Coblenza, Germania. Marine Le Pen con Matteo Salvini al vertice delle destre europee (foto LaPresse)

In Europa c'è un altro effetto Salvini

Claudio Cerasa

Il sovranismo italiano diventerà un esempio da imitare o da evitare come la peste? La Svezia ci dice che il nazionalismo è ancora minoritario. Perché testare in Italia il modello Bannon può essere una sciagura più per i populisti che per l’Europa

E se l’effetto Salvini fosse l’opposto rispetto a quello che pensiamo? Il risultato delle elezioni svedesi ci dice ancora una volta che quando un grande paese europeo deve decidere se votare o no per un partito sovranista, a meno che il paese in questione non sia l’Italia, il risultato è sempre lo stesso: vittorie zero, secondi posti pochi, terzi posti quasi sempre. In Svezia, il partito populista guidato da Jimmie Akesson ha guadagnato cinque punti rispetto alle politiche precedenti, arrivando a quota 17,6 per cento, e in tutti i paesi del Vecchio continente alla fine il fronte anti europeista viaggia più o meno sulle stesse cifre. In Germania, meno di un anno fa, l’Afd è arrivata al 12,6. In Olanda, poco più di un anno fa, il partito di Wilders è arrivato al 13,1. In Austria, l’Fpo, il partito anti europeista, si è fermato a quota 5,5. E’ andata meglio in Francia al Front national, che al primo turno delle presidenziali è arrivato al 21,3. E’ andata peggio in Spagna e in Portogallo dove un solido partito anti europeista non esiste. E gli unici anti europeisti in salute al momento sono quelli che si trovano nelle famiglie europee tradizionali come il Ppe. C’è il Partito popolare austriaco guidato da Sebastian Kurz, che in Parlamento europeo esprime 5 deputati. C’è il partito ungherese Fidesz guidato da Viktor Orbán, che in Parlamento europeo esprime 11 deputati.

 

Sottovalutare la portata della sfida anti europeista dei partiti cugini di Salvini e Di Maio in Europa sarebbe un errore da matita blu. Ma l’occasione delle elezioni svedesi si presenta oggi come un assist che permette di ragionare attorno a una domanda che suona più o meno così: ma siamo così sicuri che da qui al prossimo 25 maggio il modello sovranista italiano riuscirà ad avere nel resto d’Europa un effetto trascinamento? E se vogliamo essere ancora più chiari: siamo così sicuri che da qui al prossimo 25 maggio il modello sovranista italiano avrà la capacità di diventare qualcosa da imitare in tutta Europa, e non invece qualcosa da evitare come la peste? Non ci permettiamo di dire che il mancato boom del partito anti sistema e anti europeista svedese sia in qualche modo legato alla visione drammatica di cosa sia in grado di combinare il più puro degli esperimenti populisti in azione oggi in Europa. Ci permettiamo però di esprimere la nostra massima solidarietà al fronte sovranista europeo – e al suo prezioso cantore, il dottor Steve Bannon – perché presto tutti i leader anti sistema d’Europa potrebbero rendersi conto che testare proprio in Italia il loro modello potrebbe rivelarsi tutto tranne che una fortuna.

 

Per i cantori del sovranismo un conto è avere un orizzonte che coincide con quello dell’America di Donald Trump, la cui economia funzionava molto bene con Barack Obama e continua a funzionare sempre meglio anche con Donald Trump. Un altro conto è invece avere un orizzonte che coincide con quello dell’Italia di Salvini e Di Maio, i cui unici risultati che promettono di essere invidiati in tutta Europa sono quelli relativi ai consensi dei propri partiti: per il resto, per i compagni di viaggio sovranisti, l’Italia di Salvini e Di Maio potrebbe diventare il simbolo non del successo ma del fallimento del trumpismo applicato in Europa.

    

Per arrivare a essere, da qui al 25 maggio, un modello da seguire in tutta Europa, il governo Salvini e Di Maio dovrebbe riuscire a ottenere risultati importanti non solo sul fronte economico ma anche su quello migratorio, e l’incapacità di ottenere risultati concreti e spendibili su questi due fronti potrebbe magari non pesare in Italia ma potrebbe eccome pesare in Europa. Problema: può diventare il sovranismo italiano un grande modello da esportare in Europa se l’arrivo dei sovranisti non porta nel suo paese il pil in su, l’occupazione in su e la disoccupazione in giù?

 

E ancora: può diventare il sovranismo italiano un modello da esportare in tutta Europa se quel sovranismo ha messo in fuga dal proprio paese miliardi e miliardi di investimenti dall’estero? E infine: può diventare il sovranismo italiano un modello da esportare in Europa se l’unico miglioramento sull’immigrazione portato nel proprio paese dai sovranisti coincide con un miglioramento, quello degli sbarchi, che era già avvenuto ai tempi del governo non sovranista?

 

Al momento, e i dati sono quelli elaborati dall’Ansa che cinque giorni fa ha messo insieme una proiezione dell’istituto Cattaneo e una del pollofpolls.eu, per gli anti europeisti è complicato immaginare di avere una maggioranza nel prossimo Parlamento. Se i sondaggi di oggi verranno rispettati, il gruppo di cui fa parte la Lega (Enf) potrebbe passare da 34 a 51 deputati, il gruppo di cui fa parte il Movimento cinque stelle (Efdd) potrebbe passare da 24 a 46 deputati e i seggi totali che potrebbero perdere i due principali gruppi europeisti (popolari e socialisti) si aggirerebbero intorno alle 51 unità contro le 39 in più che i sondaggi attribuiscono ai gruppi che comprendono i partiti anti sistema. Per riuscire a sbancare Bruxelles, dunque, ai sovranisti servirà un grande risultato. Ma per sbancare Bruxelles ai sovranisti servirebbe poter dimostrare che il sovranismo quando governa porta risultati. E per ottenere risultati, l’Italia sovranista avrebbe bisogno di maggiore produttività e di maggiore efficienza e di più solidarietà in Europa.

 

Alla produttività, all’efficienza e alla solidarietà, i sovranisti italiani non sembrano però essere minimamente interessati. E anche per questo i Wilders, le Le Pen e gli Akesson e persino i Bannon, quando osserveranno le curve economiche prodotte dal governo del cambiamento, potrebbero rendersi conto che l’Italia rischia di essere il peggior paese al mondo dove vedere all’opera in tutto il suo splendore il modello sovranista.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.