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Orientarsi nella Brexit

Gregorio Sorgi

Il piano dei Chequers, il sopracciglio europeo, la fronda contro la May, i confini, le dogane, le capesante e l’orologio. Appunti sul divorzio inglese dall’Ue, da conservare

Il 17 gennaio 2017, Theresa May, premier del Regno Unito, aveva un piglio deciso e un tono battagliero: “Non vogliamo nulla che ci lasci metà dentro e metà fuori. Il Regno Unito lascerà l’Unione europea”. Il discorso a Lancaster House, in cui il primo ministro ha illustrato il suo piano per la Brexit, era un inno all’ottimismo: “Vogliamo ripristinare il controllo delle nostre leggi... Restare nel mercato unico significa non lasciare l’Ue”. Il peggio doveva ancora venire: il braccio di ferro con Bruxelles, le imboscate dei deputati conservatori e i dossier allarmisti pubblicati quotidianamente dai think tank. E poi le elezioni disastrose, l’ascesa di Jeremy Corbyn, le pressioni da più fronti per indire un secondo referendum. Il “sogno della Brexit” – così lo chiamano i suoi sostenitori più accesi – si è trasformato in una pratica burocratica, assai difficile da risolvere.

 

All’inizio della trattativa Theresa May aveva promesso una hard Brexit. Poi è stata costretta a fare marcia indietro

Ironia della sorte, il programma illustrato allora dalla May, e da cui si è allontanata man mano, adesso è diventato il cavallo di battaglia dei suoi avversari interni. Che non le perdonano un atteggiamento, a loro dire, troppo timido e compromissorio verso Bruxelles. Il primo ministro nel frattempo ha rivisto le sue posizioni, è stato costretto a farlo, e ha elaborato una nuova proposta di mediazione che però non piace a nessuno. Per i brexiteer è troppo morbida e per i remainer è troppo dura. Michel Barnier, l’austero capo negoziatore europeo scelto da Jean-Claude Juncker, ha detto che “non è fattibile”.

 

Tuttavia, la cosiddetta Chequers proposal – che prende il nome dalla residenza estiva dove la premier ha presentato il suo piano – risolve uno dei grandi nodi della questione, ovvero i rapporti tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del nord. Dopo decenni di tensioni tra Londra e Belfast, da venti anni la situazione si è stabilizzata. Ogni giorno centinaia di persone e merci attraversano il confine senza dovere passare la dogana, ma questa situazione è messa in pericolo dalla Brexit. Se il Regno Unito, di cui fa parte l’Irlanda del nord, esce dall’unione doganale potrebbero essere imposti nuovi controlli alla frontiera con Dublino. Questa è la grande preoccupazione dei negoziatori. May ha proposto di adottare le regole europee per il settore manifatturiero e per i prodotti agricoli. Una soluzione alla questione irlandese. Il Regno Unito continuerebbe a fare parte del mercato unico europeo per i beni ma non per i servizi, che rappresentano l’80 per cento dell’economia britannica.

 

Questa proposta viene osteggiata sia dai puri e duri della Brexit sia da Barnier. Per Boris Johnson & co. le regole europee sono troppo rigide e impediscono al Regno Unito di essere competitivo all’estero e di fare accordi con paesi terzi. Barnier, che spesso è accusato di avere un atteggiamento punitivo verso il Regno Unito, ha detto in un’intervista al quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung che “un paese non può aderire solo a una parte del mercato unico”. Il negoziatore non vuole che il Regno Unito resti allineato all’Ue sullo scambio dei beni ma non su servizi, capitali e persone. Molti diplomatici di Bruxelles hanno ribadito che “le quattro libertà previste dal Trattato di Maastricht non si possono dividere”: o stai dentro o stai fuori.

 

Paradossalmente i negoziatori europei non disprezzano la proposta dell’ala dura del Partito conservatore britannico, il cosiddetto modello canadese. Questa era la soluzione iniziale proposta dalla May nel 2017 e tutt’ora caldeggiata dall’ex ministro della Brexit David Davis, dimessosi per i dissidi col premier dopo la proposta di Chequers. In un incontro recente tra Barnier e la commissione parlamentare sulla Brexit, il negoziatore francese avrebbe detto che “il piano May è morto” e che “la soluzione canadese sarebbe migliore”. Secondo questa ipotesi, il Regno Unito resterebbe all’interno di un’area di libero scambio con l’Ue ma non in un’unione doganale. Londra sarebbe libera di adottare le sue regole e di stipulare accordi commerciali con paesi terzi. Ma non verrebbe risolto il problema del confine irlandese. I fautori della proposta spiegano che gli strumenti tecnologici possono sostituire le dogane e i checkpoint, ma molti esperti sostengono il contrario. In settimana l’European Research Group, un agglomerato di deputati filoBrexit presieduito dal falco antieuropeo Jacob Rees-Mogg, ha pubblicato un piano alternativo al programma della May. Il rapporto ricalca la proposta del governo di mantenere le regole comunitarie per i beni agricoli. Tuttavia, i deputati euroscettici pensano che l’Inghilterra dovrebbe tenersi fuori dal mercato unico per rimanere competitiva e stipulare accordi con paesi terzi in piena libertà. Secondo il rapporto, “il commercio in Irlanda è composto dallo scambio ripetuto degli stessi prodotti. Questo flusso si presta a delle soluzioni tecniche come le procedure doganali semplificate”. Tuttavia, il governo irlandese ha subito replicato che “queste proposte non sono fattibili” e la Confindustria inglese ha detto “che il rapporto è un pessimo sforzo ed esprime delle tesi superficiali”.

 

Boris Johnson si gode il suo settembre da golpista e i brexiteer minacciano di votare contro il piano del governo in Parlamento

In questo enorme puzzle, i deputati europeisti del Partito conservatore e del Partito laburista sostengono una terza via, quella del modello norvegese. Questa opzione consentirebbe al Regno Unito di rimanere all’interno del mercato unico europeo sia per i beni sia per i servizi, per i capitali e per le persone. Tuttavia, i critici spiegano che il Regno Unito rimarrebbe ostaggio dei regolamenti europei senza avere alcuna possibilità di cambiarli dall’interno.

 

Il primo ministro sta conducendo una doppia trattativa: con i deputati del suo partito e con i negoziatori di Bruxelles. I parlamentari conservatori possono sfiduciare la May da un momento all’altro. Una presa di posizione del 15 per cento del gruppo parlamentare, ovvero 48 deputati, è sufficiente per convocare una mozione di sfiducia verso il leader. Secondo i rumours, 33 parlamentari hanno già manifestato il loro dissenso a Brandon Lewis, il presidente del partito che gestisce questa procedura. Molti deputati hanno giurato che non sosterranno mai la proposta dei Chequers in Parlamento. L’ex sottosegretario al ministero della Brexit, Steve Baker, ha minacciato che 80 deputati conservatori voteranno contro il piano della premier se non cambierà.

 

Il leader della fronda anti May è Boris Johnson che, da quando si è dimesso da ministro degli Esteri per i suoi dissidi sulla Brexit, è diventato una spina nel fianco per la premier. Tiene una rubrica settimanale sul Daily Telegraph, da cui critica ogni mossa del primo ministro: questa settimana ha paragonato la proposta di Chequers a una “cintura esplosiva”. Johnson sogna di essere il prossimo leader dei Tory e i sondaggi che lo vedono al primo posto negli indici di gradimento dei militanti alimentano le sue speranze. Continuerà ad assillare il primo ministro anche nella conferenza annuale del Partito conservatore a fine settembre, dove parlerà il giorno prima del discorso finale della May. Ma, al di là dell’ostruzionismo e della grancassa mediatica, il fronte della Brexit è dominato da tanti aspiranti leader che non hanno una strategia realistica per risolvere i problemi del piano May. Johnson è un animale da palcoscenico, è un bravo oratore, sa aizzare la folla ma ha poca dimestichezza con i regolamenti, il diritto europeo e i cavilli legali che stanno alla base della trattativa.

 

Eppure le minacce e le intimidazioni di Johnson e suoi seguaci potrebbero essere una strategia per ottenere delle concessioni in vista del voto parlamentare. Jack Simson Caird del think tank Bingham Centre for the Rule of Law dice al Foglio che “i tempi sono troppo stretti, e ci sono delle buone possibilità che il testo passi in Parlamento. I deputati cercano di mettere pressione al primo ministro, ma sanno che un eventuale voto contrario rischia di compromettere la stabilità politica”. I parlamentari non possono modificare l’accordo con l’Ue ma hanno un ampio margine per decidere i dettagli della conversione nella legislazione domestica.

 

La proposta dei Chequers risolverebbe il problema del confine irlandese. Ma per ora l’Ue dice: “Non è fattibile”

I deputati dovranno votare due documenti: il Trattato di uscita dall’Ue (il Withdrawal Treaty), che racchiude le condizioni immediate del divorzio da Bruxelles, e la dichiarazione politica, che delinea gli obiettivi del governo nelle sue relazioni future con l’Europa. Il voto del Parlamento è vincolante per il Trattato di uscita dall’Ue ma non per la dichiarazione politica, che non ha alcun valore legale. La controversa proposta dei Chequers getta le basi per il rapporto futuro tra il Regno Unito e l’Ue dopo il 31 dicembre 2021, quando saranno scaduti i due anni di transizione. Tuttavia, i due documenti sono legati tra di loro e il governo vuole che siano visti come un piano unico. Ad esempio, la questione del confine irlandese che ufficialmente rientra nelle competenze del Trattato di uscita si può risolvere solo attraverso un accordo commerciale, che farà parte della dichiarazione politica e andrà rinegoziato con l’Ue dopo il 2019.

 

Una possibile via di uscita per il governo sarebbe quella di annacquare la proposta dei Chequers e presentare al Parlamento un’ulteriore soluzione di compromesso. Questa ipotesi, spiega Simson Caird, “è chiamata il ‘fudge’ e significa che il governo userà un linguaggio ambiguo sui temi più importanti per ricevere il timbro del Parlamento e rimandare la discussione a data futura”. Dopo l’uscita del Regno Unito il 31 marzo 2019 – il cosiddetto “Brexit day” – ci sarà un periodo di transizione di due anni in cui quasi tutto rimarrà com’è anche se la Gran Bretagna non avrà più diritto di voto al Parlamento e al Consiglio europeo. Il governo di Londra continuerà a negoziare con Bruxelles per stabilire le condizioni del rapporto futuro con l’Ue dopo l’uscita definitiva il 31 dicembre 2021. Per Simson Caird questa situazione “rende molto rischioso un eventuale cambio di esecutivo. Il governo May determina le linee guida attraverso la dichiarazione politica quindi sarebbe difficile subentrare per chiunque altro”.

 

La prossima tappa nella roadmap della Brexit sarà il summit informale di Salisburgo del 20 settembre tra i capi di stato dell’Ue. Non sarà deciso nulla di definitivo, ma i leader degli stati membri potrebbero fare pressione affinché Barnier ammorbidisca la sua posizione contro il Regno Unito. Theresa May spera che i suoi colleghi europei possano tenderle una mano e a Londra questa suggestione è stata ribattezzata “operazione save Theresa”. Malgrado le remore sulla proposta dei Chequers, la priorità per i leader europei è di concludere un accordo tra Ue e Regno Unito in tempi brevi e di evitare un nuovo confine tra le due Irlande. In settimana Angela Merkel ha detto che “sta lavorando con forza e creatività per trovare un’intesa”, e poco dopo Barnier ha assicurato “che il raggiungimento di un accordo è realistico tra le sei e le otto settimane”. L’appuntamento decisivo sarà il vertice europeo del 18 e 19 ottobre, considerata la volta buona per approvare l’accordo. Se lo stallo sulla questione irlandese non dovesse essere risolto, potrebbe essere convocato un summit d’emergenza a novembre. Altrimenti, si slitterebbe all’incontro programmato per il 13 e 14 dicembre, l’ultima occasione per ratificare l’intesa. Il trattato di uscita dall’Ue deve essere approvato almeno da venti paesi che rappresentano il 65 per cento della popolazione europea. L’accordo, poi, passerebbe alla Camera dei Comuni e al Parlamento europeo per il sigillo finale. A Bruxelles non sono previsti grossi colpi di scena perché Barnier ha tenuto un filo diretto con il rappresentante dell’Europarlamento nei negoziati, Guy Verhofstadt.

 

I rischi per la May vengono dal fuoco amico. Ma i suoi avversari annaspano sulle proposte alternative (e litigano tra di loro)

I rischi per la May vengono dal fuoco amico, dalla pattuglia di deputati conservatori che hanno scommesso la loro carriera politica sulla Brexit. Riempiono le piazze, affilano i coltelli e creano scompiglio ma anche loro hanno le mani legate. Non possono sventolare bandiera bianca, sarebbe una resa davanti ai tanti elettori che credono ancora nella Brexit. Ma non possono nemmeno dare il colpo di grazia al primo ministro. Lo hanno minacciato più volte, ma poi si sono spaventati delle conseguenze e dello spettro di un nuovo voto. Questo apparente equilibrio favorisce la premier, sopravvissuta a tutto, che vive alla giornata e non sa più cosa aspettarsi. Rilascia poche interviste, non compare quasi mai in televisione e non risponde più ai suoi tanti critici. Rispetto a quel fatidico 17 gennaio di due anni fa, adesso Theresa May ha un’aria ben più logorata. Però non sono ancora riusciti a farla fuori e la maggioranza silenziosa del partito sta ancora dalla sua parte. La premier spera di governare il paese anche dopo la trattativa con Bruxelles, che non si aspettava così lunga e massacrante. Perché forse, malgrado tutto, è ancora convinta che oltre le fatiche della Brexit ci sia la luce.