Otto Dix, I sette peccati capitali, 1833, tecnica mista su legno, 179 x 120 cm

Contro i molestatori della società aperta

Giuliano Ferrara

Se quel che sta accadendo di illiberale nel mondo non deriva da guerre, crisi e affermazione di poteri demoniaci, da cosa deriva? Dal licenziamento di Buruma a un saggio dell’Economist. Come reagire a un malessere invisibile dell’occidente

Ian Buruma, direttore della New York Review of Books, successore un anno fa di Bob Silvers, il fondatore nel 1963 con Barbara Epstein di questo tempio della cultura liberal americana, è stato licenziato su due piedi. Ha pubblicato un articolo di un broadcaster canadese che raccontava la propria condizione di paria, malgrado l’assoluzione in giudizio, nell’ambito delle inchieste e gogne provocate dal movimento spesso brutale e antigiuridico, ma ideologicamente irresistibile, che dopo il caso Weinstein ha messo sotto accusa le molestie sessuali dei maschi contro le femmine, e molto altro (#metoo).

 

  

Buruma ha fatto quanto noi facciamo da quasi un quarto di secolo, immaginando che sia il succo della libertà di stampa e di espressione: ha dato voce, senza condividerla, a un’esperienza divenuta marginale e a un’opinione in dissenso dal mainstream. Nel suo fortino tradizionale il pluralismo, da sempre insidiato dalle costrizioni del politicamente corretto, è morto e sepolto. E’ una storia triste e allarmante, ma alla fine è solo una storia di intolleranza come ce ne sono tante di questi tempi. Da un lato i safe spaces nelle università americane (e nelle altre tribune di cultura) danno la caccia, con esiti spesso di esilarante goffaggine, al free speech; dall’altro si affermano, in controtendenza, le molestie alle libertà civili annidate nelle insorgenze internazionali delle nuove destre nazionalpopuliste e dei profeti della “democrazia illiberale”. Forse questa vicenda dice di più se letta alla luce del manifesto per la “reinvenzione del liberalismo” pubblicato dall’Economist nel fascicolo di celebrazione dei suoi 175 anni di vita.

   

Il manifesto è una lunga rassegna storica e critica delle varie incarnazioni del liberalismo in occidente, a partire dalle molto citate leggi contro i dazi sul grano, le Corn Laws, fino a oggi. E’ scritto in uno stile pregevole, misurato, ricco di informazioni, espone i caratteri dirimenti della crisi attuale alla luce delle sue radici nel tempo, delle varianti che hanno segnato il progresso moderno di libertà e autodeterminazione di individui e società.

   

Una lettura utile, integrata da proposte di riforma fiscale e da innovazioni da perseguire in molti altri campi per dare corpo alla “reinvenzione”, che culmina però in una fallacia logico-linguistica, un errore nell’argomentazione, troppo bella per non essere segnalata. Secondo l’Economist i liberali rischiano di non avere lo stimolo necessario, che in altri tempi li ha salvati inducendoli a modificare le loro vedute, perché le tendenze autoritarie contemporanee e il nazionalismo non sono percepiti come un motore sufficiente di cambiamento e di riorientamento: ci vorrebbero fenomeni come le due guerre mondiali, il fascismo o il bolscevismo, oppure la Grande depressione degli anni Trenta, per convincere élite troppo sicure di sé e dei loro meriti nel progresso del mondo com’è oggi a modificare le loro vedute e trovare un’altra versione del liberalismo. Purtroppo questi orizzonti di guerra e di totalitarismo e di miseria, che hanno permesso a un liberale come Keynes di reinventare una certa idea di società, di economia e di stato, non sono in vista. Spiacevole, no? La fallacia argomentativa inespressa ma intuibile tra le righe sta nell’augurarsi che il paziente (il liberalismo) muoia allo scopo di farlo risorgere (reinventato). E’ giusta la pretesa dell’Economist e dei suoi grandi maestri, iniettare un quantum di radicalismo riformatore e di conflitto creativo in una ideologia molto sofferente, ma con l’aiuto dell’ironia, che è una nota caratteristica degli scrittori di questa Civiltà Cattolica della modernità, della globalizzazione e della società aperta, che è il giornale londinese, avrebbero potuto cercare lo stimolo al radicalismo rifondazionista nel XXI secolo in qualcosa di meno sinistro del profilo più oscuro del secolo passato. La fine della libertà, il carnaio bellico e le lunghe file per trovare un antidoto alla miseria della depressione non sono uno stimolo, sono una maledizione.

  

C’è poi un altro serio problema. Se quel che sta accadendo di illiberale e di preoccupante nel mondo non deriva, per assenza di stimolo corrispondente, da guerre, crisi devastanti e prolungate, affermazione di poteri demoniaci, da che cosa deriva? Perché per esempio in Italia gira un Truce che assomiglia al Duce, ma non ci sono i reduci della Grande guerra, non c’è il pericolo bolscevico che occupa le fabbriche e blocca la produzione, non c’è un vasto campo di miseria sociale e di corrispondente violento tribalismo, e nemmeno una tragica immigrazione di sostituzione della stirpe italiana? Perché in America la disoccupazione con Trump è arrivata al tre per cento, ma con Obama era al quattro per cento? Qui è la misteriosa essenza della questione.

 

Il liberalismo con il suo establishment ha tolto dalla povertà un miliardo e mezzo di persone negli ultimi trent’anni? I mercati aperti hanno garantito una prosperità inaudita, contrassegnata da diseguaglianze e squilibri, ma pur sempre prosperità? Il mondo ha trovato una stagione di pace globale e conflitti localizzati e tutto sommato controllati? E allora perché esplodono le cattive varianti dell’identità e del risentimento, della rabbia e dello spirito di secessione? Perché con Trump e la Brexit sono scomparse anche le velleità di un ordine politico internazionale in continuità con quello che ha consentito e custodito, con la Nato e Bretton Woods, con il Fmi e la Banca mondiale, con il welfare, il grande boom del Secondo dopoguerra e la vittoria nella Guerra fredda?

 

Su tale non irrilevante mistero il manifesto dell’Economist dice poco. Le solite cose su élite troppo privilegiate e sicure di sé, sui perdenti della apertura mondiale dei mercati, che però il manifesto desidera intensamente preservare dal neoprotezionsimo di Trump e altri attacchi al libero scambio, sulle difficoltà della classe media (mutamenti del lavoro, immobilismo dei redditi, riduzione della mobilità sociale). Il sociologismo dei vulnerabili e dei forgotten men è una risposta un po’ asciutta e povera al grande e irrisolto interrogativo sulle cause del circolante malessere generalizzato, e dunque sulle prospettive dei suoi parassiti e profittatori politici. Qualcuno ha cercato una risposta meno banale e domani ne parliamo qui in una seconda puntata sul famoso liberalismo da reinventare, ma bisognerebbe sapere perché e come antidoto a che cosa. Intanto Ian Buruma si deve cercare un lavoro libero, lontano dai liberal che a loro modo si sono reinventati, in peggio.

(1. continua)

  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.