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Settembre a destra

Il divorzio, l’ira della figlia, la tattica per il solito colpo d’autunno che non riesce. Boris Johnson ha inglobato l’estremismo sovranista, ma ora deve ricominciare a contare (gli alleati)

7 Settembre 2018 alle 21:20

Settembre a destra

Boris Johnson (foto LaPresse)

Milano. Boris Johnson, ex ministro degli Esteri britannico, è stato cacciato di casa per la terza volta da sua moglie, un altro tradimento, l’ultimo, perché lei ha deciso di separarsi. Dopo la cover del Sun sul “Bonking Boris” (foto sotto), con la figlia Lara che dice del padre che è “un bastardo egoista”, è stato annunciato il divorzio, con il video appena girato di Johnson che lascia la casa di famiglia nell’Oxfordshire, sale in auto e va. Gli scandali amorosi di Johnson non sono certo una cosa nuova, anche la sua arte di nascondersi e camuffare non si è particolarmente affinata se, come ha raccontato il tabloid, incontrava una donna più volte a settimana chiedendo a tutti di essere lasciato solo per un paio d’ore. Di nuovo c’è il divorzio, dopo molti anni, e non è difficile immaginare l’ironia britannica, visto che nel frattempo l’intero Regno Unito è impegnato in una causa di divorzio con l’Unione europea: “Boris Johnson ha infine raggiunto il single market” è forse la migliore.

 

  

Si è molto dibattuto sulle conseguenze di questo divorzio per troppi tradimenti: spezza i sogni di Boris Johnson di diventare finalmente leader dei Tory e premier del Regno Unito? Il Sun, che ha scoperto l’affaire, crede che sia una pietra su una carriera che già procede a scossoni: il mondo conservatore non accetterà un’altra intemperanza di questo leader-non-leader a caccia del suo posto al sole. Molti sostengono il contrario: i leader pieni di donne non vengono quasi mai puniti con la fine della loro vita politica, il perdono pubblico per il tradimento è spesso più veloce di quello delle mogli. Semmai il problema di Johnson è un altro, ed è sempre lo stesso, ogni settembre uguale: i numeri.

 

Questo è il mese in cui ci si prepara alle conferenze di partito, resa dei conti annuale delle varie faide in corso. Boris Johnson è il re di queste vigilie: costruisce eventi, occasioni, scrive o fa scrivere (ora che non è più ministro fa in proprio) moltissimo sulla sua visione della Brexit e del ruolo del Regno Unito nel mondo e cerca di infastidire il più possibile chi è al potere. In particolare Theresa May, che ancora non ha capito se Johnson è più innocuo quando sta nel governo o quando sta fuori. Per quest’anno, Johnson ha preparato un grande incontro organizzato a Birmingham da ConservativeHome – l’aggregatore di contenuti legati al Partito conservatore che più parteggia per Johnson – il giorno prima del discorso finale della May. Colpo su colpo, come si dice. L’obiettivo è quello di proporre un piano alternativo a quello dei Chequers, che è stato adottato dal governo a luglio ed è il motivo per cui Johnson si è dimesso. L’ex ministro ha cercato di delineare questa alternativa, ma la corsa per una terza via tra la soft Brexit e il no deal cozza sempre contro gli stessi ostacoli, in particolare la questione nordirlandese. Per la fine del mese si faranno passi avanti di certo – ci sta lavorando anche David Davis, altro fuoriuscito dal governo contestualmente a Johnson – ma alcuni paletti sono ormai talmente chiari che è difficile trovare una formula che possa al contempo piacere agli hard brexiteers e all’Europa. Così si marcia verso il no deal che è la sciagura dei negoziatori – nonché il fallimento stesso della loro ragion d’essere – e l’obiettivo originario dei più falchi. In questo si compie la trasformazione di un personaggio come Boris Johnson, al netto della sua stravaganza personale.

 

Mentre in Europa le destre si stanno interrogando e un pochino tormentando sulla propria identità, più liberali o più illiberali, Merkel o Orbán, nel Regno Unito l’ala conservatrice dura ha inglobato l’estrema destra. Gli indipendentisti dell’Ukip sono quasi scomparsi, resta soltanto Nigel Farage, che a parte il folklore non è molto diverso da Johnson, in particolare per il flirt con l’ipotesi no deal. Se a questo si aggiunge la liaison tra Johnson e Steve Bannon, sopravvalutato portavoce della rivoluzione populista, si completa il quadro: Boris Johnson ha incontrato più volte Bannon non tanto per affinità ideologiche – tecnicamente Johnson è un liberale – ma come simbolo di questa sovrapposizione tra un partito tradizionale e la sua costola più a destra. Che è un po’ la corsa che molti leader, a partire dal candidato alla guida del Ppe Weber, stanno cercando di fare nel modo meno dinoccolato possibile. Boris è già arrivato, ma alla conta dei suoi sostenitori finora non è mai sopravvissuto.

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