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Bufale alle europee

Come stanno andando Facebook e co. con le fake news elettorali? Meglio, ma con molte ombre

Eugenio Cau

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cau@ilfoglio.it

23 Maggio 2019 alle 06:00

Bufale alle europee

Ungheria, una campagna anti-immigrazione che accusava George Soros e Jean-Claude Juncker di sostegno all'immigrazione illegale (LaPresse)

Milano. Un paio di mesi fa, all’inizio della campagna elettorale per le europee, i social network americani si prodigarono in enormi promesse su come avrebbero vegliato sul corretto andamento della campagna e difeso gli elettori da troll e fake news. Facebook e Twitter, i due social principali, fanno promesse di questo genere ormai in tutte le elezioni in tutto il mondo, ma per l’Europa si erano adoperati più del solito: quello europeo è un mercato importante e pericoloso, visto che a Bruxelles hanno la regolamentazione facile.

  

A due giorni dalle elezioni, forse è già possibile trarre un primo bilancio. Come sono andati i social nel loro tentativo di tenere le europee libere dalle campagne di misinformazione? La risposta potrebbe essere: meglio del biennio 2016-2017, quando Facebook era diventato il filo diretto delle troll farm di San Pietroburgo, ma c’è ancora molto da sistemare. Una ricerca dell’Università di Oxford pubblicata ieri mostra che gli articoli prodotti da siti di informazione spazzatura (vale a dire quelli che pubblicano informazioni “volutamente fuorvianti, ingannevoli o errate”) hanno avuto una circolazione relativamente bassa sui social, con qualche eccezione: se in Spagna il rapporto tra news tradizionali e news spazzatura è stato di 28 a 1, in Italia appena di 4 a 1 e in Polonia dell’1,6 a 1. I ricercatori di Oxford hanno evidenziato inoltre che, una volta che le notizie spazzatura entrano in circolo, sono molto più condivise (generano più “engagement”, in gergo) delle notizie tradizionali. Anche qui, Italia e Polonia ottengono il primato di massima condivisione della spazzatura. Anche se il panorama è migliorato, troppa disinformazione continua a eludere i tentativi di controllo dei social.

   

Problemi simili si desumono dal rapporto di Avaaz, l’associazione di attivisti che è dietro alla ormai celebre chiusura di 23 pagine Facebook italiane che spargevano bufale politiche e che ieri ha pubblicato i risultati finali della sua ricerca. Con forze relativamente limitate a disposizione (30 persone), Avaaz ha scoperto una rete spesso interconnessa di pagine Facebook di tendenza populista o di destra estrema, che hanno prodotto contenuti falsi e fuorvianti in enorme quantità in prossimità delle elezioni europee: i contenuti fake prodotti da questa rete sono stati visti 530 milioni di volte negli ultimi mesi, più di tutti i cittadini europei. Avaaz ha segnalato a Facebook 500 pagine che avevano attività sospette, e di queste Facebook ne ha chiuse 77 (di cui 23 in Italia e 27 in Polonia: ancora una volta i due paesi ultrapopulisti si distinguono). E’ interessante notare come Facebook abbia lasciato stare più di 400 pagine sospette, probabilmente perché contenevano contenuti politici che si trovano sulla faglia tra l’illecito e il lecito.

 

Un esempio perfetto (non segnalato da Avaaz) è la storia di “Time to Shake Up Brussels!”, un video con quasi dieci milioni di visualizzazioni che attacca in maniera brutale Guy Verhofstadt, leader liberale dell’Alde, di origine belga e tra i politici europei più riconoscibili. Il video è stato pubblicato su Facebook dall’account ufficiale del governo ungherese lo scorso autunno, e con un montaggio spregiudicato fa passare l’idea che i burocrati europei, Verhofstadt in primis, stiano congiurando per far entrare in Europa quanti più migranti possibile. Segue la solita fanfara: immagini di omicidi e di attentati terroristici, sostituzione etnica e così via. Il video mostra uno spezzone fuori contesto in cui Verhofstadt dice: “Abbiamo bisogno dell’immigrazione”. In realtà, come ha mostrato il sito di factchecking dell’Afp, la frase del leader dell’Alde risale a quattro anni fa e, ironicamente, chiedeva una regolamentazione più rigida dell’immigrazione. Ieri Yiannis Baboulias, giornalista greco, ha raccontato sull’Atlantic come il video anti immigrazione del governo ungherese abbia spopolato nel suo paese. Sotto al video, commenti di utenti italiani e di altre nazionalità mostrano che i dieci milioni di spettatori sono paneuropei. Molti, ha denunciato Verhofstadt, sono stati raggiunti tramite campagne targettizate.

 

Facebook sostiene che il video non vìola gli “standard della community” e che dunque può restare. Ma così nasce un paradosso preoccupante: a causa delle regole introdotte da Facebook proprio in vista delle elezioni europee, fino a pochi giorni fa le istituzioni dell’Ue non hanno potuto rivolgersi in maniera unitaria a tutti i cittadini dell’Unione, perché il social network pretendeva complessi sistemi di sicurezza e registrazione paese per paese. Le forze euroscettiche, invece, riescono a fare campagne paneuropee sgusciando tra i controlli e usando materiale fuorviante, al limite della fake news.

Eugenio Cau

Eugenio Cau

E’ nato a Bologna, si è laureato in Storia, fa parte della redazione del Foglio a Milano. Ha vissuto un periodo in Messico, dove ha deciso di fare il giornalista. E’ un ottimista tecnologico. Per il Foglio cura Silicio, una newsletter settimanale a tema tech, e il Foglio Innovazione, un inserto mensile in cui si parla di tecnologia e progresso. Ha una passione per la Cina e vorrebbe imparare il mandarino.

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