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No, un congresso anticipato oggi può essere solo un danno per il Pd

La segreteria Martina è penosa però un confronto immediato sarebbe una lotta tra correnti. Meglio aspettare

12 Agosto 2018 alle 06:00

Il segretario Maurizio Martina all'Assemblea Nazionale del Pd (Foto LaPresse)

Il segretario Maurizio Martina all'Assemblea Nazionale del Pd (Foto LaPresse)

Le varie prove dell’inettitudine della dirigenza provvisoria del Pd a gestire decentemente uno spazio di opposizione che apparirebbe sconfinato spingono a chiedere di farla finita al più presto, celebrando rapidamente un nuovo congresso che legittimi una nuova classe dirigente. Ma questo meccanismo, già ripetuto varie volte – fare un congresso per liberarsi di un gruppo dirigente sconfitto – si è già dimostrato del tutto insufficiente. Un congresso che metta insieme tutte le recriminazioni anti-renziane, o, al contrario, confermi l’impianto politico impresso al Pd da Matteo Renzi senza correggerne le insufficienze, sarebbe solo una verifica di influenza dei gruppi dirigenti uscenti e ammaccati e, probabilmente, il brodo di incubazione di nuove rotture. Le rotture non sono peraltro il peggiore dei mali, di peggio c’è la paralisi determinata dalla costante giustapposizione di posizioni diverse o antitetiche, che impedisce di realizzare un dialogo comprensibile con la base sociale e l’opinione democratica in senso lato.

  

L’inerzia spinge verso un esito lamentevole, la trasformazione del Pd in una formazione subalterna all’interno di una nuova “sinistra” egemonizzata dal Movimento 5 stelle. Gran parte degli esponenti anti-renziani o post-renziani rimprovera a Luigi Di Maio di aver scelto l’alleanza con la Lega, che avrebbe snaturato spostandolo a destra il carattere del movimento. Se a questa deriva pressoché automatica non si contrappone esplicitamente una diversa strategia e una esplicita proposta di alleanza con l’opposizione moderata, essa diventerà una specie di senso comune.

 

Celebrare già in autunno un congresso esenta i dirigenti dal confrontarsi con la durezza necessaria con la situazione di isolamento e declino del Pd, che la penosa gestione del povero Martina riduce alla irrilevanza. Ci si libererà da Maurizio Martina, ma non dal complesso di inferiorità che la sua segreteria esprime: il Pd non si sente responsabile del futuro dell’Italia, aspetta di vedere dove la conducono gli apprendisti stregoni che detengono il governo, in attesa di beneficiare dalla delusione per le promesse mancate o per i disastri provocati tentando di mantenerle.

 

Giocare di rimessa è una tentazione comprensibile in chi è stato messo all’opposizione, ma quello che funzionava in un sistema bipolare all’italiana (dove a ogni legislatura di centrosinistra ne è seguita una di centrodestra e viceversa) diventa del tutto inefficace e forse addirittura controproducente quando il quadro politico mette al centro un contratto tra partiti in competizione, che anche in caso di fallimento giocheranno tra loro la partita della ritorsione, lasciando gli altri ai margini in funzione di spettatori o di soci di minoranza.

 

Nessuna delle proposte politiche avanzate finora all’interno del Pd si confronta davvero con lo scenario esistente e con le sue possibili evoluzioni. Si evoca una specie di rivincita, anche se ciascuno pensa più a una rivincita del suo gruppo che a una effettiva assunzione di centralità del partito, per non parlare della vocazione maggioritaria. Si cerca di dare l’impressione di un “ritorno alle periferie”, di una ricostruzione di una capacità di mobilitazione che ricalca schemi obsoleti. Il Pd è il partito di settori importanti del ceto medio produttivo e del lavoro dipendente, oltre che di una quota non irrilevante della classe dirigente: insomma è un partito interclassista con un insediamento forte nei centri urbani.

 

Invece di vergognarsene dovrebbe sviluppare questi caratteri reali costruendo una politica corrispondente, una politica centrale, per non dire centrista, che è forse più “rivoluzionaria”, certo più difficile, in tempi di sdoganamento di tutti gli estremismi irrazionali, di un romantico ritorno a origini di purezza proletaria di cui in realtà nessuno ha la minima nostalgia. Serve un congresso arruffato e arruffone per acquisire questa consapevolezza? Forse anche no.

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Commenti all'articolo

  • guido.valota

    12 Agosto 2018 - 15:03

    Forse il voto pd-leu per il rinvio dei fondi alle periferie non era un episodio di stato confusionale. Forse è l'ammissione freudiana che 'le periferie' sono infestate di grillini che vivono di espedienti e falsa invalidità. Quelli sono avidi di altri sussidi, non di corsi pubblici di teatro.

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  • Giovanni

    12 Agosto 2018 - 10:10

    Non sono d'accordo. Si vada invece al congresso quanto prima possibile, si scoprano le carte, succeda quel che deve succedere. Ci sarà un cataclisma? Ebbene sia! Qualcuno o tanti lasceranno il partito per fondarne un altro? E sia perbacco! Ma questo lento trapasso ferale e inconcludente è assai peggio del terremoto. Dopo un terremoto si ricostruisce, dopo il decesso c'è il nulla.

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  • David

    David

    12 Agosto 2018 - 09:09

    Complimenti a Soave per quest’analisi lucida che contiene anche gli elementi per una ripartenza di un partito “ centrale” capace di rappresentare le forze sociali indicate,ma che potrebbe essere un partito diverso dal Pd .

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