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Così è finita la campagna d'influenza castro-chavista in America latina

Maurizio Stefanini

Il Brasile e Haiti si distaccano dal modello che per anni aveva creato in America latina consenso attorno al regime comunista dell’Avana ed a quello bolivariano di Caracas

Roma. Dichiarazione uno: “Non possiamo ammettere schiavi cubani in Brasile né possiamo continuare ad alimentare la dittatura cubana”, ha detto Jair Bolsonaro.

 

Dichiarazione due: “Kot kòb petwo karibe a?”, è lo slogan in creolo della rivolta che ha portato un milione di persone in piazza a Haiti. Letteralmente: “Dove sono i soldi di PetroCaribe?”, 3,8 miliardi di petroldollari inviati dal Venezuela e misteriosamente svaniti.

 

Due eventi molto diversi. L’una è infatti la dichiarazione del presidente eletto del Brasile, l’altro è un moto popolare la cui repressione ha già fatto almeno sei morti e cinque feriti: cifre a cui la polizia aggiunge anche quella di 20 arresti.

 

Le due notizie, assieme, segnalano la crisi del soft power castro-chavista. Quel modello che per anni aveva creato in America latina consenso attorno al regime comunista dell’Avana ed a quello bolivariano di Caracas, a partire appunto dall’invio di petrolio e di medici. “Più Medici” è il nome del programma che aveva portato in Brasile 11.400 medici cubani, in base a un accordo risalente all’epoca di Dilma Rousseff. In realtà, anzi, i medici che si sono alternati in Brasile in cinque anni sono stati 20.000, e hanno curato 113,3 milioni di pazienti brasiliani. Il “contingente” in Brasile è circa un quinto dei 55.000 medici cubani che lavorano in 67 Paesi. Più della metà sono in Venezuela: circa 28.000.

 

L’opinione pubblica conservatrice ha preso questi medici di mira, usando come strumento polemico il fatto che il loro stipendio era pagato direttamente al governo cubano, che poi girava ai medici non più del 30 per cento. Insomma, “medici schiavi”, che non possono portare con sé le loro famiglie, costrette a rimanere a Cuba. L’indignazione è montata in particolare quando qualcuno di loro ha provato a chiedere asilo politico, e gli è stato rifiutato. “Lo danno al terrorista Cesare Battisti, e non a un poveretto schiavizzato!”. Bolsonaro si è attaccato a questa querelle quando ha detto che il suo governo avrebbe invece offerto asilo politico a tutti i medici cubani che lo avessero chiesto, e che avrebbe comunque pagato direttamente lo stipendio ai professionisti. La risposta è stata che dal 25 novembre i medici saranno ritirati. Il regime cubano ricava 11,5 miliardi di dollari all’anno dall’export di servizi professionali. Ci sono anche altre figure, come insegnanti o allenatori sportivi. Questi 11,5 miliardi sono la prima risorsa valutaria del regime: quasi 5 volte i 2,8 miliardi che ha fruttato nel 2016 il turismo.

 

Il Venezuela paga in petrolio, ed è qui che i due modelli si collegano. Le cifre esatte non sono mai stare rese note, ma Orlando Zamora, ex capo di divisione dell’analisi di rischio cambiario del Banco Central de Venezuela, ha affermato in un suo libro di aver visto dati sui sussidi dati dal governo all’estero per un valore di 24,7 miliardi di dollari, ma che potrebbero ascendere a 35 miliardi con altri stanziamenti non resi noti. L’opposizione venezuelana ha presentato un dossier in cui ha stimato tra 2005 e 2012 ben 70 miliardi di sussidi: in testa tra i beneficiari Cuba con 23,2 miliardi e il Nicaragua con 12,9. Ma a causa della cattiva gestione, l’abbondanza di petrolio è andata sprecata negli anni del chavismo. Secondo l’economista José Guerra, deputato per l’opposizione all’Assemblea Nazionale, molto presto il Venezuela cesserà di essere un paese esportatore di petrolio.

 

Con programmi come Petrocaribe Caracas spargeva petrodollari a pioggia nella speranza di esportare il suo modello ma invece di esportare la rivoluzione è stata esportata la corruzione.

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