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Una Brexit “soft” non è così male

Anche i tabloid più brexitari del Regno Unito stanno iniziando a capire che l'unico piano sopravvissuto alla guerra interna ai Tory è il compromesso dei Chequers e chiedono una tregua ai golpisti conservatori

Paola Peduzzi

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peduzzi@ilfoglio.it

14 Settembre 2018 alle 06:00

Una Brexit “soft” non è così male

La premier britannica Theresa May (foto LaPresse)

Milano. Ieri il Regno Unito si è svegliato con un’altra prima pagina sui traditori, termine usatissimo nella guerra civile che ci ostiniamo a chiamare Brexit. Chi tradisce il popolo, chi tradisce il paese, chi tradisce il mandato, chi tradisce l’amico, l’alleato, la moglie: ognuno ha un tradimento di cui rendere conto, semmai la differenza sta tra chi ostenta e chi nasconde. I traditori denunciati dal Daily Mail ieri però hanno un altro peso, perché testimoniano un cambiamento che avrà effetti certi: il tabloid più brexitaro del Regno sta iniziando a capire che forse la Brexit tutta bella non è, e così se prima i traditori avevano la parrucca dei Lord o le facce dei remainer, ora hanno i nomi e i volti dei falchissimi della Brexit.

       

Come si sa, dopo ventisei anni il Mail ha cambiato direttore: è arrivato Geordie Greig al posto di Paul Dacre, che non soltanto è a favore della Brexit ma è anche uno dei personaggi più influenti e più conosciuti del paese, non foss’altro per quel milione e trecentomila persone che ogni giorno hanno comprato e comprano il suo tabloid. Greig è un remainer, e fin dal suo arrivo i più fissati si sono messi a fare uno studio quotidiano del Mail per capire in che modo il nuovo direttore avrebbe cambiato la linea editoriale: lo farà ma lo farà lentamente, si è detto, Greig deve pur sempre badare all’umore dei suoi lettori che se si ritrovano con un Guardian appena un po’ più sfrontato e sbarazzino potrebbero decidere di andarsene in massa. Così è stato, passo lento ma sempre nella stessa direzione più moderata, fino a ieri, quando l’obiettivo si è visto chiaro: “Uno per uno, i traditori affondano il coltello contro Theresa (May, la premier, ndr)”, ha scritto Andrew Pierce, sul Mail, descrivendo “il clima orrendo” dei vari incontri dei golpisti anti May. Un dettaglio che riguarda il rapporto media-politici: uno di questi incontri di golpisti conservatori è stato particolarmente affollato, anche da persone che non si vedevano da tempo, per un motivo che ha più a che fare con il narcisismo che con l’azione politica. Era presente la giornalista della Bbc Laura Kuenssberg, che sta girando un documentario sulla Brexit, e tutti volevano avere una particina.

   

Il Mail racconta il covo dei golpisti con il suo consueto tono colorato, e nel suo primo editoriale dice: “Il Mail non ha mai fatto mistero delle proprie riserve su alcuni aspetti del compromesso dei Chequers”, il piano sulla Brexit su cui si è accordato il governo della May, “ma ora che i negoziati con Bruxelles entrano nella fase finale, la verità è che questo è l’unico progetto sul tavolo”.

  

Nonostante le accuse, i paper botta-e-risposta, le ispirazioni e le proiezioni, l’unico piano sopravvissuto alla guerra interna ai Tory è quello dei Chequers

     

L’opposizione laburista è quasi inesistente: è solo massa critica che fa elettoralmente paura, ma nel merito non ha mai tolto né aggiunto nulla al lavoro del governo. E il piano dei Chequers – dal nome della residenza estiva della May dove è stato siglato – è di fatto una soft Brexit. Persino gli europei che hanno accolto il piano con il solito sopracciglio alzato, incontentabili, hanno piano piano assunto modi più accomodanti: questa potrebbe essere l’ultima chance per evitare un “no deal”, l’ipotesi nucleare dell’assenza di un accordo, che sarebbe pericolosa per gli inglesi, ma pure per gli europei. E’ per questo che anche i più duri, iniziano a dire: basta con la guerra civile.

    

La voce del Mail non è isolata. Il primo editoriale del Sun, tabloid murdochiano animatore del mondo dei brexiteer, ieri diceva ai golpisti conservatori: piantatela con i vostri attacchi, l’unico risultato sarebbe quello “folle” di agevolare l’arrivo al governo del leader dei laburisti, Jeremy Corbyn. La posizione sulla Brexit non è cambiata, ma l’esperienza sta insegnando una maggiore cautela, una maggiore comprensione: ora che il tempo è quasi finito, i giornali conservatori che hanno per tutto questo tempo animato le fronde interne ai Tory, lanciando via via possibili golpisti, stanno soppesando l’effetto deleterio del fuoco amico. Se si combatte in casa – e si combatte: la cover dello Spectator ha un enorme “Bang!” e tutti i conservatori in cerchio con i fucili puntati uno sull’altro – si arriverà stremati davanti agli europei, che agli occhi di questi tabloid sono i nemici principali: per questo chiedono una tregua.

    

 

Come ha detto Tom Tugendhat, uno degli astri nascenti del mondo conservatore, è necessario un “cambiamento generazionale”: “Siamo come alla fine della Seconda guerra mondiale. Churchill aveva ottenuto un’enorme vittoria e fu immediatamente cacciato via dagli elettori, che volevano un cambiamento”. Con la Brexit potrebbe avvenire la stessa cosa, è difficile credere che questa leadership possa sopravvivere anche a un eventuale post Brexit, e se ci si interroga su che genere di politico potrà nascere dopo questo scontro efferato, di certo si sa che non è il momento del golpe: come scrive il Mail, molti complottisti “non hanno i numeri” per tirare giù la May, non hanno “un candidato ovvio” che fermi il conflitto, né hanno un piano sufficientemente convincente per affossare quello dei Chequers. In assenza di alternative si celebrano matrimoni, figurarsi se non si può compiere il divorzio della Brexit.

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