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“La diffidenza per le parole sta indebolendo la democrazia occidentale”

“Le sole parole cui credono in tanti, oggi, sono quelle degli amici stretti e dei parenti” spiega Simon Kuper, scrive il Financial Times 

12 Novembre 2018 alle 13:07

“La diffidenza per le parole sta indebolendo la democrazia occidentale”

America.TheNewAlphabet. Dipinto di Wosene Worke Kosrof

“E’ difficile, ora, capire quanto ingenui eravamo nel 2016”, ha scritto sul Financial Times Magazine l’editorialista Simon Kuper. “Quella primavera rimasi di stucco quando vidi per la prima volta lo slogan della campagna per il Leave, in vista del referendum sulla Brexit: ‘Diamo all’Ue 350 milioni di sterline a settimana. Diamoli al nostro sistema sanitario nazionale!’. Pensai che fosse vero, perché era impensabile appiccicare uno slogan così falso su un autobus, o no? Al tempo, quasi nessuno aveva mai sentito nominare il termine ‘fake news’. Non vi preoccupate, cari Brexiter: non sto provando a rimettere in discussione il referendum del 2016. Piuttosto, il punto è che la nostra relazione con le parole, da allora, è cambiata. Il tempo va più veloce, oggigiorno, al passo con il cambiamento tecnologico. In soli due anni, la maggior parte delle persone ha imparato a diffidare delle parole di chiunque non sia parte del loro immediato circolo di conoscenti (il che è una pessima notizia, per noi che campiamo vendendo parole). Se i Brexiter facessero oggi la loro promessa sul sistema sanitario nazionale, in pochi gli crederebbero. Ma ora che tutti sono diventati scettici, come ci si informa sul mondo?

 

Nel 2016 la maggior parte della gente diffidava dei media e dei partiti politici, credendo invece ai propri amici di Facebook e ai populisti. Donald Trump, in particolare, si presentò come un annunciatore di verità. Quando depositò la sua candidatura a presidente mettendo in guardia gli americani dagli ‘stupratori’ del Messico, stava deliberatamente rompendo un tabù dei discorsi pubblici: stava segnalando che lui avrebbe detto le cose che le élite stavano nascondendo e che, come tutti i populisti, avrebbe offerto intrattenimento. Lo disse lui stesso: ‘Io ho le parole migliori’. Da allora, però, persino le parole dei populisti si sono svalutate.

 

Soltanto il 19 per cento degli americani ora considera Trump ‘una fonte di informazioni imparziale e degna di fiducia’, ha rivelato lo scorso mese un sondaggio di Usc Dornsife/Los Angeles Times. Lo stesso dato era al 55 per cento tra i potenziali elettori repubblicani. I sostenitori di Trump sono soliti dire che ne condividono le politiche pubbliche ma che vorrebbero twittasse di meno. Di più, pensano che si sia fatto noioso. Nessun intrattenitore riesce a sostenere uno show mediatico di due anni, ventiquattr’ore al giorno. Le sue posizioni sul procuratore Robert Mueller che starebbe facendo una ‘caccia alle streghe’ si sono fatte vecchie. Intanto, in Gran Bretagna, le parole dei Brexiter si stanno scontrando con la realtà: si sta rendendo evidente che il Regno Unito non riesce ‘a riprendere il controllo’ nemmeno del Partito conservatore. Similmente, il governo populista italiano sta dimostrando che prendere a prestito più denaro non rende tutti più ricchi: semplicemente innalza i tassi d’interesse.

  

Proprio come i populisti, anche le informazioni reperite su Facebook stanno perdendo fiducia, dopo i vari attacchi di panico dovuti alla diffusione di fake news. ‘L’uso di Facebook come fonte di notizie è diminuito drasticamente, dal 2016, in molti paesi’, inclusa una caduta a picco di venti punti tra i giovani americani, ci rivela il Reuters Institute Digital News Report. Le sole parole cui credono in tanti, oggi, sono quelle degli amici stretti e dei parenti. I messaggi peer-to-peer saranno probabilmente decisivi nelle elezioni americane di midterm di novembre. Sopratutto nei paesi emergenti, la gente si informa sempre di più tramite i messaggi criptati di WhatsApp (di proprietà di Facebook). Su WhatsApp si può messaggiare soltanto con contatti di cui si ha il numero di telefono, per cui si ha la sensazione di star facendo una conversazione privata tra amici, in un circolo ristretto più intimo di quello di Facebook. In Brasile, in cima alle classifiche mondiali per la sfiducia nutrita nei confronti dell’informazione online, quasi tutti gli utenti di internet hanno WhatsApp. Quasi metà di questi lo utilizzano per informarsi. Ma un bel po’ di ‘notizie’ che si ricevono tramite amici sono false. In Brasile o altrove, ci sarà presto uno scandalo politico legato a WhatsApp, nel 2018 o nel 2019, simile a quello che ha colpito Facebook nel 2016. Allora, quando le persone capiranno che i loro amici gli hanno spammato un sacco di falsità, anche le relazioni più intime saranno inesorabilmente contaminate. Un consulente di comunicazione mi ha detto che i suoi clienti, ora, gli chiedono: come possiamo persuadere persone che non credono più a nulla? E’ questa, la domanda cruciale della nostra epoca. La sua risposta è: date loro esperienze. Fategli provare a guidare la macchina, o spruzzarsi il profumo, perché le persone credono ancora all’evidenza dei loro sensi. Dopotutto, la cartina di tornasole della verità è: ‘L’ho visto con i miei occhi’. Gli occhi contano sempre di più ora che internet (un tempo luogo di parole) è sempre più dominato dai video.

 

Dopo vent’anni di utilizzo dei portatili sopratutto per mandare messaggi, la gente ora usa i telefoni cellulari sopratutto per mandare immagini. Le generazioni più giovani evitano Facebook e privilegiano Instagram (posseduto da Facebook) e Snapchat. Non passerà molto tempo, tuttavia, prima che smettano di credere anche ai loro occhi. Presto i manipolatori potranno sfruttare l’intelligenza artificiale per produrre quelli che sono già stati battezzati video ‘deepfake’, che sembrano del tutto autentici ma non lo sono: un video di un discorso pubblico, per esempio, di un candidato presidente che confessa, con la sua vera voce, di essere un pedofilo. I deepfake ci potrebbero condannare a un’èra di totale scetticismo. Allora la questione sarà quella identificata da Umberto Eco più di vent’anni fa: ‘il vero problema […] non consiste in provare che qualcosa è falso, bensì nel provare che qualcosa di autentico è vero’. Nessuno sarà più sicuro di cosa sia reale. A molti neppure importerà”.

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Commenti all'articolo

  • Skybolt

    12 Novembre 2018 - 14:02

    E' uno dei tratti delle civiltà in declino, scriveva Spengler.

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