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Le 14 “redazioni invisibili” che producono notizie false con più lettori di Repubblica

Sono più letti e più visti dei media tradizionali, ma chi sono, da dove lavorano, che contratti hanno?

13 Maggio 2019 alle 20:27

Chi sono le 14 “redazioni invisibili” con più lettori di Repubblica?

foto LaPresse

Roma. Il rapporto sulle pagine facebook italiane che spargono notizie false apre il problema delle “redazioni invisibili”: sappiamo che ci sono italiani che lavorano assieme per spingere propaganda ideologica e di partito sui social media, ma non sappiamo i loro nomi, che contratti hanno, dove sono, quanti soldi prendono e da chi. Ricapitoliamo. Venerdì 3 maggio la ong Avaaz ha presentato a Facebook un rapporto che identifica 110 pagine e gruppi italiani che violano le regole della piattaforma e diffondono notizie false e fanno propaganda d’odio.

  

Sono pagine che in totale hanno più di 18 milioni di follower e che in molti casi sono legate o ispirate ai due partiti di governo, i Cinque stelle e la Lega. Tanto per dare un’idea della loro diffusione, le pagine facebook di Repubblica e Corriere assieme hanno circa sei milioni di follower – quindi un terzo. Facebook la scorsa settimana ha reagito e per ora ha rimosso 23 di quelle pagine (non per la disinformazione, ma per altre violazioni: profili falsi, cambi di nome, spam).

 

Il rapporto di Avaaz è stato scritto con uno scopo preciso – mitigare l’abuso di Facebook prima delle elezioni europee – e lascia scoperte molte questioni. La prima è che dietro a quelle pagine c’è un lavoro professionale ovvio. Alcune producono 270 post al giorno e sebbene molto materiale sia riciclato da altre pagine o comunque non sia originale è da escludere che ci sia un italiano che per hobby piazza propaganda politica su una pagina facebook alla media di una volta ogni due minuti per dieci ore al giorno di seguito. E’ un discorso che vale anche per le pagine che postano dalle cinquanta alle cento volte al giorno. C’è qualcuno seduto davanti al computer che lo fa perché è la sua mansione. I dati del rapporto dicono che esistono almeno quattordici “reti” o cluster. Vuol dire che molte di quelle pagine si comportano come se fossero comandate da una sola testa e lanciano lo stesso contenuto nel giro di pochi secondi. Ci sono redazioni invisibili, con professionisti invisibili, che nel giro di qualche anno di attività hanno creato un seguito enorme e in qualche caso superiore ai media tradizionali – anche grazie all’algoritmo di Facebook che fa diventare virale un post se è molto letto e non se è vero. Un video di propaganda prodotto in pochi minuti con spezzoni già esistenti può fare milioni di visualizzazioni e quindi avere un pubblico più vasto del telegiornale della sera.

 

Luca Nicotra di Avaaz dice al Foglio che è possibile stimare per ognuna di queste reti il lavoro di una squadra di tre, quattro persone, ma si tratta di una stima per difetto: nel caso delle pagine che postano con più frequenza la squadra potrebbe essere anche di venti persone, che non devono necessariamente essere nello stesso luogo e possono coordinarsi online. La differenza con i media normali è che non ci sono nomi, non ci sono luoghi fisici conosciuti, non ci sono regole, non c’è responsabilità, non ci sono gli stessi costi. Puoi scrivere che Saviano preferisce “salvare i miei fratelli clandestini piuttosto che qualche terremotato italiano piagnucolone” e sebbene sia una frase inventata e calunniosa non subisci conseguenze – mentre un giornale che provasse a fare altrettanto e inventasse citazioni morirebbe di querele nel giro di una settimana. Puoi prendere da un film lo spezzone in cui una banda di immigrati sfascia un’auto dei carabinieri e presentarlo come una notizia vera e ottenere milioni di visualizzazioni. A pensarci, se sei un partito ti conviene investire soldi in questo tipo di persuasione almeno tanto quanto investire in un giornale di partito o provare a lottizzare un tg.

 

Osservare le pagine di propaganda manovrate dalla redazione invisibile che pubblicano lo stesso contenuto tutte assieme è come vedere un banco di pesci che nuota in sincronia perfetta: i pesci cambiano tutti direzione di colpo, nello stesso momento, segno evidente che la redazione c’è. E dove c’è una redazione, c’è qualcuno che paga (i ricavi pubblicitari potrebbero non bastare). Se questi redattori invisibili lavorano a pieno ritmo e producono un’alluvione di materiale di propaganda, chi mette i soldi?

Daniele Raineri

Daniele Raineri

Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione.

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Commenti all'articolo

  • guido.valota

    13 Maggio 2019 - 23:11

    Ho come l'impressione che si tratti di soldi pubblici, spesi direttamente oppure riconoscibili come tali prima di qualche passaggio. Sarebbe interessante scoprirne qualcosa in più, ma in ogni caso già con queste informazioni uno potrebbe riuscire finalmente a spiegarsi come funzionino le polarizzazioni radicali contemporanee. Altro che i donatisti.

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