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La democrazia vive di crisi, ma è fatta per sopravvivere in mancanza di meglio

Un’invenzione astuta che è diventata un’ipocrisia inevitabile

23 Settembre 2018 alle 06:00

La democrazia vive di crisi, ma è fatta per sopravvivere in mancanza di meglio

Foto Imagoeconomica

Ormai tra la politica e il suo potere di decidere e di fare si è aperto un baratro. Leggi, regolamenti e normative si moltiplicano. Gli addetti al diritto internazionale proliferano. Le burocrazie crescono su se stesse e rallentano “per correttezza” qualunque azione e realizzazione. I politici sono sempre di più degli esseri effimeri occupatissimi a conquistarsi e conservare modeste, piccole o infinitesime quote di potere difendendole con ogni mezzo, lecito, discutibile, immorale o illegale. Non riusciamo a concepire d’altra parte sistemi migliori della liberaldemocrazia. Ma poi non facciamo che riscoprire quanto la democrazia resti più formale che sostanziale, quanto poco sia fedele ai suoi principi, quanto poco sia efficiente, quanto instabile e vulnerabile. Inoltre la democrazia costa. Ha bisogno di ricchezza che crei consenso sociale. Ha bisogno del capitalismo, un animale produttivo più selvaggio che domestico.Da almeno un paio di decenni si pubblicano di continuo libri sulla crisi della democrazia. La bibliografia su questo tema è sterminata. Eppure mi sembra strano che studiosi di varia tendenza e competenza non abbiano fatto apparire in primo piano il fatto che la democrazia è in crisi, è inadempiente, è inefficiente e diciamo pure ipocrita da quando esiste. Le democrazie più recenti o emerse da regimi dittatoriali (Germania, Italia, Spagna, Europa orientale, Russia, India, Brasile, Sudafrica…) si portano dentro tracce più o meno profonde del loro passato. Ma anche gli Stati Uniti, la Francia, il Regno Unito, sono società che lottano con se stesse per somigliare di più ai loro conclamati ideali.

 

L’Italia, per parlare di noi, è sempre stata una democrazia difettosa, il cui passato non può certo essere rimpianto. Fino al crollo dell’Unione sovietica e alla fine della Guerra fredda, il nostro era un sistema politico bloccato, in cui il maggiore partito d’opposizione, dato che si chiamava e voleva, doveva farsi credere comunista per conservare i suoi elettori, non poteva che restare fuori dal governo poiché era legato all’Unione sovietica, il più longevo e potente regime totalitario del mondo. Nessun “compromesso storico” era possibile con un partito che riscuoteva un enorme credito sociale e nello stesso tempo paralizzava politicamente se stesso con la propria doppiezza: non volere il comunismo eppure sventolarne inutilmente (o astutamente) la bandiera. Come era possibile credere che ci fosse vera democrazia in un paese dominato da un solo partito, la Democrazia cristiana, non molto cristiana né molto democratica ma che deteneva il monopolio della legittimità a governare a causa del suo legame con gli Stati Uniti e la Nato?

 

Se si considera il presente, si può guardare con una certa ammirazione alla qualità politica e culturale di dirigenti come De Gasperi e Togliatti e anche (un po’ meno) Moro e Berlinguer. Ma quella di allora non era certo una democrazia modello di cui avere nostalgia. Non deve essere un caso se negli anni sessanta sia nata una nuova opposizione di tipo extraparlamentare che si voleva, si credeva “rivoluzionaria”, osteggiata e combattuta non solo dalla destra e dal centro, ma anche dalla sinistra “comunista” che sedeva in Parlamento. E non si possono, credo, rimpiangere gli anni di Mani Pulite, quando era un settore della magistratura a dettare legge a una classe politica a cui non venivano riconosciuti capacità e diritto di giudicarsi e autoregolarsi.

 

La democrazia è sempre in crisi. Vive di crisi. Convive con un’economia di mercato che produce abbastanza (non sempre) da permettere un livello di consumi che è il più forte antidoto contro ogni immaginazione utopica e alternativa di sistema. Chi vuole oggi in occidente una “società diversa”? Chi ci spera, chi la sogna? Le democrazie possono sognare qualcosa di più, non qualcosa di diverso. Miglioramenti, non rovesciamenti. Chiunque vinca le elezioni, qualunque cosa abbia promesso in campagna elettorale, è già molto se riuscirà a fare un paio di cose: un sistema fiscale più equo e meno macchinoso, una pubblica amministrazione meno dispendiosa e meno burocraticamente inerte. Quanto alla qualità del ceto politico, non c’è da illudersi: ora in un modo e ora in un altro, rispecchia la qualità e la mentalità degli elettori, ora tentati dalla pigra voglia di rinnovare vecchie deleghe, ora dalla collera e dall’impazienza di punire i corrotti, i corruttori, gli incapaci e gli irresponsabili. Come si può parlare per un decennio di “casta” politica inamovibile e parassitaria e poi meravigliarsi se si va a votare contro le caste già sperimentate?

 

La vera novità è che ormai c’è chiarezza su due fatti. Il primo è che gli italiani e gli europei temono l’immigrazione perché aumenta o complica i loro problemi e modifica imprevedibilmente lo scenario sociale a cui sono abituati. Niente è più ovvio della xenofobia (il razzismo non c’entra) di un continente come l’Europa che sente di non poterne salvare un altro, l’Africa. Ci sono governi che purtroppo enfatizzano questa xenofobia e altri che purtroppo fingono di ignorarla: tutto qui. Il secondo fatto certo è che chiunque guidi male la macchina dello stato trascurando le elementari richieste sociali di equità e sicurezza, verrà eliminato dalla scena politica più rapidamente che in passato. Gli elettori di oggi non onorano nessuna preconcetta fedeltà a un partito o a un altro. “Dimmi per chi voti e ti dirò chi sei”? Questo valeva fino a dieci o venti anni fa. Ora non vale più. Non si vota per identità morale o culturale o per fede. Si vota in stato di necessità, provando e riprovando a vedere chi riuscirà a combinare qualcosa impugnando le leve di governo.

 

Qualche settimana fa, sul Corriere della sera, Gianfranco Pasquino e Luciano Canfora si sono prodotti in due esercizi dialettici: il primo sostenendo che “la democrazia è viva”, il secondo sostenendo che “la democrazia è morta”. Faccio una cattiva figura se dico che tutti e due hanno sbagliato? La democrazia è stata, fra le altre cose, un’invenzione astuta: finché vige, non si potrà mai dire né che è viva né che è morta. E’ fatta per sopravvivere, in mancanza di meglio. E’ la politica come ipocrisia e come esperimento. Non ne conosciamo, non riusciamo a immaginarne una migliore.

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Commenti all'articolo

  • miozzif

    24 Settembre 2018 - 06:06

    Elia Kazan tradì la sinistra da cui proveniva e da quel momento in poi nei film che fece tornò con ossessione alla scena primaria, al tradimento. Il bravo critico letterario, il critico del Foglio, ha votato 5s e da quel momento in poi si abbandona a riflessioni confuse per giustificare quel gesto. Cominciando l'articolo con il "baratro" che si sarebbe aperto oggi tra la politica e le sue capacità decisionali. Ma questo era il tema svolto da Carl Schmitt negli anni Venti, un secolo fa. Forse sarebbe più semplice ammettere di avere fatto un erroraccio, magari per una emicrania acuta, e non parlarne più.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    23 Settembre 2018 - 18:06

    È comprensibile non lo si voglia ammettere, verrebbe giù tutto. Ma è indiscutibile: “L’espansione delle libertà che arriva a trasformare i desideri in diritti, che elimina il concetto di responsabilità e rifiuta ogni regola disciplinante, non è democrazia.” È un ircocervo che sopravvive illudendo le masse di poter essere protagoniste in proprio. Non è così. Le masse sono solo lo strumento da usare per acquisire potere, adattandolo, di volta in volta, agli interessi contingenti del ... Grande Fratello. Il Fregoli che detta le condizioni.

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