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Un mondo governato dal regime delle emozioni

I cittadini non si fidano più degli esperti, i dati reali perdono autorevolezza a vantaggio delle voci sui social network. Dove nasce il successo dei movimenti populisti e sovranisti. Un’anticipazione del formidabile saggio di William Davies

29 Aprile 2019 alle 14:05

Un mondo governato dal regime delle emozioni

Donald Trump durante la cerimonia di insediamento (foto LaPresse)

[Anticipiamo ampi stralci del primo capitolo di “Stati nervosi. Come l’emotività ha conquistato il mondo” di William Davies. Pubblicata da Einaudi nella collana Stile Libero (376 pp., 18,50 euro), l’edizione italiana sarà in libreria dal 30 aprile. Del saggio di Davies aveva scritto sul Foglio nel settembre dello scorso anno Giuliano Ferrara. “Siamo piuttosto nervosi, le emozioni e i sentimenti hanno prevalso confusamente, a quanto sembra, sulla ragione, sui fatti e sulla conoscenza puntuale delle cose. Perché è andata così? Perché la turbolenza populista? Perché nostalgia, rabbia, frustrazione, risentimento, paura hanno occupato lo spazio della nostra storia contemporanea da Trump alla Brexit alla congiuntura presente in Europa? Perché il mondo è un ring di pugilato, volano parole grosse e desuete, novecentesche, e vecchi spettri intorbidano ragioni e sentimenti di quella che prometteva di funzionare come una società aperta, cosmopolita, pacifica, inventiva e prospera? Come si fa a trovare uno ‘stimolo’ alla reinvenzione del liberalismo riformatore senza avere alle spalle, come dice l’Economist, due guerre mondiali, fascismo, comunismo e la Grande depressione degli anni Trenta? Visto che questi tempi calamitosi non sono il frutto di una catastrofe storica, di che cosa sono il frutto? A queste domande cerca di rispondere, in un libro per i tipi Cape [. . .] William Davies. E’ un accademico di sinistra e un pubblicista brillante, che insegna alla University of London, scrive su importanti testate americane e inglesi, è versatile, ha studiato da sociologo, da storico dei costumi, da critico della società di massa contemporanea, una specie di Christopher Lasch, il canadese che ci aveva informato in anticipo sul narcisismo della nostra epoca e su tante altre cose. [. . .] Il libro si chiama ‘Nervous States’, calembour che evoca gli stati come organizzazioni politiche e gli stati d’animo individuali e collettivi attribuendo a entrambi un certo palese nervosismo, una notevole sovreccitazione, visto come vanno le cose. E il motore della nevrosi, detto in modo sommario e banale, sono i real-time media. Davis ha una mentalità da liberal riformatore, è convinto che spiegare quanto hanno ragione gli esperti, che i fatti sono incontrovertibili, che la conoscenza e l’intelligenza sono insostituibili dalle emozioni e dai sentimenti è inutile, dannoso perfino. Il processo è avviato e dinamico, il risultato per l’oggi e per il futuro prevedibile è inevitabile. D’altra parte, aggiunge, gli impulsi prerazionali non sono fonti di conoscenza ma sono pur sempre dati o ‘data’, entrano in una catena della percezione e dell’elaborazione dei fatti. Il pregio del testo di Davies è di situare meglio che nel discorso comune andante le qualità e le ragioni della nevrosi contemporanea e delle turbolenze che ne conseguono. L’Economist nel suo manifesto molto ideologico parla di cose anche molto oggettive che non sono più così interessanti per la percezione di realtà che è consentita all’economia dei trend, ai tempi cortissimi della finanza di oggi, alla svalutazione dei fatti e delle conoscenze in base alle quali sui fatti ci si può accordare. Qui si fa un passo avanti nella decifrazione. Che poi ci si debba rassegnare ad abbandonare un mondo fatto dall’expertise, ‘una versione della realtà sulla quale ci si può accordare’, per quella promessa del digital computing di ‘massimizzare la sensibilità a un ambiente in trasformazione’, questo è un altro paio di maniche”]

 


  

La presidenza di Donald J. Trump è iniziata con una discordanza su un numero, per la precisione il numero di partecipanti alla cerimonia del suo insediamento. Su quella sera il New York Times ha pubblicato una stima secondo la quale l’affluenza di pubblico era pari a un terzo di quella per l’insediamento di Obama nel 2009, che secondo alcuni ammontava a 1.800.000 persone. Questo dato sembrava confermato dalle riprese aeree della folla del 2017, che all’interno del National Mall mostravano zone molto più ampie di spazi vuoti rispetto al 2009. Tutto ciò ha provocato la prima di molte conferenze stampa straordinarie, in cui l’allora portavoce della Casa Bianca Sean Spicer accusava la stampa di voler “sminuire il sostegno enorme” di cui aveva goduto Trump e affermava che quel pubblico fosse in effetti “il più ampio che avesse mai partecipato a una cerimonia di insediamento, punto”. Nello stesso giorno, a una riunione nel quartier generale della Cia, Trump ha comunicato che i partecipanti corrispondevano a una cifra tra il milione e il milione e mezzo di persone.

  

La presidenza Trump è iniziata con una discordanza sul numero di partecipanti alla cerimonia del suo insediamento

Diversi organi di stampa e social media hanno messo Spicer alla berlina, non da ultimo perché la sua conferenza stampa sembrava quella di un propagandista che si atteneva goffamente alle direttive del partito, senza permettere ai giornalisti di fare domande. Di conseguenza la linea della Casa Bianca si è soltanto irrigidita, arrivando a utilizzare nuove e sorprendenti giustificazioni filosofiche. La consigliera di Trump Kellyanne Conway ha negato con decisione che Spicer avesse mentito, sostenendo invece che avesse semplicemente offerto “fatti alternativi” a quelli ritenuti veri dai giornalisti. Il giorno successivo, durante un’altra conferenza stampa, Spicer ha affermato che “talvolta si può essere in disaccordo con i fatti”. Ad appena settantadue ore dal giuramento di Trump, sembrava che la Casa Bianca avesse sospeso i criteri di base della verità.

 

Questo conflitto con i mezzi di informazione è sembrato rinvigorire Trump, consentendogli di tornare agli stratagemmi morali ed emotivi che si erano rivelati così efficaci in campagna elettorale. Trump ha considerato ingiuste, elitarie e persecutorie le dichiarazioni rilasciate dai mezzi di informazione sul numero di partecipanti, evidentemente basate sui fatti. “Mi sminuiscono in modo ingiusto”, ha detto a un inviato di Abc News qualche giorno dopo, prima di accompagnarlo a vedere una fotografia del giorno dell’insediamento appesa al muro, che a quanto pare mostrava la folla da una prospettiva più precisa. “Questo per me è un mare d’amore”, ha detto indicando l’immagine. “Sono persone venute qui da ogni parte del paese, forse del mondo; per loro è stato difficile arrivare. E quello che avevo da dire gli è piaciuto”. Per Trump non era una semplice discordanza sui “fatti”. Si trattava di due emozioni contrapposte: lo scherno arrogante dei suoi critici e l’affetto dei suoi sostenitori. Almeno su questo punto, aveva ragione.

 

Ad appena settantadue ore dal giuramento di Trump, sembrava che la Casa Bianca avesse sospeso i criteri di base della verità

Non ci sono dati ufficiali sul numero dei partecipanti alle cerimonie di insediamento. Il National Park Service non presenta più stime dopo l’episodio della disputa sui numeri della “Million Man March”, che nel 1995 ha portato uomini afroamericani a Washington. In quell’occasione il Park Service aveva stimato 400.000 persone, ma questo dato (per ovvie ragioni) gettava qualche dubbio sul successo dell’iniziativa. Vista la scottante valenza politica acquistata da questioni del genere, il Park Service ha smesso di fornire ulteriori stime.

I numeri delle folle producono valutazioni violentemente diversificate anche al di là della politica: per le persone che nel 2011 hanno seguito il royal wedding di William e Kate a Londra, le cifre variano dai 500.000 a oltre il milione. Le foto scattate dai satelliti e dalle mongolfiere, adattando tecniche originariamente sviluppate per spiare gli armamenti sovietici, hanno sempre costituito la fonte più autorevole ma presentano diversi difetti. Le immagini satellitari possono essere disturbate dalla presenza di nuvole e la densità delle persone nella folla può risultare distorta dalla quantità di ombra che proiettano i loro corpi e dal colore del terreno sottostante.

 

Uno degli aspetti fondamentali della folla è che dimensioni e densità appaiono radicalmente diverse in base al punto di osservazione. Senza dubbio, parlando davanti al palazzo del Campidoglio in qualità di neo incaricato presidente degli Stati Uniti, Trump deve aver visto davvero una folla molto fitta che si estendeva in lontananza. Così gli era dovuta apparire. Potrebbe anche aver pensato che se solo i giornalisti avessero visto quello che vedeva lui allora sarebbero stati d’accordo. Gli organizzatori di manifestazioni e marce di protesta hanno sempre un particolare interesse a gonfiare il numero dei partecipanti, ma bisogna anche dire che le folle appaiono (o vengono percepite) molto più ampie da chi ne fa parte rispetto a chi ne è al di fuori. Potrebbe trattarsi di un’illusione ottica, ma non è necessariamente disonestà.

 

I numeri delle folle producono valutazioni molto diversificate anche al di là della politica, come nel caso del royal wedding inglese del 2011

La diffusione dei dispositivi smart nell’ambiente urbano produce ulteriori dati per analizzare i movimenti della folla in vari intervalli di tempo, ma non per questo si arriva a una cifra definitiva. Si può studiare il numero di segnali dei telefoni cellulari in un certo posto a una cert’ora, o dotare le infrastrutture urbane (per esempio i lampioni) di sensori intelligenti, ma il dato che viene catturato resta per sua natura sfuggente. E’ utile per percepire impennate nell’attività e nel movimento, che è il motivo principale per cui questi interventi da “smart city” vengono progettati, ma una folla resta di per sé un’entità difficile da afferrare oggettivamente.

Per quanto le affermazioni di Trump, Spicer e Conway possano essere sembrate assurde, c’è qualcosa di rivelatore nell’argomento particolare che ha causato questo scontro sull’insediamento: una questione di grande importanza emotiva, nella quale però gli esperti sono relativamente impossibilitati a trovare un accordo. 

 

Non solo le folle sfuggono a tecniche scientifiche di osservazione e misurazione, ma sono anche in tanti – organizzatori di grandi manifestazioni, relatori e partecipanti – a non volerle definire in quel senso. Un punto di vista neutro, oggettivo, è difficile da trovare così come da difendere.

Le folle appaiono (o vengono percepite) molto più ampie da chi ne fa parte rispetto a chi ne è al di fuori. Non è necessariamente disonestà

I raduni pubblici sono vecchi quanto la politica. Tuttavia a partire dalla crisi economica del 2007-2009 hanno trovato una nuova motivazione, soprattutto a sinistra. Il movimento Occupy, nato nel 2011 per protestare contro le banche, ha fatto delle manifestazioni pubbliche il suo scopo politico fondamentale e si è appropriato del freddo linguaggio della statistica rendendolo un fattore di protesta, con il famoso slogan “siamo il 99 per cento”. Leader di sinistra come Alexis Tsipras in Grecia, Pablo Iglesias in Spagna e Jeremy Corbyn nel Regno Unito hanno posto un’enfasi politica rinnovata sulla capacità di portare in piazza grandi numeri di persone. Anche in questo caso la dimensione delle manifestazioni provoca emozioni diversificate sia da parte dei sostenitori sia degli oppositori: entusiasmo, sdegno, empatia, disinformazione, speranza e risentimento. I sostenitori di Corbyn hanno spesso lamentato il fatto che le loro iniziative non godano di adeguata copertura da parte dei mezzi di informazione tradizionali, nonostante la partecipazione evidentemente ampia.

 

Ma di nuovo, quale parametro si dovrebbe utilizzare per valutare l’importanza di una folla? Quanto deve essere grande una manifestazione per diventare una notizia interessante? E che cosa si può definire una prova? La circolazione di fotografie su Twitter, che affermano di mostrare un corteo ma in effetti ne ritraggono un altro (di solito molto più numeroso), contribuisce ad addensare la nebbia che avvolge la politica delle folle. Questo favorisce lo scherno di chi ritiene eventi del genere irrilevanti dal punto di vista politico, evidenziando il contrasto tra il successo in piazza e quello nell’urna. D’altro canto, l’analisi del risultato inaspettatamente positivo per Corbyn alle politiche del 2017 ha dimostrato che le sue manifestazioni hanno avuto un effetto positivo sul comportamento elettorale, vicino ai luoghi in cui si sono svolte. Ma chi potrebbe dire esattamente come o perché?

 

 

I raduni pubblici sono vecchi quanto la politica. Ma a partire dalla crisi del 2007-2009 hanno trovato una nuova motivazione

 

La sensazione di trovarci in una nuova epoca delle folle è rafforzata dalla diffusione e dalla crescente influenza dei social media. Sin dal XVIII secolo, quotidiani ed editori hanno rappresentato una forma di comunicazione “da uno a molti”, fornendo informazioni a un pubblico e a lettori specifici. In questo rapporto, i destinatari erano ampiamente passivi e di conseguenza in qualche modo prevedibili. Dall’inizio degli anni Duemila, i social media hanno integrato (e per certi aspetti cooptato) questo sistema con uno stile di comunicazione “da molti a molti”, in cui le informazioni si trasmettono come un virus attraverso una rete in modi decisamente più irregolari. Certe idee o immagini sembrano diffondersi di propria iniziativa, prendendo di sorpresa gli esperti e innescando straordinari ribaltamenti elettorali. Nuove tecniche di vendita e di messaggistica sono state sviluppate per cercare di influenzare i processi virali e mimetici della condivisione di contenuti. Le folle sono un aspetto fondamentale della politica sin dall’antichità, ma prima del XXI secolo non avevano mai disposto di strumenti di coordinamento in tempo reale.

In superficie, il disaccordo sulle dimensioni della folla alla cerimonia di Trump potrebbe sembrare un risibile contrasto tra fatti e finzione, realtà e fantasia. Potrebbe apparire come il tipo di problema che l’autorità degli esperti sarebbe in grado di risolvere facilmente, a patto di trattare gli esperti con sufficiente rispetto. Tuttavia ci fornisce un punto di partenza per capire il nuovo, accidentato terreno politico su cui ci muoviamo, in cui i punti di vista oggettivi vacillano e le emozioni assumono un peso preponderante. L’importanza di una folla dipende largamente da chi la guarda. Che cosa comporta tutto ciò per la politica? E si può comprendere una logica al di sotto di questo nuovo caos?

 

Una logica c’è, ma per afferrarla dobbiamo prendere sul serio le emozioni. Al tempo stesso, dobbiamo sospendere comodi assunti sulla democrazia rappresentativa. Secondo l’idea diffusa di democrazia di massa, la maggior parte delle persone se ne sta tranquilla a casa lasciando che qualcun altro parli al posto suo: un rappresentante eletto, un giudice, un critico, un esperto o un commentatore di professione. Coinvolge partiti, agenzie, quotidiani e case editrici gestiti da professionisti, che recepiscono in modo sicuro le questioni rilevanti e dove tutti seguono le stesse regole. Perché la democrazia funzioni però, è necessario che per la maggior parte del tempo la grande maggioranza delle persone sia contenta di starsene in silenzio e si fidi di chi parla al posto suo. E’ questo che, a quanto pare, si è sempre più restii a fare. Mentre in tutto il mondo la fiducia nei confronti dei politici e dei mezzi di informazione ufficiali è in calo, aumenta il sostegno riconosciuto alla democrazia diretta. Non c’è ragione di credere che questa tendenza debba invertirsi nel prossimo futuro.

 

 

 

Quando la politica è permeata dalla logica delle folle, si tratta meno di pacifica rappresentanza politica e più di mobilitazione. Che sia nelle piazze o in rete, le folle non sono delegate da qualcun altro, allo stesso modo in cui un parlamento deve agire delegato dal proprio elettorato o un giudice è il volto del sistema della giustizia. Non si propongono di rappresentare la società nel complesso, come farebbe un “campione rappresentativo” nei sondaggi d’opinione per scoprire che cosa pensa l’intera nazione. L’importanza della folla risiede nell’intensità dell’emozione che ha portato così tanta gente nello stesso posto alla stessa ora. Come nel caso delle guerre che dominano l’immaginario dei nazionalisti, le folle consentono ai singoli di diventare (e sentirsi) parte di qualcosa molto più grande di loro. Questo non è necessariamente negativo ma comporta dei rischi e agisce sui nostri nervi.

 

Il populismo: quando il rapporto tra i rappresentanti politici e il popolo, tra scienza e realtà, viene considerato tutto un imbroglio

La questione politica fondamentale è chi o che cosa abbia il potere di mobilitare le persone. Come hanno scoperto di recente numerose campagne politiche tradizionali sconfitte da contestatori e nuovi arrivati, invocare l’oggettività e l’evidenza raramente smuove la gente in senso fisico o emotivo. Che cos’è dunque che la induce a impegnarsi in modo così diretto e che cosa la governa una volta che l’ha fatto? Questa domanda preoccupa pubblicitari, consulenti aziendali ed esperti in pubbliche relazioni, oltre che i politici. Le piattaforme dei social media si contendono il “coinvolgimento” del pubblico, cercando di mantenere il più a lungo possibile la nostra attenzione con “contenuti” che fungono meramente da esca. Utilizzate come semplici strumenti di mobilitazione e coinvolgimento delle persone, non importa più se le parole e le immagini rappresentano riflessioni valide o oggettive sulla realtà. E’ questo tipo di ansia che ora circonda le fake news e la propaganda. Ma è un argomento di cui abbiamo già parlato.

 

Nel 1892, a Parigi, un medico, ricercatore e talvolta antropologo francese di nome Gustave Le Bon fu disarcionato dal suo cavallo e rischiò di morire. Il motivo per cui era accaduto divenne un’ossessione per Le Bon. C’era qualcosa che, studiandolo, si potesse desumere del temperamento di un cavallo? Le Bon iniziò a esaminare fotografie di cavalli in cerca di indizi, nel tentativo di scovare segni della psicologia animale nel loro aspetto fisico. Era fortemente influenzato da Charles Darwin, il cui lavoro sull’espressione delle emozioni degli animali si era ugualmente basato sulla fotografia. La nascita della fotografia aveva dischiuso nuove possibilità scientifiche, permettendo l’analisi oggettiva di facce ed espressioni. Per la prima volta un fuggevole sguardo poteva essere catturato e studiato, aprendo la strada a una più metodica scienza delle emozioni dove in precedenza c’erano state solo teorie e descrizioni. Lo studio del cavallo condusse Le Bon verso ulteriori questioni psicologiche, indagando come fosse possibile spiegare il comportamento umano in termini di indizi fisici e biologici. L’area della psicologia che gli interessava maggiormente era quella per cui oggi è più conosciuto: il comportamento della folla.

 

I corpi si possono riunire in massa per minacciare; ma possono anche farlo per esprimere solidarietà con ciò che viene minacciato

Le Bon aveva esperienza diretta dell’impatto viscerale e del potenziale di trasformazione delle folle, ed era rimasto profondamente turbato da quello di cui erano capaci. Conclusi gli studi in medicina a Parigi negli anni Sessanta dell’Ottocento, aveva guidato un’unità di ambulanze militari dopo lo scoppio della guerra franco-prussiana nel 1870. L’umiliazione dell’esercito francese, seguita dall’ascesa della Comune socialista di Parigi nell’estate del 1871, contribuì alle inclinazioni politiche profondamente conservatrici di Le Bon, convinto che la Francia fosse stata tradita da uno spirito di pacifismo sanzionato dalle idee socialiste. La fiducia democratica e socialista nel “popolo” portava con sé una negazione della forza militare e dell’orgoglio nazionale che egli riteneva andasse respinta con forza. Ispirato dalle nuove teorie evoluzioniste, Le Bon coniugò la sua antipatia per il socialismo a certe idee profondamente razziste e sessiste riguardo le minacce alla cultura nazionale e al valore militare, riconducendole a volte a una teoria in voga in quel periodo: la craniologia. Trascorse buona parte degli anni Ottanta viaggiando in Asia e Nord Africa, il che gli garantì una grande quantità di nuovo materiale antropologico da catalogare.

 

Nel 1895 Le Bon scrisse il suo libro più famoso, Psicologia delle folle, che offriva una visione esauriente seppure profondamente pessimistica delle dinamiche della psicologia della folla. Ciò che caratterizzava una folla, sosteneva Le Bon, era il fatto che personalità individuali multiple (con tutte le qualità scientifiche razionali che i filosofi avevano associato alla mente umana) venissero sostituite da un’unica psicologia di massa, il che potenzialmente sovvertiva il buon senso o la morale individuale. “Certe idee, certi sentimenti”, sosteneva, “nascono e si trasformano in atti soltanto negli individui costituenti una folla”. Mentre questo accade, “la personalità cosciente è sparita, la volontà e il discernimento aboliti”. Anticipando le idee successive di Sigmund Freud, Le Bon dichiarava che le folle rivelavano un pericoloso lato oscuro della civiltà, altrimenti represso dall’autocontrollo del singolo.

 

Le folle consentono ai singoli di diventare (e sentirsi) parte di qualcosa molto più grande di loro. Lo studio di Gustave Le Bon

Come sembrava dimostrare a Le Bon il caso della Francia repubblicana, le folle sono una minaccia costante per i principî di ragione e verità. “Quando l’edificio di una società è tarlato, le fosse ne provocano il crollo”, dichiarava. Ciò accade tramite una serie di meccanismi che Psicologia delle folle cercava di svelare. Il primo è la sensazione assoluta di potere che generano considerevoli assembramenti di persone, la quale incoraggia i singoli a intraprendere azioni che in altre circostanze considererebbero avventate, immorali o imbarazzanti. Le dimensioni di una massa di gente sono estremamente importanti, ma lo sono a livello emotivo e non in quanto oggetto di calcolo statistico ufficiale. Così era il “mare d’amore” di Trump. Sono le dimensioni della folla che consentono alle persone di sospendere il giudizio individuale e le proprie inibizioni per cedere il passo alle emozioni.

 

Il militarismo bigotto di Le Bon dovrebbe metterci in guardia sul modo di trattare le sue idee. La sua visione delle masse parigine era intrisa di indignazione nei confronti della loro stupidità e mancanza di disciplina e il suo più ampio pessimismo culturale era cupo. La sua opera però ci fornisce un punto di partenza per riflettere sulla politica delle masse. Per comprendere il comportamento di una folla la si deve considerare un organismo a sé stante, con le sue stranezze e i suoi atteggiamenti, nello stesso modo in cui Le Bon aveva tentato di capire il cavallo che l’aveva disarcionato. Essere parte di una folla, ci dice Le Bon, comporta rigettare la propria individualità e immergersi in un organismo più ampio. Tutto questo suggerisce uno stile politico meno interessato all’aspetto normativo e al dibattito e più attento all’essere presente fisicamente in un certo luogo e in un determinato momento.

 

In che senso questo si differenzierebbe rispetto al partecipare a un mercato, poniamo, o a un sistema democratico? Dopotutto gli individui si relazionano sempre con istituzioni sociali che riuniscono le persone creando qualcosa di più della somma delle loro parti. La differenza, propone l’opera di Le Bon, risiede nel fatto che l’essenza di una folla è l’intimità che produce tra i corpi umani. Laddove il mercato ci consente un’interazione tramite il denaro e la democrazia ci permette di farlo utilizzando voti, testi e discorsi, la folla è principalmente e soprattutto un fenomeno fisico. Stabilisce una prossimità di carne a carne, consentendo che emerga e si diffonda una serie di emozioni. Corpi singoli si connettono fino a formare un unico sistema nervoso.

  

Nel 2016 il 61 per cento degli elettori di Trump manifestava sfiducia nei confronti dei media, contro il 27 per cento degli elettori della Clinton

Coloro che il 20 gennaio 2017 si sono radunati al National Mall per costituire il “mare d’amore” di Trump avrebbero potuto seguire l’evento in televisione. Avrebbero potuto limitare il proprio coinvolgimento recandosi a votare l’8 novembre 2016 e restando poi a guardare le politiche realizzate dalla Casa Bianca. Invece hanno deciso di portare al Mall le proprie individualità corporee, senzienti. Allo stesso modo, lo scopo fondante di Occupy non era criticare Wall Street, discutere di regolamentazione finanziaria o fare pressioni per delle politiche economiche alternative bensì, come indica il nome stesso, occupare spazi fisici: utilizzare il corpo umano per rendere un movimento politico imprescindibile. Gli attivisti di altri importanti movimenti di protesta contemporanei, come Black Lives Matter e Greenpeace, bloccano strategicamente importanti infrastrutture (aeroporti e autostrade, per esempio) con i loro corpi. Silenzi di massa, come le marce silenziose organizzate ogni mese per ricordare le vittime dell’incendio della Grenfell Tower di Londra, rappresentano una potente dichiarazione di empatia già solo attraverso la loro prossimità fisica. Contrariamente alle paure di Le Bon, la storia ci fornisce innumerevoli esempi di resistenza pacifica delle folle all’oppressione. Non è che queste ultime siano meno emotive delle masse arrabbiate, soltanto che le emozioni sono differenti.

  

Una folla non è la stessa cosa di un pubblico, un insieme di lettori o un elettorato. Non si limita a ricevere l’informazione e reagire di conseguenza. Ciò che differenzia una folla, riteneva Le Bon, è che viene influenzata tramite un processo di contagio. Questa è un’ulteriore dimostrazione dell’importanza della biologia nel pensiero di Le Bon, che riteneva che idee ed emozioni si trasmettessero nelle folle come malattie contagiose. “Ogni sentimento, ogni atto è contagioso in una folla”, sosteneva, “e contagioso a tal punto che l’individuo sacrifica molto facilmente il proprio interesse personale all’interesse collettivo”. Se in un dialogo pubblico razionale si potrebbe ricorrere a prove e argomenti per convincere l’altra persona, i contagi permeano le folle tramite una serie di messaggi consci, inconsci e fisici. Nelle folle, i singoli non scelgono di accettare le idee e le azioni dei loro pari, ma ne vengono travolti. “Il contagio è abbastanza potente”, scriveva Le Bon, “per imporre agli uomini non soltanto certe opinioni, ma anche certe impressioni dei sensi”. La folla diventa una grande rete neurale attraverso la quale le emozioni viaggiano da un corpo all’altro ad altissima velocità.

 

Le Bon riteneva che le folle fossero sensibili in particolare ai sentimenti scatenati dagli oratori, soprattutto coloro che apparivano autoritari e fisicamente minacciosi. “L’oratore che vuole sedurla – la folla – deve abusare di dichiarazioni violente”, scriveva. “Esagerare, affermare, ripetere e mai tentare di dimostrare alcunché con il ragionamento sono espedienti familiari agli oratori nelle riunioni popolari”. In presenza di un simile demagogo, le masse diventano incredibilmente obbedienti, lasciando che tutte le loro spinte più oscure e primitive vengano impersonate dal leader. Questo culto popolare del capo ricorda la cultura militare con la sua gerarchia e tendenza alla violenza, ma significativamente, dal punto di vista di Le Bon, è privo delle norme di disciplina e organizzazione che servono a vincere le guerre. Garantisce un potere pericoloso a individui dotati dal punto di vista retorico ma sconsiderati.

 

La folla è soprattutto un fenomeno fisico. Stabilisce una prossimità di carne a carne, consentendo che emerga una serie di emozioni

C’è qualcosa di paradossale nella valutazione di Le Bon. Da una parte riteneva che le masse moderne fossero state pacificate e indebolite oltre misura dalle idee democratiche e socialiste, e ciò era indicativo del fatto che non fossero più adatte alla guerra. D’altro canto però vedeva una potenziale violenza annidarsi nella psicologia della folla, che poteva esplodere in qualsiasi momento squarciando il velo della vita civile. L’enigma che rappresentava la folla era di essere al tempo stesso pericolosa e vigliacca, da una parte troppo desiderosa di violenza e dall’altra non abbastanza. Paura e aggressione spesso nascono appaiate. Le Bon concludeva pessimisticamente che le folle non potevano combattere guerre né favorire la pace. A guardare meglio, tuttavia, questa ambiguità comporterebbe che le folle si possano attivamente mobilitare per scopi diversi dal solo combattere; in particolare possono rendere pubblici sentimenti privati di paura e dolore. I corpi si possono riunire in massa per minacciare; ma possono anche farlo per mostrare (o esprimere solidarietà con) ciò che viene minacciato. Questa distinzione è fondamentale nella formazione delle alleanze politiche e contraddice chi insiste a dire che tutti i movimenti populisti e le dinamiche delle folle siano “gli stessi”.

 

Le Bon aveva ragione a considerare la psicologia della folla un’entità distinta, radicata nella nostra comune esistenza fisica, ma le sue teorie sulle conseguenze che questo avrebbe causato erano troppo cupe. Il corpo umano e il suo sistema nervoso non sono, dopotutto, unicamente fonte di pericolo e paura, ma anche di compassione. La capacità di provare dolore può provocare paranoia e ostilità, ma anche empatia e riconoscimento di una comune umanità. Se, come sosteneva Le Bon, la psicologia della folla rivela aspetti della vita umana repressi dalla cultura, allora le folle possono anche svolgere un prezioso lavoro terapeutico nell’indagare dolori e paure che altrimenti passerebbero inosservati. E’ davvero rischioso liberare certe caratteristiche umane che sono state a lungo denigrate in quanto “irrazionali”. Ma da qualche parte devono andare.

 

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E’ quando vengono tradotte in immagini in grado di cambiare il nostro modo di sentire che le idee cominciano a trasmettersi nella folla

Questo interesse per i sentimenti della folla potrebbe apparire estraneo soprattutto a chi consideri la politica più in termini di organizzazione di partito, legislazione e decisioni politiche. In un’epoca di democrazia rappresentativa, la mobilitazione fisica di grandi numeri di persone potrebbe sembrare obsoleta o irrilevante, qualcosa che riguarda una minoranza di attivisti politici insolitamente appassionati. I processi che Le Bon analizza tuttavia non sono limitati ai soli raduni politici; in realtà influenzano oggi la nostra vita in modi ben più numerosi di quanto avesse potuto immaginare Le Bon.

La nostra nozione contemporanea di “marketing virale” (rivolto sottilmente a persone influenti, piuttosto che comunicare con il pubblico intero) è un esempio di contagio utilizzato in modo sistematico. Aumentando la possibilità di catturare in modo digitale più elementi del nostro comportamento e della nostra comunicazione, e grazie ai rapidi progressi nel campo dell’“intelligenza artificiale emotiva” (o affective computing), sta diventando possibile studiare con maggiore precisione scientifica i movimenti di emozioni e sentimenti nelle folle. […]

 

Molti di noi accetterebbero il fatto di essere soggetti al contagio emotivo nei rapporti sociali quotidiani. In realtà è un sollievo abbandonarsi alle convenzioni sociali e non dover valutare ogni situazione nei suoi meriti oggettivi. Sarebbe strano passare una serata tra amici osservandoli costantemente con occhio critico, controllando la veridicità di ogni loro affermazione e rifiutando qualsiasi accordo istintivo o stato d’animo condiviso. Sappiamo quanto siamo fisicamente reattivi a segnali fisici come il linguaggio del corpo, persino a bioritmi come il battito cardiaco. Nella sfera privata e intima tutto questo non ci preoccupa. L’ansia di Le Bon derivava tuttavia dalla convinzione che i movimenti democratici nascano da quegli stessi aspetti emotivi e influenzabili della psiche umana, al punto che in realtà per la folla non è importante ciò che viene detto, ma semplicemente come questo li fa sentire. Infatti, più che riguardare la comunicazione verbale, i contagi sono una questione di comunicazione grafica e fisica. E’ quando vengono tradotte in immagini in grado di cambiare il nostro modo di sentire che le idee cominciano a trasmettersi nella folla, passando da una persona all’altra sotto forma di “sentimenti”. Il ruolo attuale di marchi e loghi, che riescono a comunicare un’idea o uno stato d’animo senza utilizzare parole, testimonia il potere delle icone visive nell’influenzare il comportamento. […]

  


 

Un'immagine della Marcia per la scienza di Washington del 22 aprile 2017 (foto LaPresse)


  

Internet ha dato nuove forme – compresa quella che alcuni potrebbero definire “propaganda” – all’aspetto multimediale delle dinamiche della folla. Il fatto che Internet sia un mezzo più visivo che testuale è di importanza fondamentale per il tipo di potere che offre per mobilitare e influenzare le folle. Il movimento suprematista bianco alt-right è iniziato con dei forum online dove una comunità di neoliberalisti ed etno-nazionalisti affidava i propri messaggi e sentimenti a dei meme illustrati, diversamente dagli opuscoli, libri e articoli che in passato avevano fornito il terreno su cui si sviluppavano i movimenti politici. Uno studio sulla propaganda in rete identifica nel mondo trenta nazioni, tra cui Russia e Cina, dedite a un utilizzo deliberato dei social media per manipolare l’opinione pubblica e il comportamento elettorale.

La paura contemporanea della propaganda suggerisce in realtà un problema più endemico, ovvero la rapidità alla quale possano circolare le informazioni se appaiono e vengono percepite come vere a livello visivo ed emotivo. Alcune ricerche hanno dimostrato che su Twitter le bugie viaggiano più veloci dei fatti assodati. Di nuovo, facciamo tutti parte della folla di Le Bon per cui “il falso esercita quasi la stessa influenza del vero”. Il lettore del Financial Times potrebbe credere di essere influenzato dai fatti, mai dalle sole apparenze. Se però condivide un’infografica del Financial Times su Facebook, in realtà lo fa per la sua attenzione ai dati e alla metodologia, oppure perché il logo e lo sfondo rosa appaiono credibili? E’ sempre più chiaro il fatto che un pubblico istruito, attento esiste all’interno di proprie bolle culturali di condivisione dei contenuti. Anche i dati numerici possiedono determinate risonanze emotive che attirano e respingono persone diverse in modi diversi. […]

 

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Certe idee o immagini sembrano diffondersi di propria iniziativa, innescando straordinari ribaltamenti elettorali

Tre mesi dopo l’insediamento di Trump, un’altra folla ha marciato su Washington Dc. La “March for Science” è stata promossa come “primo passo di un movimento globale per difendere il ruolo fondamentale della scienza per la nostra salute, la nostra sicurezza, le nostre economie e i nostri governi”. Come recita il suo slogan, “è il momento di uscire dalle retrovie e fare la differenza”. Questa manifestazione è stata in parte la risposta a una serie di allarmanti nomine e decisioni politiche dell’amministrazione Trump, che sembravano minacciare lo status pubblico e i fondi stanziati per la ricerca scientifica in una serie di campi. La nomina di Robert Kennedy Jr, teorico di spicco del complotto dei vaccini, a presiedere una commissione su “sicurezza dei vaccini e integrità scientifica” era una di queste. Un altro esempio sono stati i tagli ai budget della Nasa e dell’Environmental Protection Agency per i cambiamenti climatici.

In senso più ampio, la marcia ha fornito uno sfogo all’indignazione diffusa causata dalla tendenza della nuova amministrazione a trattare verità scientifiche assodate come questioni di opinione e punto di vista. I conservatori statunitensi hanno sfidato l’influenza della scienza moderna su una serie di fronti, in particolare in aree come la biologia, in cui l’evoluzionismo contrasta con le credenze religiose. L’ascesa di Trump sembrava però avere amplificato il problema, non soltanto seminando il dubbio dove gli scienziati vedevano fatti, ma insinuando il caos nel discorso politico, come se la “realtà” avesse smesso di fornire dei vincoli. […]

 

Il rischio immediato di un evento del genere è che trasformi ragione e oggettività in valori politici come qualsiasi altro: cose per cui è necessario fornire giustificazioni, lottare e creare coalizioni. Gettandosi nel calderone delle manifestazioni e della polemica, gli scienziati rischiano di tramutare i “fatti” in questioni politiche scottanti, esattamente come fanno già i fondamentalisti religiosi, gli scettici del cambiamento climatico e i teorici del complotto. Ci si preoccupa che sostenere la scienza possa diventare un’ennesima forma di identità condivisa o tendenza emotiva limitata a determinate comunità e regioni culturali e non ad altre. Come Le Bon avrebbe potuto segnalare agli organizzatori della March for Science, chi stuzzica il potere emotivo della folla lo fa a proprio rischio e pericolo, poiché una volta che si è passati a una politica del sentimento e della suggestione non si può tornare improvvisamente indietro, facendo appello all’oggettività e alla razionalità. Se le folle sono il luogo in cui l’emotività prende il posto della ragione, forse una “marcia per la scienza” è fondamentalmente controproducente. […]

  

A volte ci si chiede perché l’antipatia verso le “élite” si manifesti raramente nel dare la colpa ai più ricchi. Come possono uomini facoltosi come Beppe Grillo, Aaron Banks, Andrej Babis o Peter Thiel affermare di guidare un movimento contro le élite? La risposta è: diversamente da un giornalista, uno statistico del governo, un membro del parlamento o un avvocato, un ricco non sostiene mai di parlare per nessun altro che per sé stesso. Non rivendica una posizione pubblica, perciò non può essere accusato di ipocrisia. L’arroganza percepita di un esperto o di un politico di professione sta nel reclamare un punto di vista etereo, spassionato e inaccessibile a qualsiasi comune imprenditore, consumatore, utente di Twitter o membro della folla. Perciò nell’istante in cui ciascuna di queste figure forma a sua volta una folla o mostra un’emozione, i loro antagonisti dimostrano di avere ragione.

Il populismo di destra e di sinistra è davvero una ribellione nei confronti di sistemi di rappresentazione di un tipo o di un altro, uno smascheramento di chi ci “rappresenta” rivelandone il cinismo egoista e l’ipocrisia. Il rapporto tra i rappresentanti politici e il popolo, tra i “mezzi di informazione dominanti” e gli eventi effettivi, tra scienza e realtà viene considerato tutto un imbroglio. Quando viene a mancare la fiducia in uno di questi gruppi elitari, si ha generalmente un impatto sulla fiducia in tutti i restanti. Una volta che le persone smettono di fidarsi dei sistemi di rappresentazione in generale, e in particolare nel sistema politico, diventano meno interessati a ciò che conta come “vero” e come “falso”. I bugiardi possono essere tollerati o persino ammirati, una volta che le fondamenta stesse di un sistema politico non sono più considerate credibili.

 

“Non nel mio nome” è diventato uno degli slogan più noti nelle proteste pacifiste, suggerendo che i nostri cosiddetti rappresentanti eletti in effetti non ci rappresentano per nulla. Marine Le Pen ha enfatizzato moltissimo l’intimità culturale dei politici francesi con i giornali più importanti, definendoli “sistema politico-mediatico” o semplicemente la caste. “I media della Clinton” è il modo in cui i sostenitori di Trump di solito descrivevano organi di stampa della costa Est come la Cnn e il New York Times quando i giornalisti arrivavano ai loro raduni. E’ significativo il fatto che nel 2016 il 61 per cento degli elettori di Trump manifesti sfiducia nei confronti dei mezzi di informazione, rispetto al 27 per cento degli elettori della Clinton. L’espressione politically correct si può utilizzare ora per prendere in giro e svalutare in pratica chiunque ritenga che in pubblico si debba parlare in modo diverso che in privato. […]

Il sogno moderno di un governo oggettivo, tecnocratico è decisamente in difficoltà. Se però dobbiamo comprenderne la ragione, per prima cosa è necessario prestare molta più attenzione alle origini e all’autorità della competenza e all’ideale di un punto di vista “apolitico”, oggettivo che vi si accompagna. Un beneficio del caos attuale è che ci costringe a guardare con occhi nuovi istituzioni e tradizioni che abbiamo dato per scontate. Il tentativo di elevare i fatti al di sopra delle emozioni ha una storia lunga, strettamente connessa alla politica. Se c’è qualcosa da salvare o resuscitare dell’ideale di competenza imparziale, allora dobbiamo comprenderne la genesi. Così facendo, scopriremo che “i fatti” non sono mai comparsi dal nulla, ma sono il prodotto

 


Titolo originale “Nervous States” ©️ 2018 William Davies / Roberto Santachiara Agency. Per la trad it. ©️ 2019 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino. Traduzione di Maria Grazia Perugini

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  • iksamagreb@gmail.com

    iksamagreb

    03 Maggio 2019 - 15:09

    Titolo che definisce la nostra realtà esistenziale. La velocità dei media che notificano le notizie in diretta a livello planetario provocano l'umanità online a reazioni standard, a reazioni di massa emotive, culturali, etiche e comportamentali. E' un fatto nuovo, ma è un fatto. Tanto che da un po' di tempo il diavolo - nemico della verità che nella realtà trova indiscutibile prova provata - ora sta subdolamente diffondendo una rivoluzione pericolosissima della percezione della realtà ossia la "REALTA' PERCEPITA". Fateci caso, a cominciare dalla meteorologia ecceccecc. Ed è l'imposizione di una falsità, far passare un giudizio individuale come collettivo, è l'imposizione del relativo come fosse assoluto, lo sdoganamento della liceità di strumentalizzare ciò che è "a piacere" di chi può e vuole ed imporlo. Occhio...

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