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Soluzioni per la nevrosi dell’occidente

Reinventare il liberalismo col potere dei sentimenti. Gran saggio di William Davies

22 Settembre 2018 alle 12:30

Soluzioni per la nevrosi dell’occidente

Carlo Carrà

Siamo piuttosto nervosi, le emozioni e i sentimenti hanno prevalso confusamente, a quanto sembra, sulla ragione, sui fatti e sulla conoscenza puntuale delle cose. Perché è andata così? Perché la turbolenza populista? Perché nostalgia, rabbia, frustrazione, risentimento, paura hanno occupato lo spazio della nostra storia contemporanea da Trump alla Brexit alla congiuntura presente in Europa? Perché il mondo è un ring di pugilato, volano parole grosse e desuete, novecentesche, e vecchi spettri intorbidano ragioni e sentimenti di quella che prometteva di funzionare come una società aperta, cosmopolita, pacifica, inventiva e prospera? Come si fa a trovare uno “stimolo” alla reinvenzione del liberalismo riformatore senza avere alle spalle, come dice l’Economist, due guerre mondiali, fascismo, comunismo e la Grande depressione degli anni Trenta? Visto che questi tempi calamitosi non sono il frutto di una catastrofe storica, di che cosa sono il frutto? A queste domande cerca di rispondere, in un libro per i tipi Cape in via di pubblicazione, di cui il Guardian ha pubblicato un lungo estratto interessante, William Davies. E’ un accademico di sinistra e un pubblicista brillante, che insegna alla University of London, scrive sulle testate importanti americane e inglesi, è versatile, ha studiato da sociologo, da storico dei costumi, da critico della società di massa contemporanea, una specie di Christopher Lasch, il canadese che ci aveva informato in anticipo sul narcisismo della nostra epoca e su tante altre cose. A prima vista niente da restare a bocca aperta. Il libro si chiama “Nervous States”, calembour che evoca gli stati come organizzazioni politiche e gli stati d’animo individuali e collettivi attribuendo a entrambi un certo palese nervosismo, una notevole sovreccitazione, visto come vanno le cose. E il motore della nevrosi, detto in modo sommario e banale, sono i real-time media. Vabbè. Ce lo sapevamo, come si dice in vernacolo. E’ come quando Marshall McLuhan, come dice canzonandolo un mio amico, scoprì “l’importanza della radio”.

 

Ma non è così semplice, e nemmeno così futile e allegro. Non è che i demagoghi contemporanei sono alimentati da una generica libertà di cazzeggio legata alla comunicazione social. Magari. I demagoghi e le demagogie possono passare, dice Davies, ma il fenomeno profondo, l’emersione dei sentimenti e delle emozioni al posto della ragione e dei fatti, il cambiamento di metodo, o meglio il passaggio dal metodo al trend, dal dialogo sulle cose effettivamente evidenti al cicaleccio sincronizzato degli istinti, nel valutare e nel reagire di fronte alla realtà, che perde obiettività e dunque autorità, è destinato a persistere. Non è che abbiamo scoperto nuove tecnologie della comunicazione, dopo la radio e la tv: abbiamo demolito un vecchio modo di pensare la distinzione tra anima o mente e corpo, e tra guerra e pace. Nel Seicento Cartesio, profeta e mago moderno del metodo, svalutò i sensi e intronizzò la ragione calcolante. Thomas Hobbes costruì la sua teoria dello stato sull’idea che la prima missione della politica, e del contratto di convivenza tra gli uomini, è lo sradicamento della paura, che di per sé genera violenza e tribalismo. Una borghesia affluente delle professioni e degli scambi si costruì come soggetto dell’expertise, gli esperti, cominciò a usare sistematicamente i numeri, le statistiche, le certificazioni d’archivio allora disponibili, e così stabilì una tavola di nuove regole al fine di evitare, attraverso la conoscenza e il rispetto dei confini della realtà, le distorsioni e le esagerazioni legate alla visione istintiva delle cose. Questo progetto moderno, che ha prodotto grandezza e certezza, ha diffuso la consapevolezza che le sensazioni individuali e istintive non sono equiparabili in termini di conoscenza ai fatti e alla loro analisi, ma ha cominciato a disintegrarsi tanti anni fa per vie filosofiche e storiche note. Ma è da quando si possono raccogliere emozioni e sentimenti per via algoritmica (la famosa sentiment analysis), è da quando le neuroscienze riconoscono al corpo un primato sui pensieri della mente nel determinare la decisione di allarme e l’impulso istintuale, è da quando la guerra non è più un’avventura militare compatta ma uno stato conflittuale delle cose che entra nelle nostre vite come terrorismo asimmetrico, come cyberwarfare, come weaponisation per esempio di Facebook e degli altri social, che divengono armi di combattimento a disposizione di tutti, è da questo tempo che le cose cambiano alla radice.

 

La persuasione demagogica o commerciale, occulta o di marketing, esiste e non da ora, ma il real-time media e le sue applicazioni di tecnologia mobile hanno ingigantito il loro potenziale e cambiato qualcosa di decisivo nell’organizzazione o se volete nel disordine sociale.

 

Davies è di sinistra, ha una mentalità da liberal riformatore, è convinto che spiegare quanto hanno ragione gli esperti, che i fatti sono incontrovertibili, che la conoscenza e l’intelligenza sono insostituibili dalle emozioni e dai sentimenti è inutile, dannoso perfino. Il processo è avviato e dinamico, il risultato per l’oggi e per il futuro prevedibile è inevitabile. D’altra parte, aggiunge, gli impulsi prerazionali non sono fonti di conoscenza ma sono pur sempre dati o “data”, entrano in una catena della percezione e dell’elaborazione dei fatti. Spesso i turbolenti nuovi padroni della scena non sanno di che cosa parlano, ma se i redditi americani sono fermi ai livelli del 1970, come potere d’acquisto, bè, allora bisogna dire che la parola crescita e i dati del pil meritano una confutazione, per così dire, sentimentale. E se il rapporto con il lavoro, malgrado evidenti prove di una disoccupazione in calando costante, è oggetto di controversia e disaffezione a partire da situazioni inedite, problemi di salute fisica e psichica bisognose, e altri elementi di perdita del rispetto di sé, o dignità, bè, non si può suonare la fanfara del progresso assoluto. Di fronte a chi equivocando, entro certi limiti, scambia le élite liberali alla guida della società aperta per un ceto egoista e menzognero di falsi esperti, di guru della competenza che non c’è più, bisogna stare attenti a non rispondere che i fatti sono fatti e bisogna obbedirgli. “Le democrazie sono in via di trasformazione in funzione del potere dei sentimenti in modi che non possono essere ignorati o rigettati. Separare razionalità da emozione non è più possibile. Questa è oggi la realtà. Non possiamo riorientare la storia né eluderla; questo tempo va vissuto con una capacità di giudizio e di cura inusuali. Invece di denigrare l’influenza dei sentimenti nella politica oggi, dovremmo migliorare la nostra capacità di ascolto delle emozioni e di apprendimento dal loro dipanarsi” (William Davies).

 

Il pregio del testo di Davies è di situare meglio che nel discorso comune andante le qualità e le ragioni della nevrosi contemporanea e delle turbolenze che ne conseguono. L’Economist nel suo manifesto molto ideologico parla di cose anche molto oggettive che non sono più così interessanti per la percezione di realtà che è consentita all’economia dei trend, ai tempi cortissimi della finanza di oggi, alla svalutazione dei fatti e delle conoscenze in base alle quali sui fatti ci si può accordare. Qui si fa un passo avanti nella decifrazione. Che poi ci si debba rassegnare ad abbandonare un mondo fatto dall’expertise, “una versione della realtà sulla quale ci si può accordare”, per quella promessa del digital computing di “massimizzare la sensibilità a un ambiente in trasformazione”, questo è un altro paio di maniche.

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  • Beresina

    Beresina

    22 Settembre 2018 - 18:06

    Caro Ferrara, non è la prima volta che cerco di mandare un commento a quello che Lei scrive ma sempre senza successo, finora, perché mai pubblicato. Ma sono testardo e insisto... Mi permetta, ma è ormai un luogo comune dire che la gente si muoverebbe mossa solo da paure irrazionali su cui certi politici speculerebbero. Tesi questa sì irrazionale che non vuole vedere una realtà che controbatte (con i fatti !) tutte le convinzioni di cui sono imbevute i gruppi dominanti. L'immigrazione non rischia di alterare profondamente la struttura delle nostre società? A me sembra che rispondere sì sia una semplice lapalissade. E' vero che in italia non siamo "ancora" ai livelli di paesi come la Francia, per esempio, che conosco molto bene. Nessun dubbio che la Francia di oggi ha purtroppo poco a che vedere con quella di 50 anni fa. Cercare di evitare che questo succeda anche da noi è una scelta dettata da paure irrazionali? A me sembra fondata sui fatti... Purtroppo mi manca lo spazio

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