Donald Trump (Foto LaPresse)

I numeri dell'economia e la differenza tra il populismo americano e quello italiano

Claudio Cerasa

Trump ha battuto gli apocalittici. L’Italia può fare lo stesso? Populismo pro business e pro assistenza: differenze, con inedito

Negli Stati Uniti, i numeri semplicemente mostruosi dell’economia americana – con un tasso di disoccupazione arrivato al 3,6 per cento, mai stato così basso dal 1969 a oggi, con 263 mila nuovi posti di lavoro creati nel solo mese di aprile e con i salari medi dei lavoratori aumentati per 103 mesi consecutivi – hanno portato diversi giornali apertamente schierati contro Donald Trump a porsi delle domande non rituali sulla qualità delle previsioni offerte negli ultimi anni da molti economisti schierati contro il presidente americano. Su questo tema, uno dei ragionamenti più interessanti è quello offerto la scorsa settimana da Neil Irwin, uno dei principali commentatori economici del New York Times, che in un articolo intitolato “The Economy That Wasn’t Supposed to Happen” si è posto una questione importante: e se non fosse una buona idea continuare a usare i parametri utilizzati nel Ventesimo secolo per capire l’economia del Ventunesimo secolo? Irwin, senza citare esplicitamente alcuni eroi del New York Times come Paul Krugman e Joseph Stiglitz che in un recente passato avevano previsto l’inevitabile coincidenza tra l’avvento della Trumpeconomics e l’avvento di una imminente apocalisse economica, ricorda che fino a qualche mese fa gli economisti sostenevano all’unanimità che mai e poi mai sarebbe stato possibile avere un tasso di disoccupazione al 3,6 per cento accompagnato da una creazione di nuovi posti di lavoro, che mai e poi mai sarebbero potuti crescere i salari senza far aumentare l’inflazione, che mai e poi mai sarebbe stato possibile mettere in dubbio i dati della Fed, che a metà del 2016 stimava per il 2019 un tasso di disoccupazione non inferiore al 4,8 (se fosse stato vero ci sarebbero 1,9 milioni di americani in più senza lavoro e un’inflazione non inferiore al 2 per cento, mentre oggi è all’1,6). Buona parte degli economisti, scrive Irwin, ha a lungo sostenuto che le guerre commerciali e una gestione dell’economia irregolare avrebbero insieme trascinato l’America verso una recessione inevitabile. Allo stato attuale è però necessario riconoscere, nota sempre il Nyt, che i tagli delle tasse e la deregulation trumpiana, per quanto possano essere state fatte a debito, sono parte di un percorso di crescita non iniziato con Trump ma continuato in modo significativo anche con il presidente populista. E dunque, arrivati a questo punto del ragionamento, e spostandoci da un lato all’altro dell’Atlantico, è necessario e anche onesto porsi una domanda ulteriore, rispetto alla traiettoria del populismo nazionalista: c’è una possibilità che le previsioni apocalittiche relative al futuro dell’Italia possano crollare allo stesso modo in cui sono crollate quelle relative al futuro degli Stati Uniti? I dati sulla Borsa italiana (dopo sei mesi da incubo nel 2018, il primo trimestre del 2019 è stato da record, con un più 16 per cento) e sull’occupazione (dopo sei mesi da incubo nel 2018, a marzo il tasso di occupazione è salito dello 0,2 per cento, arrivando al 58,9 per cento, ai massimi dall’aprile 2008) potrebbero offrire qualche elemento per porsi anche in Italia un simile interrogativo. Ma ciò che rende difficilmente sovrapponibile il caso americano a quello italiano deriva da una differenza sostanziale tra il populismo in versione americana e quello in versione italiana. Il populismo in versione trumpiana, così come quello in versione bolsonara, ha la caratteristica di essere protezionista a livello globale e pro business a livello nazionale. Sul lungo periodo, azionare la leva del protezionismo potrebbe avere delle conseguenze anche a livello nazionale (ieri Trump ha alzato la tassa sull’import dalla Cina dal 10 al 25 per cento facendo crollare le Borse di mezzo mondo, Milano è scesa dell’1,6), ma fino a quando potrai permetterti di giocare con il debito e con la spesa per abbassare le tasse avrai sul medio periodo una buona possibilità di dare una frustata alla tua economia, cosa che Trump sta oggettivamente facendo. 

 

Il populismo in versione italiana, invece, gioca anche esso con il debito (negli Stati Uniti il rapporto debito/pil è intorno al 110 per cento, in Italia è intorno al 132 per cento) ma lo fa per raggiungere un obiettivo opposto.

 

Lo fa non per aiutare le imprese a creare lavoro ma per finanziare misure dedicate a chi non ha lavoro. Il risultato è che di fronte a due approcci pericolosi, il primo approccio, quello di Trump, produce debito, qualche guaio e molta ricchezza mentre il secondo approccio, quello italiano, produce debito, diversi guai e molto assistenzialismo. L’economia sul modello Trump, in attesa dell’apocalisse, ottiene molti risultati. L’economia sul modello Salvini-Di Maio, in attesa dell’apocalisse, ottiene pochi risultati. E per capire perché, più che concentrarsi sugli effetti inevitabili generati dalla crescita dello spread sui mutui italiani segnalati due giorni fa da Bankitalia (rispetto allo scorso settembre i margini applicati dalle banche sui mutui a tasso fisso sono cresciuti di quasi 50 punti base), vale la pena concentrarsi su alcuni dati inediti relativi a una riforma che sta all’Italia populista come il taglio delle tasse sta all’America populista: il reddito di cittadinanza. Due giorni fa il Messaggero ha rilevato che tra coloro che hanno beneficiato del reddito di cittadinanza esiste un gruppo di insoddisfatti che conta almeno 130 mila famiglie e che, essendo rimasto deluso dalla quantità di erogazione prevista del reddito di cittadinanza, è pronto a rinunciarci, dopo appena due mesi. Le ragioni sono quelle fotografate all’interno di un grafico inedito, che il Foglio ha potuto leggere, relativo agli importi erogati finora dalle 300 mila card (avete letto bene: solo 300 mila) consegnate ai beneficiari del reddito di cittadinanza. Su 300 mila, le card da 1.200 euro sono 4.123, le card tra 1.100 euro e 1.200 ero sono 7.044, la card tra 1.000 e 1.100 euro sono 14.438, le card tra 800 e 900 euro sono 50.470, le card tra 700 e 800 euro sono 37.798, le card tra 600 e 700 euro sono 42.242, le card tra 500 e 600 euro sono 35.830, le card tra 400 e 500 euro sono 108.767, le card tra 350 e 400 euro sono 14.990, le card tra 300 e 350 euro sono 14.183, le card tra 250 e 300 euro sono 15.013, le card tra 200 e 250 euro sono 19.173, le card tra 150 e 200 euro sono 19.214, le card tra 100 e 150 euro sono 20.910, le card tra 50 e 100 euro sono 26.805, le card fino a 50 euro sono 34.850. In sostanza: più della metà dei beneficiari ha ricevuto meno di 400 euro, solo sul 16 per cento delle tessere magnetiche sono state accreditate somme superiori a 750 euro e giorno dopo giorno la riforma chiave del governo del cambiamento mostra di essere non solo pericolosa a livello economico, come incentivo all’ampliamento del mercato nero, ma anche pericolosa a livello strategico, avendo costretto il governo a destinare buona parte delle poche risorse ricavate nella legge di Stabilità non per stimolare l’economia ma per stimolare l’assistenzialismo. C’è populismo e populismo. E fra i tanti populismi possibili – quello rigorista, modello nordeuropeo, non appartiene alla cultura politica italiana – il nostro paese rischia di avere l’unico che oltre a essere un danno per le libertà è un danno anche per l’economia. Speriamo di sbagliarci anche noi.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.