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Gli effetti dell’orbanizzazione dell’Ue

Il tedesco Weber punta alla guida della commissione, ma Merkel non è convinta. Molti partiti di destra virano verso l’estrema destra

6 Settembre 2018 alle 06:00

Gli effetti dell’orbanizzazione dell’Ue

Manfred Weber (foto LaPresse)

Bruxelles. La candidatura di Manfred Weber per diventare lo Spitzenkandidat, candidato guida, del Partito popolare europeo alle elezioni di maggio non fa di lui il prossimo presidente della Commissione. Al contrario. Prima di occupare la poltrona di Jean-Claude Juncker, il tedesco dovrà superare talmente tanti ostacoli da far apparire l’annuncio di ieri come un’operazione destinata soprattutto a ottenere visibilità in Baviera, dove la sua Csu rischia grosso alle elezioni regionali del 14 ottobre, con un probabile rimpasto di leadership del partito.

 

In vista del congresso del Ppe di Helsinki a novembre, quando i delegati dei partiti nazionali sceglieranno lo Spitzenkandidat, potrebbero emergere nuovi nomi, come l’ex premier finlandese Alexander Stubb e il capo negoziatore dell’Ue per la Brexit, Michel Barnier. Nel voto del 26 maggio del 2019, inoltre, il Ppe rischia di uscire fortemente ridimensionato in termini di seggi, al punto da delegittimare qualsiasi pretesa di continuare a dirigere la Commissione. Ma, paradossalmente, il principale ostacolo per Weber si chiama Angela Merkel. Ieri la cancelliera ha detto di sostenere la candidatura dentro il Ppe, salvo mostrare subito cautela: “Ora bisognerà vedere se ci saranno altri candidati del Ppe” e comunque restano “molti passi da fare”. Negli scorsi giorni dai diplomatici di Berlino sono arrivati segnali ambigui, il cui messaggio sottostante è sostanzialmente questo: lasciamo divertire i bambini (i deputati all’Europarlamento) con gli Spitzenkandidaten, tanto poi nel caos post elezioni saremo noi grandi (i capi di stato e di governo al Consiglio europeo) a scegliere il successore di Juncker.

Merkel non è mai stata entusiasta del sistema degli Spitzenkandidaten.

In base a questo sistema il capolista del partito europeo che ottiene più seggi dovrebbe essere nominato presidente della commissione. Per il presidente francese, Emmanuel Macron, non ha senso senza liste transnazionali. In un vertice a febbraio, i leader hanno detto che “non c’è automaticità”: non possono “garantire in anticipo che proporranno uno dei capilista come presidente della Commissione”. Lo stesso Europarlamento ha fatto retromarcia rispetto a quattro anni fa, quando Martin Schulz si inventò gli Spitzenkandidaten per candidarsi a nome del Partito socialista europeo. In una risoluzione adottata a febbraio, l’Europarlamento ha detto che accetterà solo uno Spitzenkandidat, ma non necessariamente quello del partito che ha ottenuto più seggi, aprendo la strada a possibili coalizioni postelettorali. E’ lo scenario preferito da Macron, probabilmente puntando sulla danese Margrethe Vestager, la commissaria alla Concorrenza che si è fatta un nome a colpi di multe miliardarie contro i colossi americani del digitale. Stando a fonti di Berlino, Merkel preferirebbe a Weber i più fidati Peter Altmaier e Ursula von der Leyen. Inoltre il gioco di ruoli dell’Ue nel 2019 include i presidenti di Banca centrale europea, Consiglio ed Europarlamento, oltre all’Alto rappresentante per la politica estera.

 

La candidatura a Spitzenkandidat di Weber indica comunque un’evoluzione importante degli equilibri politici dentro il Ppe. Il bavarese promette di battersi per una “European way of life” molto precisa: quella identitaria, cristiana e con le frontiere ermeticamente chiuse. E’ la stessa bandiera che portano Viktor Orbán e Sebastian Kurz, ma anche il magma nazionalista e populista che sta cercando di trasformarsi in un movimento in vista delle elezioni europee. “Dentro il Ppe è in corso un’orbanizzazione, con diversi partiti che virano a destra, come i Républicains francesi di Laurent Wauquiez o il Partido popular spagnolo di Pablo Casado”, spiega una fonte interna: “Weber potrebbe rappresentare un ponte e, in caso di forte progressione elettorale dei sovranisti, mettersi alla testa di una coalizione tra destra dura ed estrema destra”. Lo scenario non dispiacerebbe nemmeno a Macron, che potrebbe intercettare i moderati del Ppe in fuoriuscita e risollevare le sue sorti grazie al referendum “o me o Orbán”.

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Commenti all'articolo

  • stearm

    06 Settembre 2018 - 10:10

    Un film già visto negli Anni Trenta del secolo scorso. La destra liberale europea si cala le braghe davanti ai populisti. Che fare? Ma soprattutto di chi è la colpa? Bisognerebbe anche riscrivere la storia del Novecento a questo punto. Non fu lo spettro del comunismo a costringere la borghesia ad allearsi con la destra reazionaria. Fu la scelta di limitare i danni. Speriamo che questa volta la scelta si riveli almeno efficace e che la destra liberale riesca a limitarli. Capisco anche la posizione ambigua del Foglio, ma non la condivido. Una cosa però è certa: non è vera opposizione, è un'offerta di collaborazione.

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    • stearm

      06 Settembre 2018 - 14:02

      Aggiungo solo che, nel frattempo in America, si è formata una 'resistenza' di destra al populismo economico e razziale di Donald Trump. Una resistenza che opera all'interno dell'Amministrazione, un'altra che è rappresentata da numerosi intellettuali conservatori che attaccano duramente Trump sia sulle questioni economiche e strategiche, ma soprattutto su quelle etiche, comprese quelle legate all'immigrazione e al razzismo esplicito della destra reazionaria di cui Trump è emanazione diretta. Certo, vengono considerati dei 'traditori' da gran parte dell'elettorato conservatore, ma appunto questo è il prezzo da pagare se si vuole fare opposizione. Poi è legittimo non fare opposizione, come scrivevo sopra. Dipende anche a quali valori si dà più importanza. L'America, con tutte le sue contraddizioni, tutto sommato, è un paese 'originariamente' multietnico. La battaglia culturale è sul come riuscire a convivere, non se convivere o meno.

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