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L’urgenza di una destra antipopulista

L’anomalia italiana non è un partito progressista debole ma l’assenza di un progetto conservatore alternativo al modello sfascista. Perché le europee si giocano qui (e perché Berlusconi ha chiesto informazioni su Calenda)

Claudio Cerasa

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cerasa@ilfoglio.it

22 Agosto 2018 alle 06:01

L’urgenza di una destra antipopulista

Giorgia Meloni, Matteo Renzi e Silvio Berlusconi (foto LaPresse)

In un bellissimo scambio di battute avuto nemmeno due mesi fa sul Foglio con Marianna Rizzini, il nostro amato Vincino, invitandoci con gioiosa irresponsabilità a godere di questo momento di cambiamento e ricordandoci quanto sia positivo per un paese avere una costante anche se disgraziata alternanza tra forze politiche in grado di generare un “resettaggio complessivo della classe dirigente”, ha descritto in poche righe quale sarà nei prossimi mesi il principale problema dell’opposizione in Italia. E il nostro articolo, in un giorno in cui ragionare su qualsiasi cosa che non riguardi il nostro Vincino è davvero impossibile, non può che partire da qui, da quel dialogo, da quell’intuizione, da quelle parole. “Cos’è l’opposizione oggi? Vedete, è come quando per anni guardi lo stesso panorama e non lo vedi più, non distingui i contorni e i dettagli: inutile che dicano ‘l’elettorato non ci ha capiti’. L’elettorato ha capito che eravate diventati inutili, ma adesso c’è modo di guardarsi con occhi diversi e costruire, si spera, qualcosa di diverso”.

 

I contorni e i dettagli che non si vedono più hanno naturalmente a che fare con coloro che oggi dovrebbero costruire un’alternativa al governo populista. Ma se proviamo ad allargare per un istante la nostra inquadratura ci renderemo conto che la grande anomalia italiana, e forse non solo italiana, non è avere un partito progressista molto debole, ma è avere un partito conservatore praticamente inesistente, che non ha ancora deciso cosa fare della sua vita. Rispetto agli anni passati non c’è dubbio che avere un Partito democratico che viaggia su cifre che non superano il 18 per cento è un’anomalia rispetto alla storia recente del nostro paese, ma da qualche anno a questa parte in realtà la crisi delle socialdemocrazie continentali, tranne il caso del Portogallo governato da una coalizione di partiti di sinistra guidati dai socialisti arrivati nel 2015 al 32,3 per cento, ha contribuito a livellare verso il basso le percentuali dei partiti progressisti. Nel 2015, il Pasok in Grecia si è fermato al tre per cento. Nel 2017, in Francia, il Partito socialista si è fermato al sette per cento. Nel 2017, nei Paesi Bassi, il Partito socialista si è fermato al 5,7 per cento. In Polonia, nel 2015, i socialdemocratici hanno toccato il 7,5 per cento, più o meno la stessa cifra raggiunta due anni dopo dai cugini socialdemocratici della Repubblica ceca, arrivati al 7,3 per cento. In Spagna, nel 2016, i socialisti sono riusciti a restare sopra il 20 per cento di poco, toccando il 22, e l’anno dopo in Germania i socialdemocratici si sono fermati al 20,5, poco più dell’Spd finlandese, arrivata al 16,5 per cento alle politiche del 2015, e poco sotto i socialdemocratici austriaci, arrivati al 26,9 per cento, poco più del 26,3 per cento dei socialdemocratici danesi. La crisi del Partito democratico, in Italia, è importante e forse inarrestabile ma la differenza che separa i progressisti italiani rispetto alla media di quelli europei è nulla se si guarda alla differenza che separa i conservatori italiani da quelli del continente (il Regno Unito, per sistema, tradizione e traiettoria, è tutta un’altra storia).

 

Alle elezioni di marzo, la costola italiana del Ppe, Forza Italia, si è fermata al 14 per cento, mentre le costole del Ppe in altri paesi, per quanto in crisi, sono riuscite ad arrivare a cifre del tutto diverse. In Germania, la Cdu viaggia intorno al 32,9 per cento. In Spagna, i popolari viaggiano intorno al 33 per cento. In Austria, il partito conservatore alle ultime elezioni ha ottenuto il 31,4 per cento. In Olanda, nel 2017, i popolari, al loro minimo storico, hanno toccato quota 21 per cento e persino il disastrato Ump francese al primo turno delle presidenziali del 2017 ha sfiorato il 20 per cento, fermandosi al 19,49 per cento. Da qui alle prossime elezioni europee, dunque, la grande partita che merita di essere studiata fino in fondo è proprio questa ed è il tentativo di capire se in ciò che resta del mondo conservatore italiano esiste ancora la volontà, come diceva Vincino, di guardare con occhi diversi al domani e di costruire qualcosa di diverso. In Europa, tranne in alcuni casi, sono i paesi in cui i partiti conservatori hanno retto a essere riusciti a tenere lontani dal governo i partiti anti sistema. Ma da qui alle prossime elezioni europee in realtà non è detto che sia sufficiente avere partiti conservatori in salute per riuscire ad arginare la furia antisistema e nelle prossime settimane capiremo se all’interno del Ppe a prevalere sarà l’anima più vicina a due conservatori irregolari e antieuropeisti come Orbán (Ungheria) e Kurz (Austria) o se a prevalere sarà ancora una volta lo spirito europeista incarnato da Angela Merkel. Il tema riguarda l’Italia, naturalmente, ma riguarda anche grandi paesi come la Francia e come la Spagna, dove i nuovi leader dei maggiori partiti di centrodestra – in Francia è un pupillo di Nicolas Sarkozy, Laurent Wauquiez, in Spagna è un pupillo di José María Aznar, Pablo Casado – non hanno ancora esplicitato in modo chiaro se da qui alle europee intendono inseguire o contrastare i partiti anti europeisti. Capire quale sarà l’identità futura dei partiti di centrodestra in Europa sarà importante per comprendere se nel prossimo Parlamento europeo il fronte popolare guidato da Orbán e Kurz avrà intenzione o no di costruire un asse trasversale con il fronte populista dei Salvini e delle Le Pen. Eppure le percentuali delle ultime elezioni ci dicono che il ragionamento generale riguarda in prima battuta soprattutto l’Italia dove ciò che resta di Forza Italia dovrebbe forse rendersi conto che per costruire un’alternativa al governo populista ha il dovere, costi quel che costi, di tagliare il cordone ombelicale con la Lega di Salvini e di prendere una decisione importante: il partito fondato da Berlusconi ha intenzione o no di diventare una costola del salvinismo?

 

Per far diventare Forza Italia una corrente della Lega è sufficiente continuare a fare quello che sta facendo oggi ovvero affrontare un momento storico straordinario come quello che stiamo vivendo come se fosse semplicemente ordinario. Per non far diventare Forza Italia una semplice corrente della Lega è invece necessario rendersi conto che in una fase storica in cui il fronte progressista mostra in tutta Europa sintomi prossimi all’estinzione il dopo Berlusconi non può più continuare a essere un tabù. Il fronte popolare italiano può diventare un argine al populismo solo a condizione che quel fronte, il populismo, decida davvero di combatterlo. Servono leader su cui scommettere, servono casting per scovare talenti, servono primarie per dare una legittimità popolare anche a un Tajani, servono nuove energie per mettere insieme il meglio della cultura politica italiana che non si riconosce nella sinistra ma che si riconosce nel sogno europeista. Silvio Berlusconi lo sa e deve essere anche per questo che appena un mese fa, ragionando di leadership su cui scommettere nel futuro, ha chiesto a Paolo Romani di incontrare Carlo Calenda e di provare a vedere insieme l’effetto che fa. E’ arrivato il momento di guardarsi e di guardarci con occhi diversi, diceva Vincino. E un’opposizione con la testa sulle spalle, forse, non può che partire da qui. Ciao Vincino, niente lacrime, come tu volevi, ma ci mancherai.

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Commenti all'articolo

  • lorenzolodigiani

    22 Agosto 2018 - 16:04

    Caro Cerasa, ritengo che all’interno di Forza Italia i seguaci di Tajani costituiscano una minoranza esigua, quanto esiguo e’ divenuto il peso di quel partito. Forza Italia diverrà come lei teme una corrente della Lega. Del resto in questa direzione hanno operato finora le televisioni del cav ed operano ancora, in parte, i suoi giornali. Mi sentirei imperdonabilmente pessimista se vedessi una deriva orbaniana anche nei popolari europei, ma guardo alle prossime elezioni europee con malcelata preoccupazione.

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    • stearm

      06 Settembre 2018 - 14:02

      Non si tratta di ottimismo o pessimismo. Che la destra moderata preferisca fare da ancella a quella reazionaria piuttosto che fare fronte comune con la sinistra riformista è iscritto nella storia del nostro continente.

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  • branzanti

    22 Agosto 2018 - 16:04

    Caro Direttore credo che in Italia manchi, in questo momento, un credibile partito popolare (non confessionale), capace di sostenere le libertà personali e quelle economiche ed il contenimento del ruolo inevitabile della pubblica amministrazione. Un partito, quindi, che eviti i furori statalisti che hanno sempre caratterizzato la destra italiana, ma anche l'estremismo reazionario della destra americana. Questo partito, semplicemente, oggi non c'è e dubito possa scaturire da qualche operazione di maquillage, piuttosto dovrebbe prendere le mosse dall'aprire una fase nuova di progetto e di comunicazione politica, che sappia andare oltre le passate logiche di Schieramento. Che sappia parlare di immigrazione evitando il derby dell'assurdo Salvini-Saviano, di vaccini con la competenza di Burioni, di economia e finanza con la forza dei numeri. Il tempo degli urlatori finirà, intanto occorre lavorare al futuro. Chi si chiama fuori per qualche voto, si assume una pesante responsabilità.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    22 Agosto 2018 - 15:03

    Il titolo riflette l’impostazione della distorta semantica del lemma. È una costante anomala del nostro linguaggio politico usato per ottenere consenso. Sempre “anti”: comunista, fascista, Craxi, Berlusconi, Renzi, Salvini,. Di Maio, Liberale, iniziativa privata, Tav, Tap, vaccini, ecc. Sempre, invece “pro” ad uno Stato, odiato in sé, come espressione di una combriccola di ladri e corruttori, ma sempre invocato, preteso come assistenzialista, in ogni circostanza. Dalla fabbrica che chiude per mancanza di commesse, ai terremoti, ai ponti che crollano, alle lentezze della giustizia, alle ingiustizie sociali, ecc. Non ci si rende conto che tutto deriva dalla prevalenza degli “anti”, del concionare, al posto del “fare”. Il nostro “non riuscire fare squadra”, pure. Poi concordo: le platee sono quelle che sono e, nessuno s’è mai impegnato a dar loro spunti ... non populisti. Parafrasando: “Stretta è la foglia, più stretta la via”

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