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Élite e castigo

Perché oggi una parte della società è tormentata dal senso di colpa e un’altra, la massa, è invece incatenata alla rabbia? C’entra la trasformazione della responsabilità individuale, la fine storica di un patto sociale e una rivoluzione mai indagata: il nostro nuovo modo di mangiare. Un’indagine

6 Maggio 2019 alle 14:13

Elite e castigo

Se prima c’era un fantasma che spingeva le élite a liberare le masse incatenate, ora c’è un senso di colpa che tormenta le élite e incatena le masse alla rabbia. E’ la sintesi delle discussioni giornaliere al bar sotto casa. Voglio dire, il suddetto campione di riferimento non copre tutti i crismi che la statistica richiederebbe per siffatte operazioni, si tratta, tra l’altro, di un piccolo bar, a via di Donna Olimpia. Tuttavia la strada è multiforme, celebrata da Pasolini, in “Accattone”, e ancora oggi trovate documentari sui ragazzi delle case popolari del civico 30: ah! quella vitalità selvaggia che tanto affascina chi non è selvaggio. Nello stesso tempo, la strada (che è lunga) raccoglie un ceto sociale benestante, ebbene sì colto, raffinato (il grande Caproni abitava a pochi passi, ora c’è un’insegna che lo ricorda: “Il vento… E’ rimasto il vento. / Un vento lasco, raso terra, e il foglio / – quel foglio di giornale – che il vento / Muove su e giù sul grigio / dell’asfalto”), e dunque al bar, dove élite e massa si sfiorano, in giorni particolarmente nervosi – vuoi per cazzi propri, vuoi per cogenti dichiarazioni politiche – si discute vivacemente.

 

Ci sono punti di (strana) intersezione, per esempio, l’alimentazione. Qui élite e massa hanno la stessa idea

Però prima di cominciare a introdurre l’affaire, sarebbe il caso di provare a fornire dei punti di orientamento, così per definire i due gruppi da bar: chi legge Repubblica o il Corriere (il Foglio non arriva sempre, ahimè) è élite, chi invece sfoglia il Fatto Quotidiano e il Giornale e Libero è massa. Questione di narrazione, Repubblica è il salottino, ovviamente, il Corriere il salotto buono, Fatto, Giornale, Libero sono popolari, e del popolo hanno i colori, la grammatica. E’ anche questione di vestiario, Repubblica e Corriere vanno sotto braccio a tizi più eleganti, sono quelli che non comprano solo in saldo, hanno i propri negozi di riferimento, gli altri, invece, indossano giacche a vento e giubbotti. Se i primi sono considerati élite anche perché possono permettersi, chessò, di non prenotare visite mediche con lunghi di tempi di attesa, non sempre salgono in autobus, gli altri, la massa, si lamentano spesso dei servizi di trasporto e della sanità pubblica e mostrano degli affanni nella gestione di vari problemi quotidiani, dalla scuola ai viaggi. L’idea di futuro, poi, è affidata al lotto e ai vari gratta e vinci. Tra l’altro le discussioni sui numeri riempiono gran parte delle giornate.

 

Ci sono punti di (strana) intersezione, per esempio l’alimentazione. Qui élite e massa hanno la stessa idea, è vero, l’élite ha i suoi Natura Sì, mentre la massa preferisce il contadino che vende ai mercati, ma entrambe le categorie sono, diciamo così, sovraniste alimentari. A parte l’ossessione per il bio ecc. vogliono i prodotti italiani, quelli fatti dal contadino (chissà gli ortaggi del supermercato da dove vengono, ma vabbè) e ci tengono a sottolineare l’origine italiana, la mano italiana. Una eventuale lista che affratellasse i due gruppi potrebbe far leva sul sovranismo alimentare, sperando poi che gli altri stati non abbiamo la nostra stessa ossessione per i confini, altrimenti le mele, faccio per dire, ce le mangiamo solo noi, per non parlare delle centinaia di prodotti che esportiamo, immaginate solo l’abbassamento di prezzi per l’ovvio intasamento dell’offerta.

 

Ora, élite e massa, così, viste al bar, hanno connotati molto rigidi, un po’ grotteschi, e anche per questo non si parlano, anzi, si scontrano solo, e ognuna, nella battaglia, illumina dell’altra ciò che è spiacevole e ridicolo, insomma quello che serve a vincere facile: la tecnica del riflettore, la chiamava Auerbach. Non credo sia colpa degli astanti del bar, una miriade di talk sta promuovendo questo modus operandi, l’altalena è troppo emotiva e la confusione regna. E’ tutto basato sulla contingenza e sul sentimentalismo, e il linguaggio comune, appunto, quel certo stile che accomuna élite e massa rende difficile capire se davvero ci sarebbe un ruolo per le élite e un ruolo per la massa, al di là della lite, dico.

 

Tuttavia al bar c’è un personaggio interessante, il parrucchiere. Ragazzo giovane, smilzo, molto curato che non viene dai quartieri alti, anzi, si nota l’origine bassa, diciamo così, di massa. Vuoi per il gusto, vuoi per l’attenzione all’estetica del taglio, vuoi perché nel suo locale ha anche un laboratorio per parrucchieri, insomma, è uno attento alle buone maniere, basta vedere come prende il caffè. E per questo, nelle discussioni si pone come ponte tra i due gruppi, ed è preso in considerazione.

 

Il parrucchiere si pone come ponte tra i due gruppi, ha il linguaggio basso ma l’ambizione verso l’alto

Le buone maniere, appunto. Il fatto è che a forza di insulti ci siamo dimenticati che tutta la diatriba odierna élite vs massa, ovvero perché l’élite è venuta meno al suo compito, quindi non solo ha difficoltà a indicare la strada ma si è chiusa nel proprio bel quartiere e ha perso di visto il sentimento delle masse, questa diatriba, ha origine qualche secolo fa da un punto di gravità importantissimo e poco considerato: le buone maniere a tavola. Questo punto fa parte del cosiddetto processo di civilizzazione – che oggi, considerati i risultati, non è affatto da disprezzare – ed è un processo portato avanti (non si sa con quanta coscienza) dalle élite. “Il processo di civilizzazione” è l’opus magnum di Norbert Elias, importante e per molto versi fondamentale intellettuale ebreo-tedesco (nacque a Breslau, allora, nel 1897, in Germania, ora in Polonia, Wroclaw). 

 


Dalle élite alla massa: il processo di civilizzazione funzionava così, e passava dalla tavola. Le virtù borghesi. Bentham e l’emancipazione degli spazzacamini


 

Vita travagliata, esule, fuggì dalla Germania nel 1933, perché, appunto, ebreo, ma fu rinchiuso in un campo di prigionia inglese, perché tedesco. Non finisce qui, il suo libro vide la luce nel 1939, e dài, chi se lo leggeva… voglio dire, un elogio al processo di civilizzazione quando stava per iniziare la più profonda epoca di decivilizzazione… Lui, Elias, vagabondò in giro, insegnando in varie università e se ne andò in pensione nel 1962 (si prese pure una specializzazione come psicoterapeuta). Durante gli anni oziosi della pensione, ecco la novità: il suo processo di civilizzazione emerge dal buio, viene riscoperto. Di cosa parla? In sintesi, del calo di omicidi e del tasso di violenza, a partire dal Medioevo. Elias naturalmente non ragionava sui dati, che non erano nemmeno disponibili, ma sul lessico grammaticale e quotidiano del Medioevo. Prese come esempio, come punto di partenza, una serie di illustrazioni, i libri di casa del Medioevo. Com’era nel Medioevo il mondo visto da un cavaliere? Beh, alcuni sprazzi quotidiani non sono niente male, in una tavola si vede un maiale che annusa il sedere scoperto di un contadino che sventra un cavallo, intanto nella vicina grotta un uomo e una donna stanno alla gogna, sopra la grotta, su una collina, un poveraccio viene condotto alla forca (ah, c’è già un altro cadavere che penzola), poi c’è un uomo alla ruota a cui stanno spezzando gli arti, e un corvo lo becca pure. Ancora, un gruppo di cavalieri sta attaccando un villaggio e le espressioni dei contadini non sono per niente rassicuranti, verranno uccisi, depredati, e le donne violentate. Come dire, se nei talk, nei bar, sui media diamo la colpa della violenza al turbocapitalismo, alla diseguaglianza sociale, agli immigrati, se pensate insomma che questo nostro mondo sia uno schifo, allora dovreste vedere queste tavole medievali. Lì la violenza era ovunque, anche negli svaghi. Volevi ridere un po’? Potevi ammazzare un gatto legato a un palo con un bastone. E ordunque, le buone maniere?
Soffermiamoci su questa serie di consigli, ah, chi parla è Erasmo da Rotterdam: non insudiciare con orina scale, corridoi, stanze e tappezzerie… quando ti dividi il letto con altra persona e ti imbatti in qualcosa di disgustoso nel lenzuolo non voltarti verso il tuo compagno per mostrarglielo, né porgigli la cosa puzzolente da fiutare dicendo: sentite come puzza. Sono tutti consigli tratti dal suo galateo e ce ne sono altri ma molto forti, di quelli che fanno abbandonare la lettura, alcuni riguardano il comportamento a tavola, ebbene, infine, studiando la vita quotidiana del Medioevo, Elias scrisse che in fondo l’abitudine al garbo, all’autocontrollo, al riguardo per gli altri, non sono la nostra prima natura, ma la seconda, nel senso che abbiamo dovuto acquisirla. L’autocontrollo è un po’ come un muscolo, va esercitato e allenato e la tavola era il posto ideale.

 

Le buone maniere a tavola, secondo Elias, si diffusero dall’alto in basso, e dal quel momento il tasso di violenza cominciò a calare, per esempio il coltello perse la sua funzione di arma offensiva (in questa fase divenne comune l’uso della forchetta). E alcuni valori cavallereschi e dunque elitari, l’onore la vendetta, persero forza e lasciarono spazio ad altri, si impose un nuovo galateo: la cultura della dignità e del controllo delle emozioni, e anche questi si diffusero dall’alto verso il basso.

 

Va considerato, ovvio, lo sviluppo di una sorta di Leviatano, le monarchie recuperano il controllo della situazione, in Europa nel XV secolo esistevano 5.000 entità politiche indipendenti che giocavano alla guerra (e depredavano, assassinavano, facevano terra bruciata) nel 1953 siamo arrivati a meno di 30. Metti anche l’arrivo del commercio, meglio vendere che fare la guerra, e quindi il denaro smise di essere considerato malvagio, e insomma, concluse Elias: la cortesia filtrò dall’alto in basso, dall’aristocrazia legata a corte alla borghesia e da questa al resto della classe media.

 

L’idea che abbiamo delle élite e che ancora oggi, in maniera insensata, sopravvive, e di cui discutiamo, e cioè le élite insegnano le buone maniere (in senso lato), la masse imparano e si ingentiliscono (in linea teorica potrebbero in un batter d’occhio diventare élite) insomma sono meno cafone, ecco questa idea nasce dalle buone maniere a tavola e ha sortito i suoi effetti. Non si tratta solo di galateo spicciolo ma di allenamento costante, vanno potenziati alcuni muscoli non abituati a funzionare: l’altruismo, la visione d’insieme e quei muscoli che ci permettono di maneggiare nuovi metodi di indagine.

 

Ma oltre la questione di coltello e forchetta? Oltre i violenti valori cavallereschi ripudiati? Esempi di élite che hanno saputo allenare la cortesia e l’attenzione e inventare nuovi strumenti di indagine così da sollevare le masse da una condizione miserevole? Per esempio il caso degli spazzacamini inglesi. Nel 1819, la Camera dei comuni britannica discusse un nuovo disegno di legge sugli spazzacamini. L’élite era divisa, da una parte i progressisti sostenevano che non fosse giusto far lavorare i ragazzi con meno di 14 anni, mentre i conservatori insistevano che era meglio che i bambini lavorassero “anziché vederli alla prese con imbrogli e furti oggi così comuni tra i maschi di tenera età”, come diceva Thomas Denman. Mr. Ommaney, dello stesso schieramento, era convinto che per i giovani spazzacamini (di otto anni) non ci fosse nessun problema: lui li aveva visti, erano vivaci, allegri e contenti. E Denman rilanciava: a quell’età hanno pure la costituzione fisica perfetta per pulire i camini. I progressisti contestavano le impressioni di Ommaney esibendo delle prove fattuali, e cioè le statistiche mediche che affermavano altro: i giovani spazzacamini esibivano tutti i sintomi della vecchiaia precoce. Erano le statistiche a dirlo: statistiche, dalla radice stat, Stato: un insieme di informazioni di Stato, indipendenti da opinioni e conclusioni personali. Adesso facciamo presto a prendere in giro fatti e statistiche (anzi, chi è che non cita Trilussa e il pollo) ma allora le statistiche sono state un veicolo importante per mettere alla prova le teorie di Bentham e il suo utilitarismo che in certi casi fortunati fa rima con altruismo.

 



 

Fino all’Ottocento avevano la meglio i ricchi, per lo più, esercitavano il potere basandosi sulle proprie impressioni e sull’autorità che il loro status gli attribuiva. Poi arrivò appunto Bentham e influenzò una parte di quelle ricche élite: il piacere e il dolore influenzano in uguale misura la nostra vita, quindi il criterio per giudicare un’azione è stabilire se produca “la massima felicità per il maggior numero di persone”. Il principio di Bentham applicato al caso dei giovani spazzacamini significava, per esempio, che la felicità del duo conservatore Denman/Ommaney (usare piccoli di otto anni per pulire il proprio camino) non contava più della felicità dei ragazzini (poveri). 

 

Con questa nuova filosofia lo Stato non poteva più basare le sue azioni sulle impressioni di quelli come Ommaney, ma doveva impegnarsi ad accrescere la felicità generale. Per prima cosa si doveva capire com’era davvero la vita dei cittadini, c’era bisogno di fatti, e di metodologie per accertarli. Fu il tempo dei libri azzurri, con i rapporti sulla povertà, la criminalità, l’istruzione. Libri pieni di aneddoti, storie, interviste e tabelle statistiche: fatti su fatti, e anche se i metodi statistici non erano così raffinati, alla fine ha vinto l’élite progressista con un nuovo galateo.

 


Un nonno, contadino meridionale, che ascoltava a bocca aperta quelli che avevano studiato. I borghesi maltrattati dalle élite intellettuali. La responsabilità individuale suggerisce un nuovo modo di fare,  richiede un vestito il cui taglio non è più novecentesco. Altruismo vs egoismo. Collaborare, non separare


 

Questa, è chiaro, è una storia che ci piace. Un modello platonico, direi. Una élite istruita alle buone maniere e dunque altruista attenta al progresso degli ultimi, che imposta una battaglia per ragazzini sporchi di carbone, e la vince non appellandosi alla sua autorità indiscussa (siamo sempre degli aristocratici più vicini a Dio) ma perché si serve di una strumentazione, un metro di misura e un sistema di pensiero che tutti possono usare: le statistiche e l’utilitarismo.

 

Per decenni questo metro e quella filosofia (che decomposto significava istruzione, intelligenza, competenza, altruismo, abnegazione) hanno sedotto tanti, sia nelle élite sia nelle masse. E i risultati si sono visti.

 

Prendiamo un esempio singolo ed emotivo ma con una sua base statistica: mio nonno. Classe (maledetta) 1899, a 19 anni si è trovato sul Piave a combattere. Ora, mio nonno come la maggior parte dei vostri nonni erano massa. Alcuni come il mio massa della massa, cioè contadino meridionale, con un unico vestito e un unico paio di scarpe. Ebbene, quei nonni indossavano quei vestiti buoni sia i giorni di festa sia quando dovevano andare a sentire i tecnici agrari che venivano in paese per parlare delle ultime novità agronomiche. La cultura era sacra, anche perché veniva dalle élite, da quelli che hanno studiato.

 

Ho visto tante foto di mio nonno e dei suoi amici vestiti a festa, rispettosi e attenti che ascoltavano, bocca e orecchie aperte, le élite del tempo, dietro un banco, o di fronte a una lavagna intenti a spiegare. Sono ancora adesso commoventi, un po’ perché è mio nonno, un po’ per la nostalgia di quel mondo dove élite e massa si tonificavano l’una con l’altra, e una diceva: insegno quello che ho imparato, e insegnando trovo il senso della mia vita, mentre l’altra sosteneva: imparo per vivere meglio, e poi la vita sarà più facile e meno insensata.

 

Meglio di così, dai, diciamo che si era in fase armonica, ognuno faceva la sua parte. Poi i dubbi vengono su questa armonia, sarà vera armonia? O trattasi di finzione armonica?

 

Naturalmente trattasi di storia complicata e piena di sfumature, allora la complicazione era sempre lì a portata di mano, e pure oggi non ci scherza. Sì, oggi come allora (lo so, terribile locuzione), discutiamo, ci scanniamo, ci vestiamo a lutto perché se ci sentiamo élite nutriamo un senso di colpa, se siamo massa siamo arrabbiati con le élite. Al centro c’è sempre la questione: cos’è la massa? E che compito deve avere l’élite? C’è un rapporto armonico tra le due parti? Come i progressisti e gli spazzacamini? Ed è duraturo e stabile?

 

No, è molto instabile e poco armonico. Del resto la storia del rapporto tra élite e masse all’interno della forza socialista-comunista è istruttiva (la storia del Novecento è anche la storia delle élite e dei partiti massa). Tu massa sei la forza che cambierà il mondo, io élite però da avanguardia guido, e non disturbatemi. Appunto, per niente semplice. Una delle prime contraddizione da affrontare, in seno alle élite intellettuali, riguardava il ruolo degli operai, la massa eletta: qualcuno dovrà pur farla materialmente la rivoluzione.

 

Il fatto è che le premesse erano semplicistiche e lo schema di riferimento – in sintesi: le élite studiano, analizzano e guidano, le masse vengono guidate verso la rivoluzione – questo schema mostrava crepe già all’alba. A fine Ottocento la situazione era tanto complessa che a ben vedere neppure i connotati dei due schieramenti erano definiti.

 

Prendi uno come Eduard Bernstein (un revisionista direte) nei “Presupposti del socialismo (e i compiti della socialdemocrazia)” scrisse e con chiarezza che: noi dobbiamo prendere gli operai per quello che sono e oggi (cioè a fine Ottocento) non sono né così impoveriti come prevedeva il glorioso Manifesto comunista né così liberi da pregiudizi e debolezze come vogliono farci credere i loro adulatori. E questo riguardava gli operai. Altra questione era: noi élite di chi siamo figli? Del liberalismo, quindi Parlamento, democrazia. Sì, per Bernstein.

 

Insomma nemmeno abbiamo iniziato e già siamo confusi. Dopo il “che fare” di Lenin arrivò Lukács, e qui il punto di partenza del sistema engelsiano era chiaro: il nesso materialistico tra coscienza e realtà. La coscienza (operaia) è vera se rispecchia la crisi economica e l’impoverimento della classe operaia, falsa se non coglie quel nesso. Quindi bisognava lavorare per la coscienza vera contro quella falsa. Capite che casino, qua gli operai non avevano coscienza vera, ma falsa. Come mai? Che guaio, che complicazioni, che giri ideologici.

 

Comunque Lukács stesso nel 1967 scrisse la prefazione alla sua “Storia e coscienza di classe”, e insomma mise su un’autocritica così spietata da evitare che critici terzi potessero mettere bocca. E tuttavia l’annoso dibattito è andato avanti, tanto per dire negli anni Cinquanta, quando poi si discuteva sul ruolo dell’istruzione, di cui mio nonno si è servito, oggi come allora, c’era chi era a favore (sentiva il peso e la responsabilità dell’élite a cui apparteneva) e chi come élite si chiedeva: ma se poi il nonno di Pascale diventa istruito rischia di non essere più massa, questo mi diventa un borghese a tutti gli effetti, e a noi viene a mancare il soggetto rivoluzionario.

 

E poi la discussione polarizzata com’era per ovvie ragioni narrative in verità mancava di un pezzo importante. Elias l’aveva sottolineato: i commercianti, i borghesi, sono stati la vera élite rivoluzionaria, sì, l’aspetto imprenditoriale-capitalistico unito alla buone maniere a tavola ha reso possibile il processo di civilizzazione. Aspetto del resto mai sottovalutato da Marx: prima sviluppiamo il capitale poi lo espropriamo. Tuttavia, commercianti e i nascenti borghesi sono stati sempre maltrattati dalle élite intellettuali, come ci spiega in molti libri voluminosi Deirdre N. McCloskey. Gli scrittori non facevano altro che rimproverarli usando tutta una serie di aggettivi, erano avidi, diabolici, sfruttatori, quindi, dagli al mercante, a parte che gli manca l’onore marziale di un cavaliere ma quale solidarietà può sviluppare uno di loro, non sono contadini, né operai, non sono massa.

 

La discussione – tra chi insegna e chi impara, chi ha responsabilità e chi aspetta che dall’alto arrivi qualcosa di buono – si è polarizzata e incarognita perché mancava di un pezzo. Il mondo ci dice N. McCloskey non rispondeva allo schema ideale, ed è migliorato anche grazie alle virtù borghesi e al commercio e ai mercanti che le incarnavano (io mi fido di te e perciò ti presto i soldi, tu contadino puoi con il prestito cambiare status sociale). Insomma quelle virtù non erano catalogabili solo sotto la voce avidità. Il benessere odierno e la crescita di alcuni indicatori predittivi di ulteriore benessere vengono in concreto dalle innovazioni culturali e tecnologiche utilizzate nella produzione e dai consumi (poi, dai, solo trent’anni fa a immaginare il mondo com’è adesso ci avremmo messo la firma).

 

E tuttavia anche qui, siamo alle solite, vittime dello schema polarizzato, ci siamo lagnati che le cose non sono andate come previsto, al benessere secondo alcuni è seguita la corruzione delle anime. Ma queste ipotesi sono senza prove, nessuno ha chiesto agli spazzacamini liberati o ai nostri nonni se avevano perso l’anima quando hanno comprato la prima cucina a gas, diventando di fatto piccoli borghesi, o se avevano perso l’anima quando smadonnando al gelo si spaccavano la schiena per far legna.

 

Sappiamo, poi, che molti dei processi moderni, per la complessità crescente avvengono in modalità botton up (ognuno fa un pezzo e nessuno sa fare l’oggetto per intero) e quindi il gradiente non è più dall’alto verso il basso e anche per questo si parla di crisi delle élite e rottura del patto, eppure messa così la discussione punta solo su un aspetto: non sopportiamo l’idea che – porca miseria – abbiamo lottato per le buone maniere a tavola, per gli spazzacamini, per l’inclusione democratica, l’istruzione obbligatoria e ci siamo ritrovati anche con il Grande fratello e, voglio dire, qualcuno dei partecipanti è andato al Potere, con la P maiuscola e non riusciamo a capire perché, che cosa abbiamo sbagliato?

 

Ci vengono i sensi di colpa notturni. Tuttavia, sopraffatti dall’ansia, mettiamo l’accento sul Grande fratello e non vediamo il mondo intorno, così febbricitante e inquieto, le idee ci sono, si muovono e forse non sono le élite ad avere potere esclusivo. Eppure stiamo a pensare al patto saltato, oppure chissà perché crediamo ancora nell’uniformità delle masse, pensiamo che quelli del civico 30 di via di Donna Olimpia da buoni selvaggi conservino chissà quali valori ancestrali e invece ci accorgiamo che la coscienza delle masse non è quella che a noi piace, e poi sono soggette allo spirito del Potere così come le élite (guarda il Sudamerica con i suoi leader) e sono pure innervosite perché vogliono diventare élite – certo in nome del popolo, ma sempre di élite si tratta.

 

Il grande valore della società occidentale, diceva la buon’anima di V. S. Naipaul è la responsabilità individuale e bisogna ammettere che parliamo sempre di responsabilità collettive, appunto élite vs massa, ma solo perché è più facile, voglio dire, torniamo al bar di partenza, identificare il nemico, il salottiero e l’ignorante non costa niente e non cambia nella sostanza niente, bevi il caffè, partecipi al talk, litighi e te ne vai. Si è capito che il mondo è veramente complesso e voi credete che Di Maio-Salvini o altri di diverso schieramento, abbiamo le competenze necessarie per risolvere i problemi? Chi arriva al potere pensa al proprio elettorato, semplicemente perché è più facile rimanere in quella comfort zone, dirsi massa o élite semplifica molto la questione, e soprattutto sposta la colpa verso il nemico: è questo il guaio.

  

La responsabilità individuale dovrebbe portarci a pensare di realizzare un vestito della festa. Il taglio non è novecentesco, è diverso, materiali diversi, soprattutto regime sartoriale condiviso. Cioè, per tessere ’sto vestito ci vuole un metro e davvero bisogna collaborare, non separare. Come sarebbe bello e nobile trovare oggi quella misura che nell’Ottocento ha portato gli spazzacamini fuori dai camini. Misurare insieme significa usare con forza la responsabilità individuale, insomma, devi sapere cedere se i fatti si discostano dalle tue opinioni, in nome del bene comune, appunto. Ma devi anche saper lavorare con gli altri.

 

La responsabilità individuale, poi, impone anche un altro esercizio, che sempre con taglio e cucito ha a che fare. Invece di partire da uno schema ideale per arrivare ad accusare chi non rispetta questo schema, si parte con la cucitura dal basso, ci si pone cioè domande infami e sporche, si prendono in considerazione pezzi di realtà che non ci piacciono, ci disgustano e si cerca misurando insieme di raffinare il tutto: fornire una risposta meno grezza. E per partire dal basso e tessere questo vestito nuovo, perché il Pd non prende la sede nuova a Torre Maura? Non una periferica, proprio la principale. Accetta il gioco, cambia il punto di vista, rappresento le élite sì, vero ma voglio capire il mondo. Vero, ci sono le statistiche, sì, non le sottovaluto tuttavia anche le emozioni e le passioni sono importanti, per questo scelgo di guardare il mondo da quella prospettiva: desidero imparare prima di insegnare, insomma una questione di buone maniere. A Torre Maura, a Torre Angela ci sono immobili a basso prezzo e pure questo conta nel racconto politico odierno. Sì, è lontano, la logistica si complica, ma c’è il raccordo. Sì vero, il solito ingorgo in zona Appia Casilina, ma vale la pena sopportare il traffico: quello è il traffico del nuovo mondo, un mondo mischiato e colorato, brutale e febbricitante, che non risponde allo schema ideale e quindi il classico meccanismo novecentesco top down non funziona. Meglio botton up? Vediamo, e intanto scegliamo un punto di vista dal basso, ci sarà poi più gusto a scalare.

 

Vabbè, vado a prendermi il caffè e sentire quelli del bar che dicono della mia proposta.

Antonio Pascale

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