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Ricapitolazione sulla divisione dei poteri e sulla democrazia a uso dei ministri

A preoccuparci dovrebbe essere l’ignoranza di alcuni princìpi dello stato da parte dei nostri governanti. Parla Sabino Cassese

18 Settembre 2018 alle 06:02

Ricapitolazione sulla divisione dei poteri e sulla democrazia a uso dei ministri

Foto LaPresse

Professor Cassese, le chiedo di commentare alcune dichiarazioni recenti di membri del governo. 15 agosto, Conte nella prefettura di Genova: “Al di là delle verifiche penali, di quello che farà la magistratura con la sua inchiesta, noi non possiamo aspettare i tempi della giustizia”. 16 agosto, Di Maio: “Ci limitiamo a non aspettare i tempi della giustizia, come ha detto ieri giustamente Conte, a fare quello che è di nostra competenza dal punto di vista politico e di governo”.

Si tratta di frasi innocenti se interpretate in modo riduttivo, pericolose se intese in senso ampio. In senso riduttivo, possono voler dire che la procedura per accertare le eventuali responsabilità penali è indipendente da quella diretta ad accertare le eventuali responsabilità in senso lato amministrative. La prima è nelle mani della procura, la seconda nelle mani dell’amministrazione. La prima sfocia in un processo, la seconda in un accertamento amministrativo. Ambedue sono imparziali. Se, invece, quelle frasi vogliono dire che il governo può fare a meno della giustizia e dei giudici, e che procede per la sua strada, hanno implicazioni gravi. Vogliono dire che Conte e Di Maio si sentono persino al di sopra di Napoleone, che rispettò le decisioni del Consiglio di stato, che all’epoca era un organismo consultivo. Comportano una lesione da parte di un potere dello stato a danno di un altro potere dello stato, non meno legittimo.

Senta ora quanto ha dichiarato il ministro dell’Interno, nonché vicepresidente del Consiglio dei ministri il 7 settembre in diretta Facebook dopo aver letto la comunicazione della procura di Palermo: “Qui c’è la certificazione che un organo dello stato indaga un altro organo dello stato, con la piccolissima differenza che questo organo dello stato, pieno di difetti e di limiti, per carità, è stato eletto, altri non sono eletti da nessuno. Questo ministro è stato eletto da voi, cioè a questo ministro voi avete chiesto di controllare i confini, di controllare i porti, di limitare gli sbarchi, di espellere i clandestini: me lo avete chiesto voi, quindi vi ritengo amici e complici, altri non sono eletti da nessuno e non devono rispondere a nessuno”.

Comincio con un’assoluzione politica, perché l’autore di questa frase ha fatto marcia indietro il giorno dopo. Ma il giorno dopo non ha detto che quelle affermazioni sono sbagliate, tanto sbagliate che uno studente del primo anno di diritto che sostenesse opinioni di quel tipo meriterebbe una bocciatura.

 

Dove è l’errore? E perché i media sono insorti criticandone l’aspetto politico, non, invece, quello che si potrebbe chiamare scientifico o di verità?

Gli errori sono due, e riguardano due punti capitali dell’attuale assetto del nostro stato, nonché di molti altri stati moderni. I punti sono quello della divisione dei poteri e quello della democrazia. Sono punti che un ministro, qualunque sia la sua formazione, deve conoscere, perché riguardano la realtà, il contesto, in cui opera e vive. Se non li conosce, si trova nelle condizioni di un uomo che non sappia a che cosa servano le strade, non conosca la funzione dei semafori, ignori il compito dei vigili urbani.

 

Cominciamo dalla divisione dei poteri.

Nel 1748, in un’opera famosa, intitolata “Lo spirito delle leggi”, un magistrato di Bordeaux, il barone di Montesquieu, dedicò il capitolo sesto del libro undicesimo alla Costituzione inglese, retta secondo l’autore dal principio della divisione dei poteri. Secondo lui, “Lorsque, dans la même personne ou dans le même corps de magistrature, la puissance législative est réunie à la puissance exécutrice, il n’y a point de liberté; parce qu’on peut craindre que le même monarque ou le même sénat ne fasse des lois tyranniques pour les exécuter tyranniquement. Il n’y a point encore de liberté si la puissance de juger n’est pas séparée de la puissance législative et de l’exécutrice. Si elle était jointe à la puissance législative, le pouvoir sur la vie et la liberté des citoyens serait arbitraire: car le juge serait législateur. Si elle était jointe à la puissance exécutrice, le juge pourrait avoir la force d’un oppresseur. Tout serait perdu, si le même homme, ou le même corps des principaux, ou des nobles, ou du peuple, exerçaient ces trois pouvoirs: celui de faire des lois, celui d’exécuter les résolutions publiques, et celui de juger les crimes ou les différends des particuliers ”. Un ministro dell’Interno non dovrebbe ignorare che su questa idea si fondano quasi tutti i sistemi politici del mondo. O almeno dovrebbe sapere che i poteri dello stato sono tre, normativo, esecutivo, giudiziario, e che – come afferma l’autore francese nella frase prima riportata – si cadrebbe in un regime tirannico se tutti e tre i poteri fossero nelle stesse mani.

 

E il secondo errore, quello relativo alla democrazia?

Quello di ritenere che la democrazia consista soltanto in elezioni, per cui, una volta che il popolo si è pronunciato, tutti gli altri poteri si debbono arrestare. In realtà, la democrazia, nel contesto statale, consiste di molti altri elementi, il primo dei quali è quello della separazione dei poteri. Accanto a esso ve ne sono molti altri: dialettica maggioranza – minoranza, decentramento dei poteri e autonomia di corpi intermedi, a loro volta con investitura democratica, bilanciamento e controllo reciproco tra i poteri, indipendenza dei giudici, imparzialità dell’amministrazione, controllo giurisdizionale degli atti dell’esecutivo e del potere legislativo, condizionamenti internazionali e sovranazionali. Insomma, affermare che si è stati eletti, che si è avuta una investitura popolare, non basta a legittimare l’azione dell’uomo di governo. Quest’ultimo deve anche rispettare l’ambito delle competenze che gli sono state assegnate, procedere secondo le sequenze che sono dettate dalle leggi, rispettare gli altri poteri e sottostare al loro controllo.

 

In conclusione?

Gli autori di quelle frasi sbagliate sono stati assolti, o perché quelle frasi sono state dimenticate, o perché essi hanno buttato acqua sul fuoco, o perché hanno ritrattato. Ma alla loro base c’è una ignoranza di fondo di alcuni princìpi dello stato nel quale viviamo, ignoranza che dovrebbe preoccuparci.

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Commenti all'articolo

  • eleonid

    18 Settembre 2018 - 10:10

    Si pensava, ed anche io nonostante sia un laureato in ingegneria devo fare ammenda, che tutto ciò che ci aveva garantito la costituzione repubblicana da dopoguerra ad oggi fosse definitivamente acquisito al fine di vivere in una società civile ,libera, e democratica. E non nascondo che anche io non ho mai approfondito la lettura e l'interpretazione della Costituzione.Anche per questo non ho mai pensato di fare politica ,sia come semplice militante che come mestiere, oltre per la mancanza di una seria vocazione e di un'adeguata preparazione.Ma non mi sarei mai aspettato ,oggi all'età di 67 anni, di dovermi porre il problema che i politicanti di turno arrivassero a negare i principi e i valori della nostra costituzione e della divisione ed autonomia dei poteri . Questa confusione ed ignoranza rappresenta un grosso pericolo per la nostra Italia. Bisogna provvedere per fermare questa deriva e Cassese, come tanti bravi costituzionalisti, fanno bene ad evudenziare il problema.

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