeabile, ha accolto 184 mila nuove persone, il flusso medio è pari all’1,6 per cento della popolazione rispetto a una media dei paesi sviluppati pari allo 0,7 per cento nel 2016. L’India è la principale fonte di immigrati (21 per cento), seguita dalla Cina (15 per cento) e dalla Gran Bretagna (9 per cento). Le stime parlano dell’arrivo di 11,8 milioni di persone nei prossimi trent’anni che si concentreranno nelle quattro principali città, Sydney, Melbourne, Brisbane e Perth con probabile pressione sulle infrastrutture urbane. Secondo un recente sondaggio del Lowy Institute, quattro cittadini australiani su dieci credono che il numero degli immigrati sia troppo alto. Il presidente della Reserve Bank australiana, Philip Lowe, sostiene che un’ulteriore espansione demografica aiuterebbe l’economia. La crescita del prodotto interno lordo pro capite è scesa a zero nel 2017, un aumento della popolazione australiana renderebbe meno probabile lo scivolamento verso la stagnazione.

 

È un criterio pragmatico, anzi utilitaristico che certo non soddisfa le anime belle, ma loro come hanno risposto a questo mondo a testa in giù? Simon Kuper sul Financial Times ha scritto l’epitaffio dei progressisti. Trump può facilmente vincere di nuovo nel 2020; Viktor Orbán è al potere dal 2010 e ci resterà per altri quattro anni; Benjamin Netanyahu governa Israele dal 2009 mentre la sinistra laica e progressista è collassata; in Polonia la destra può ottenere la riconferma l’anno prossimo; in Italia abbiamo visto quel che è successo. Il populismo e il nazionalismo in molti paesi si rafforzano da soli, talvolta grazie al fatto che buona parte delle élite liberali se ne vanno, così come gli ebrei, i gay, le minoranze discriminate, o anche i giovani che non vogliono sottostare alla gogna (o magari alla ghigliottina) del popolo, stanno facendo in Ungheria dove, paradossalmente, la destra vive grazie alle rimesse degli emigrati di sinistra.

 

Anziché spezzare l’accerchiamento i liberal tendono a rinchiudersi nelle loro enclave. La mappa del voto negli Stati Uniti dimostra che i democratici hanno aumentato i loro consensi, anche in stati proibiti come la Florida, ma non hanno sfondato e alla fine il blu (il colore del Partito democratico) resta ancora incollato alla costa del nord-est, alla California e così via. I castelli dei progressisti sono sempre gli stessi. Ciò accade anche in Europa. Londra non vuole la Brexit dalla quale sarà penalizzata. Parigi è guidata da Anne Hidalgo, cittadina spagnola e francese, quintessenza della socialista à la page. La Milano che pure fu amministrata dalla Lega e da Forza Italia, offre oggi con il suo skyline di grattacieli l’immagine di quell’internazionalismo neocapitalista aborrito dai sovranisti gialloverdi.

 

“Un più alto livello di sviluppo, piuttosto che di povertà, è la principale spinta alla migrazione”, dice un rapporto dell’Ispi

Di fronte all’onda sollevata dagli “amici del popolo”, i liberal hanno predicato la moderazione e sono stati spiazzati. Hanno cercato di occupare il centro e il centro si è spaccato. Hanno voluto le riforme e hanno scatenato la controrivoluzione. E ora li accusano di aver coltivato l’utopia e generato la cacotopia. C’è chi vuole ripercorrere la terza via e propone di stemperare il liberismo, ammansire la bestia, come Martin Wolf, vecchio cantore della globalizzazione. Ma al cuore della crisi attuale non c’è solo l’economia, c’è la cultura nel suo senso più ampio, ci sono i valori sul quale si è fondato il mondo che ora viene messo all’indice.

 

Il potere dei forconi e dei forcaioli si fonda sul terrore della classe media, la paura della proletarizzazione, la percezione di un declassamento non solo economico, ma sociale, ideologico persino. E’ stato fondamentale il doppio colpo inferto al nuovo mondo libero e neo-liberale sognato e sperato dopo la caduta del Muro di Berlino. Il primo colpo di carattere geopolitico è stato l’attacco dell’11 settembre, il secondo, economico, ha ferito al cuore il sistema dieci anni fa. Se l’America, l’immensa isola tra gli oceani che mai è stata invasa dai nemici, non era più invulnerabile, chi altro lo sarebbe mai potuto essere?

 

Sei anni dopo collassa l’economia mondiale che aveva cominciato a correre all’impazzata da quasi quindici anni con una breve pausa quando si è sgonfiata, a cavallo dei due secoli, la bolla internet. Finisce così anche la sicurezza economica tra gli strepiti di chi annuncia l’ennesima morte del capitalismo e la prosopopea di chi propone un nuovo modello, come la Cina del socialismo di mercato o, pensate un po’, persino la Russia neozarista. E chi più della classe media, anzi della piccola borghesia, ha mai fatto della sicurezza il mantra della propria esistenza?

Il crac finanziario minaccia la certezza economica, il terrorismo islamico tutte le altre. Chiudere i confini, la risposta più immediata 

  

La borghesia, quella vera, soleva amare il rischio, lanciarsi in avventure e conquiste; il proletariato non aveva che da perdere le proprie catene, come recitava Marx. La classe media no, non ha mai voluto perdere quel poco o tanto che ha strappato con i denti alla grama esistenza quotidiana. Tentata certo da avventure (si pensi alle due guerre mondiali o al fascio-nazismo), ma pronta a ritrarsi anche in modo violento. Il terrorismo islamico minaccia ogni certezza, fisica, culturale e persino politica; il crac finanziario quella economica.

 

A quel punto chiudere i confini è diventata la risposta più immediata, una reazione pavloviana. Ma quale libertà, meglio la protezione; ma quale commercio internazionale, meglio l’autarchia; ma quale movimento di uomini e cose, le frontiere diventino barriere. E i Pavlov dei nostri tempi si chiamano Marine Le Pen, Matteo Salvini o, su grande scala, Vladimir Putin (faro del neo-sovranismo) e Donald Trump, paladino del facciamoci gli affari nostri. Le carovane dei disperati, i battelli della speranza, gli scafi della nuova tratta degli schiavi, insomma tutto quello che i flussi migratori ci mettono in mostra sugli schermi televisivi, è alimento costante del potere fondato sulla paura, come ha detto con estrema chiarezza il presidente degli Stati Uniti, “the magic man”.

 

Negli ultimi trent’anni ondate successive di immigrati hanno portato al raddoppio della popolazione in Australia 

È vero che la classe media non esiste più, è stata svuotata, massacrata, proletarizzata? L’ufficio statistico americano sostiene che l’anno scorso i redditi della classe media hanno raggiunto il livello record toccato nel 1999, cioè prima che si sgonfiasse la bolla internet. Un recupero totale che ha cancellato la grande crisi. Eppure credono a Trump. L’Italia è rimasta ancora indietro, ma perché non cresce, non perché la distanza tra ricchi e poveri si sia allargata, schiacciando così la piccola borghesia. O meglio, l’indice di Gini che misura tradizionalmente la distribuzione del reddito, ci dice che la forbice s’è allargata negli anni della lunga recessione, poi si è ristretta di nuovo, come spiega Giampaolo Galli. Possiamo dire che in ogni caso non è la distribuzione migliore, ma si può davvero dimostrare che nel medio periodo sia peggiorata? Interi volumi sono stati scritti negli anni scorsi, non solo teorie, ma parole sostenute da cifre. E adesso come la mettiamo con queste cifre?

 

In Italia è prevalsa un’altra lettura dei fatti, conseguenza dell’ideologia italiana basata sulla rendita pubblica, che si distingue dalla ideologia americana dello sviluppo ad ogni costo o dalla ideologia tedesca che preferisce l’equilibrio della stabilità. Quando i tedeschi si chiedono come mai gli italiani hanno una situazione patrimoniale nettamente superiore alla propria nonostante la Germania cresca più dell’Italia con mezzi propri e altrui, visto che attira capitali pressoché da tutto il mondo, si reagisce prima negando l’evidenza, poi gridando al complotto.

 

Naturalmente le cose nella realtà sono sempre più complesse. Buona parte della ricchezza è immobile e la crisi l’ha congelata ancora di più, anche se i valori delle case in Italia sono caduti meno che in altri paesi. Ma anche la ricchezza mobile, quella finanziaria, è ferma, bloccata dai titoli di stato o da un eccesso di risparmio che gli economisti chiamano cautelativo, lo dimostra la quantità eccessiva di depositi liquidi tenuto in banca, una sorta di enorme argent de poche per i tempi migliori. Gli italiani risparmiano molto, ma investono poco, meno della media europea. Anche questo rispecchia le ansie, le pause, le angosce della classe media, è la vecchia sindrome del denaro sotto il materasso tipica di un paese a sviluppo tardivo.

Chi più della piccola borghesia ha mai fatto della sicurezza il mantra della propria esistenza? La borghesia vera amava rischiare

 

Le geografia della nuova lotta di classe ci riporta così, con un movimento vichiano, a un passato già visto? E’ stato Tony Blair a evocare direttamente gli anni Trenta del secolo scorso. In Italia ormai il confronto con la storia conduce certamente al 1919, al diciannovismo, come è stato chiamato quello smottamento del sistema liberale sotto i colpi dei reduci della Grande guerra, dei contadini, dell’occupazione delle fabbriche, dei fasci di combattimento, con i tentativi inutili e controproducenti di ammansire la bestia facendola entrate nel proprio giardino di casa. Molte sono le somiglianze con i nostri tempi. Ma profonde, anzi radicali, sono le differenze. La globalizzazione, con gran scorno dei suoi nemici di destra e di sinistra, ha plasmato il modo di vivere non solo di élite ristrette (i liberal assediati), ma di intere masse.

 

Noi italiani le vediamo ogni giorno a Roma o a Venezia, a Firenze o a Capri. Gli altri ci vedono a Londra, a Parigi, a Berlino come a Shangai. Solo una catastrofe mondiale può fermare tutto ciò. E’ cambiata una generazione di giovani, quelli che vanno fuori non tanto perché non trovano lavoro, ma perché la scienza, la ricerca, la tecnica, la cultura, la musica, si sviluppano così. La retorica sulla fuga dei cervelli ha oscurato il fatto evidente che i cervelli diventano migliori se escono dal maso o dalle sottane della madre, compresa la madrepatria. La contemporaneità non lascia spazio al deus ex machina, le trame dell’esistenza ormai sono troppo intricate, l’attesa del superuomo resta soltanto un incubo nietzschiano, Zaratustra oggi parla nel deserto.

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