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Guardi la Baviera e scopri che a correre a destra non si va così lontani

“Perché stiamo insieme?” si chiedono i conservatori europei. La Csu scalpita in Germania, ma i sondaggi non la premiano

Paola Peduzzi

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peduzzi@ilfoglio.it

11 Settembre 2018 alle 10:09

Guardi la Baviera e scopri che a correre a destra non si va così lontani

Horst Seehofer e Angela Merkel (foto LaPresse)

Milano. Tra i tanti pensieri che l’avanzata dei movimenti populisti e antisistema ci ha costretto a fare ce n’è uno che è una spina nel piede: ha a che fare con le alleanze, vecchie e nuove, che sono diventate indispensabili per formare i governi ma che sono molto faticose. Il pensiero è: ma noi, esattamente, perché stiamo insieme? E’ una domanda che in nessun contesto, personale o politico che sia, ha mai ripercussioni semplici, significa interrogarsi sulla propria storia, e sul proprio futuro. Nel mondo conservatore, si tratta di una domanda quasi esistenziale: i Moderati svedesi dovranno capire che cosa fare con il gruppo populista dei Democratici svedesi (finora hanno escluso l’ipotesi di fare un patto), ma lo stesso accade anche in Italia nel confronto tra Lega e Forza Italia e su scala europea è quel che accade nel Ppe, dove la conta è imminente. Questa settimana si decide che cosa fare del deterioramento della democrazia in Ungheria, che è il primo test della tenuta dei popolari, perché il partito al governo a Budapest, il Fidesz di Viktor Orbán, è un membro della famiglia del Ppe. Il candidato alla guida del Ppe in vista delle europee – che come si sa non sono più delle elezioni, sono una resa dei conti – Manfred Weber è per il matrimonio di convenienza: tatticamente serve rimanere uniti, gli spigoli si smusseranno di volta in volta.

     

Weber e ancor più il suo partito di appartenenza, la Csu, il partito cristianosociale della Baviera tedesca, sono la rappresentazione politica della spina nel piede. La Csu è da sempre alleata con la Cdu ora guidata dalla cancelliera Angela Merkel: l’Unione tra i due partiti conservatori è nata alle prime elezioni federali della Germania del Dopoguerra, nel 1949. Non è sempre stato un matrimonio felice, ci fu anche una breve separazione a metà degli anni Settanta, ma poi la crisi era rientrata, perché da un punto di vista elettorale e ancor più ideologico la vicinanza era necessaria e naturale. Nei decenni qualcuno si è anche chiesto se l’alleanza fosse davvero inevitabile, ma i dati e la consuetudine hanno sempre fornito una risposta certa: ci assomigliamo e insieme siamo più forti. Ora invece le perplessità sono tante: la crisi di governo intentata a luglio dal ministro dell’Interno tedesco, Horst Seehofer, leader della Csu, ai danni della cancelliera – sul tema dell’immigrazione, che altro? – ha fatto emergere i dissapori all’interno dell’Unione, che hanno sì fortissimi elementi personali (la Csu stessa vive di faide interne permanenti) ma anche una marcata connotazione ideologica. La Csu si è spostata a destra, sempre più, nella direzione opposta al centrismo merkeliano, e ambisce a portarsi dietro anche quel pezzo di establishment della Cdu che non ha mai guardato la svolta moderata della Merkel – sull’immigrazione ma non solo – con occhio benevolo. In questo modo, creando massa critica più conservatrice, pensa la Csu, si può combattere alla pari con l’Alternative für Deutschland (Afd), recuperando quell’elettorato che è scivolato verso destra ma che non si sente del tutto rappresentato dall’estremismo dell’Afd. E’ per questo che in questo clima di manifestazioni contro gli immigrati, una convergenza xenofoba che fa gridare in piazza “nazional socialismo ora ora ora!” contro “la dittatura della Merkel” aperturista, Seehofer insiste: l’immigrazione è “la madre di tutti i problemi” dell’Europa.

    

 

Un sondaggio pubblicato ieri dimostra però che il calcolo destrorso rischia di essere sbagliato – la resa dei conti non è lontana: il 14 ottobre si vota in Baviera. Secondo i dati dell’Istituto Civey, la Csu è al 35,8 per cento dei consensi, quando quattro anni fa, quando già ha registrato un calo, era al 47,7 per cento (101 seggi sui 180 del Parlamento bavarese). Chi compensa lo sbandamento dei cristianosociali? Da un lato l’Afd naturalmente, perché correre sul terreno dei populisti di mestiere è spesso controproducente, anche se la campagna “scuole libere dall’islam” dell’Afd ha causato molte polemiche. Dall’altro però crescono i Verdi, contraltare della Csu che per un breve periodo erano sembrati un alleato possibile persino per il governo federale (l’opzione Giamaica). Nei sondaggi, i Verdi sono al 16,5 per cento, il doppio rispetto al 2013, quando raggiunsero l’8,6. I Verdi piacciono ai giovani e piacciono nelle città, ma secondo i dirigenti della Csu la Baviera sta importando i problemi di tutto il paese. Così si sono messi a celebrare indefessi il “modello bavarese”, prospero e solido, siamo qui e ci interessa solo quel che accade qui, mentre fuori dal Land la spina punge dentro al governo: ma che ci facciamo assieme?

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    11 Settembre 2018 - 14:02

    Ovvio, dal punto di vista e di prassi degli intellettuali, in senso lato, opinionisti e giornalisti inclusi, il quesito: “Perché stare insieme?”, proietta e sviluppa la questione nel campo dei principi, delle culture, dei vissuti, delle tradizioni, delle radici, delle visioni, dei soggetti che dovrebbero stare insieme e, si focalizza più sulle differenze che sulle affinità. Ma la realtà, quella che da millenni è la sostanza, è una sola: le masse elettorali, il 90% dei voti sono lì, orientano le loro scelte in quelle direzioni che “sentono” o “credono” essere le più affidabili e sicure per garantire loro il soddisfacimento del desiderio del “panem et circences”. Roba prosaica, terra terra. Altro che “la legge morale dentro di me”. Stare insieme significa riuscire a proporre un modello di “panem et circences”, il più ampiamente credibile ai “sentire attuali” delle masse. Intesi? Attuali, quelli che sono, non quelli che “dovrebbero essere”.

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  • Skybolt

    11 Settembre 2018 - 12:12

    Forse non la premiano perchè too little too late, un po' come il PD con Minniti.

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