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Il centrodestra annichilito può ripartire solo da una scelta di campo liberale

Esistono ancora, in Italia, elettori moderati? E, nel caso, qual è il loro peso nel centrodestra, a prescindere dalle offerte politiche ora in campo?

27 Agosto 2018 alle 10:15

Il centrodestra annichilito può ripartire solo da una scelta di campo liberale

Foto LaPresse

Al direttore - I sondaggi, qualunque valenza si voglia attribuir loro, sono chiari: la maggioranza di governo, per quanto la si possa giudicare male assortita e instabile, rasenta il sessanta per cento; Forza Italia è ai minimi storici. Qui siamo oltre la stessa categoria di “crisi”, che per esempio si può attribuire alla situazione del Partito democratico, che si attesta al diciotto per cento. Lo scenario che si profila davanti agli elettori moderati è l’annichilimento pratico di questa opzione politica. La domanda però è d’obbligo: esistono ancora, in Italia, elettori moderati? E, nel caso, qual è il loro peso nel centrodestra (ormai derubricato a nom de plume buono solo per i sondaggi), a prescindere dalle offerte politiche ora in campo?

 

Invero, la base sociale di questa cultura politica un tempo era molto più chiara, tenuta insieme anzitutto dal collante dell’anticomunismo, una posizione certo meno sbandierata dello speculare antifascismo anche perché non in grado di garantire le stesse rendite, ad ogni livello: politico, culturale, di status. Laddove l’antifascismo è stato un fenomeno di masse e delle masse, l’anticomunismo si è ritagliato lo spazio di una attitudine individuale di opposizione a questa massificazione della coscienza politica, e come tale ha fornito uno scarno contenuto ideologico a quelle forze politiche che hanno tentato, a volte con successo, di rappresentarlo. In altre parole, c’era bisogno di più di questo per poter aspirare a diventare cultura maggioritaria nel nostro paese.

 

All’uopo venne in soccorso la sedicente “rivoluzione liberale”, un sogno enunciato in uno slogan anche lessicalmente male assemblato, ma bastevole per mobilitare la mitica maggioranza silenziosa che fremeva sotto le ceneri del compromesso catto-comunista. Un sogno e uno slogan, appunto, niente di più. Sul quale hanno gravato e gravano ancora fenomeni completamente antitetici a quella che avrebbe dovuto essere la sua ispirazione di fondo, come il conflitto di interessi, il leaderismo ossessivo, il centralismo plebiscitario, il disprezzo delle regole, il sovranismo. La rivoluzione, insomma, si era fatta manutenzione conservatrice di interessi e rendite che la allontanavano inesorabilmente dall’ispirazione liberale.

 

Alle soglie del terzo millennio, un’evoluzione (involuzione?) in senso identitario di questa offerta politica ha portato a scimmiottare le culture war neoconservatrici di stampo nordamericano, alla ricerca di un consenso politico attorno alla difesa dei cosiddetti valori non negoziabili, dove alcuni movimenti hanno avuto più responsabilità di altri nella confusione che si è venuta a creare tra religione e politica, e nel presentare come pensabile addirittura uno iato tra valori cristiani di destra e valori cristiani di sinistra. Il compianto Navarro-Valls lo ricordava qualche anno fa in un editoriale per Repubblica, non esattamente un quotidiano filocattolico: “Un ethos è autenticamente tale, però, quando riesce a conformare una visione intera della vita, altrimenti perde ogni credibilità. Un ethos asimmetrico, settoriale, manca di razionalità. Una visione etica settorializzata, fatta a macchie di leopardo, assomiglia ad una persona che dice la verità solo ogni tanto e vuole essere creduta sempre. Non si può utilizzare un valore etico contro un altro”.

 

L’allora centrodestra scelse comunque, con pochi distinguo interni, questa strada. Un altro modo di guardare indietro mentre problemi ben più complessi affollavano il presente. Un modo per dirsi diversamente conservatori, e per farsi invece travolgere dalla radicalizzazione dei costumi, privati e pubblici, che ha sovvertito l’impianto cristiano della nostra società. Un modo per impostare quella politica della paura, che oggi, con un oggetto ancor più circoscritto e con metodi più violenti riesce finalmente a produrre il consenso elettorale sperato. Ma a che prezzo. Ad ogni modo, dopo la liquidazione della dottrina economica liberale, derubricata a mero manualetto per un risibile contenimento della pressione fiscale, si consumò così anche l’accantonamento di quell’antropologia liberale che non rinuncia a propugnare valori e principi, ma evita di perseguirli in maniera agonistica, in quanto convinta che non possano essere imposti per via autoritativa né governabili dalle leggi del mercato e dello scambio.

 

Perduto dunque qualunque riferimento metapolitico, sono emerse al tempo stesso tutte le abilità e le lacune tattiche degli interpreti principali del centrodestra, così come dei loro succedanei: animatori di piazze più vuote di un tempo, conversatori sempre meno brillanti nei talk show, ormai principianti della comunicazione via web e surclassati nell’uso dei social, fino a essere rinunciatari nella proposizione di un’agenda politica che puntasse ad essere maggioritaria, e a rinchiudersi nell’orticello ad esaurimento degli affezionati o dei nostalgici. Tutto ciò dovrebbe servire a ricordare che, nell’attuale congiuntura mondiale, e italiana in particolare, se è lecito sperare un riposizionamento di questa cultura politica, occorre che una scelta venga fatta. Si può essere conservatori o liberali, non entrambe le cose, come è accaduto sinora con i vari poli e popoli della libertà. Essere convintamente dei secondi significa guardare con fiducia alle sfide presenti: sul piano dell’economia (bando al protezionismo), del lavoro (con l’innovazione 4.0), delle relazioni internazionali (il sovranismo è un vicolo cieco), dell’ambiente (per una crescita integrale e non per una decrescita insostenibile), della cultura (investire ad ogni livello nelle eccellenze, senza cedere alla retorica parasindacale merito/disuguaglianza), della questione migratoria (l’accoglienza è il destino dell’Europa, per non morire su se stessa). Certo, questo non è un programma da tutti. Ma può esserlo per tutti, a cominciare da quei “liberi e forti”, come li chiamava Sturzo cento anni fa, che non si rassegnano al populismo illiberale e ai suoi (mal)costumi.

 

Maurizio Serio, storico delle dottrine politiche, Università Guglielmo Marconi

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Commenti all'articolo

  • Giovanni Attinà

    27 Agosto 2018 - 17:05

    Cosa pensino effettivamente i moderati e l'area cosiddetta liberaldemocratica è difficile appurarlo. Un fatto è certo: i tanti milioni d'Italiani che non votano non si sentono rappresentati dagli attuali partiti. Poi sulla questione dei moderati c'è anche la grande confusione dell'attuale cosiddetto centrodestra, con la sindrome dell'Opa di Salvini, che , però si allea con i 5 Stelle. Di conseguenza occorre fare chiarezza una volta per sempre, con programmi e idee innovative e di vera rivoluzione liberale, annunciata 30 anni fa e mai attuata, soprattutto nel periodo di governo del cosiddetto centrodestra. Infatti non è questione di privatizzazioni e dintorni, ma è questione di essere vicini alla gente , dare servizi efficienti, lavoro e sviluppo, riducendo la pressione fiscale e abbattendo soprattutto la burocrazia. Se i giovani rappresentano l'avvenire non si può discettare di flessibilità, soprattutto da parte di coloro che hanno il posto fisso.

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  • stearm

    27 Agosto 2018 - 15:03

    Non per fare l'uccello del malaugurio, ma già una volta, negli anni Trenta, la destra liberale fu politicamente annichilita, anzi inglobata dalle destre reazionarie. Certo c'era lo spettro del comunismo che incombeva. Certo, le analogie lasciano il tempo che trovano. Ma c'è una differenza sostanziale tra il crollo di una destra moderata per opera del salvinismo e la crisi della sinistra riformista. E' che tutto sommato la sinistra riformista in Italia è sempre stata intorno al 15-20%, anzi a volte intorno al 10%. E' che si alleava con l'ala massimalista. Adesso la frattura c'è stata e non è rimarginabile. Onestamente non so quanti elettori di Forza Italia siano liberali di destra, ma l'OPA di Salvini pare essere molto convincente.

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  • gabriele.gab.monti

    27 Agosto 2018 - 14:02

    non solo si può essere conservatori e liberali, ma anzi l'unico modo per essere liberali è essere conservatori. merito, competizione, responsabilità, famiglia piuttosto che stato, sono valori conservatori e permettono il funzionamento della società liberale.

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  • manfredik

    27 Agosto 2018 - 12:12

    Ma no! Si può essere conservatori e liberali. Bisogna riportare al centro della politica gli interessi (non le "emozioni"). Quali sono gli interessi della classe media oggi in Occidente? Contenimento dello strapotere della finanza: più check and balances e tutela del risparmio. Sicurezza della persona e del patrimonio garantita dalla capacità dello Stato di "sorvegliare e punire". Stato di diritto. Istruzione. Tutela della salute indipendentemente dallo status di occupazione (sistema Europeo non quello USA). Libertà d'impresa e società di mercato ma con una puntuale e corretta valutazione delle "esternalità economiche" positive e negative e incentivi compensativi fiscali (+) e (-) proiettati nel lungo termine. Controllo ferreo dell'immigrazione, subordinata all'integrazione civile ed economica. Lotta senza quartiere al multiculturalismo, al relativismo e al buonismo. Meritocrazia a tutti i livelli nel pubblico e nel privato. Questa era la grande Destra Europea. Questa serve adesso.

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    • stearm

      27 Agosto 2018 - 17:05

      La lotta al multiculturalismo, al relativismo e al buonismo va bene se si fa su un piano culturale, cercando di muovere le coscienze. Ma se vedere un negro che chiede l'elemosina al supermercato diventa il problema che assilla la stragrande maggioranza del popolo si rischia di cadere in una anacronistica difesa della razza, che è deleteria non in quanto tale, ma perchè ignora il fatto che l'immigrazione ben regolamentata porta anche una serie di vantaggi economici e anche culturali. Per dirla tutta, va bene difendere le tradizioni e i valori occidentali, ma se si parla di 'emergenza' immigrazione bisogna pure fare dei distinguo ovvero spiegare in che senso c'è un'emergenza. Rendiamoci anche conto che il mondo ormai ospita 7 miliardi di persone e che la percentuale degli italiani 'puri' (per quello che voglia dire) tende a scendere progressivamente, a prescindere dalle politiche sull'immigrazione. Lo stesso vale anche per altri paesi europei, compresi quelli di Visograd.

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      • Skybolt

        27 Agosto 2018 - 18:06

        Egregio, "immigrazione" in realtà è importazione di gruppi etnici "self-contained" che balcanizzano la società, sia perchè hanno valori di convivenza incompatibili con quelli della società "ospite" sia perchè, soprattutto, non hanno gli strumenti per dotarsene di nuovi. EIn buona parte questo è dovuto alle comunicazioni molto più facili: oggi un "importato" mantiene contatti continui con il paese di partenza, e difficilmente rinuncia alla cittadinanza. Creare enclave dotati di propria cultura e legislazione (o mancanza di) è distruttivo per qualunque società contemporanea. Altro problema è che, aldilà delle sciocchezze economiciste (ci pagano le pensioni è una balla colossale smentita da tempo, almeno dalla fine dei '90), in una società come quella europea l'immigrazione/importazione va gestita, e la gestione non si può lasciare agli operatori economici... che si comportano come tali: sfruttano la concorrenza sul mercato per comprimere i costi (lamentandosi che non ci sono ingegneri).

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        • stearm

          27 Agosto 2018 - 22:10

          No, scusa, una cosa è dotato di propria cultura, un altro essere "dotato di legislazione propria" (cosa peraltro impossibile). Anzi è possibile se lo si configura come apartheid, ovvero il contrario di quello che si sta verificando (per fortuna). Lo stato di diritto deve certo essere difeso. Immaginare che qualcuno rinunci alla propria cultura per 'integrarsi' in un'altra è ugualmente impossibile. Col tempo certo l'identità si diluisce, ma al massimo si arriva a qualche forma di sincretismo. Rimane la domanda che facevo: se il problema è la cultura, servono politiche culturali. Quindi sì alla difesa dello stato di diritto, ma se il sogno è la difesa della razza, si insegue un sogno che in realtà è un'incubo. Poi tanto ci penserà il capitalismo a punire avventure reazionarie. Oppure aboliamo il capitalismo.

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