Certi uomini vogliono solo veder bruciare il mondo

Daniele Raineri

Una ricerca scopre che oltre al tifo politico c’è chi ha un impulso a spazzare via l’ordine democratico. Teniamone conto

Roma. Tre ricercatori di Scienze comportamentali che lavorano tra Danimarca e America hanno provato a capire perché la gente nelle democrazie avanzate condivide e fa circolare così tanti “rumors politici ostili”, dove con questa definizione intendono tutta la zuppa d’odio che vediamo bollire online e fuori. C’è dentro ogni cosa. Per i lettori italiani: pidioti, grullini, zecche, le teorie del complotto, le accuse di tradimento, le fake news, il trolling esasperato, l’odio contro i media mainstream, “perché non te li prendi a casa tua?”, le invettive assortite, le teorie del complotto, le magliette che inneggiano ad Auschwitz, servi di Bruxelles, servi delle multinazionali, servi di Soros, bisognerebbe sparare sui barconi e il resto del repertorio che ormai è conosciuto da chiunque. I tre dimostrano nella ricerca che quando le persone condividono e spargono questo genere di roba non lo fanno soltanto per aiutare il loro politico di riferimento nella lotta pure aspra contro le altre fazioni politiche, ma in molti casi lo fanno perché c’è un altro set di motivazioni che è meno studiato: seguono un impulso forte verso il caos e hanno voglia di spazzare via l’ordine democratico delle cose. A scriverlo così sembra una boutade per fare paura, ma i tre ricercatori usano la frase “burn down the entire established democratic cosmos”. E’ nichilismo politico. Gli odiatori desiderano il caos generale, godono nel vedere bruciare il mondo come lo conosciamo anche se non hanno uno straccio di idea su cosa potrebbe venire dopo.

 

Se questo è il contesto non conta che i rumors politici ostili siano veri o falsi. Chi lancia e fa circolare queste cose “non lo fa perché pensa che siano vere”, ma perché pensa che abbiano il potere di mobilitare altri come lui contro le detestatissime élite che custodiscono l’ordine e perché vuole segnalare che è pronto all’escalation verso fasi ancora più dure. La ricerca ha un’altra conclusione interessante. Questo tipo di motivazioni sono molto più diffuse di quanto pensiamo nelle democrazie avanzate e in America possono arrivare a riguardare il quaranta per cento della popolazione. I ricercatori non hanno preso in considerazione quello che avviene in Italia, sono partiti da casi anglosassoni come il fervore generato dalla Brexit nel Regno Unito e da Donald Trump in America. Ma a vedere i risultati è come se parlassero anche a noi.

 

Per cercare di capire che razza di persona è così affascinata dal caos politico, i tre hanno elaborato una scala di misura che chiamano “Need for Chaos”, che poi è il titolo della ricerca – ne ha parlato il New York Times due giorni fa. L’odiatore tipo, scrivono, è un status-seeker frustrato, uno che vorrebbe cambiare la sua situazione personale ma per qualche motivo non può. E allora si sente naturalmente portato verso la degenerazione. La scala identifica i tratti di alcune categorie vulnerabili. Per esempio le persone che fantasticano molto su una catastrofe che lasci in vita soltanto una minima parte della popolazione mondiale – che quindi è costretta a ricominciare quasi da zero – sono buoni candidati. Le persone che quando osservano le istituzioni pensano che vorrebbero lasciarle andare in malora sono altri candidati ideali. Le persone che quando osservano le istituzioni vorrebbero distruggerle totalmente perché pensano che dopo ne arriverebbero di meglio sono altri candidati. In breve: ci sono ragioni genuine per la rabbia politica, ma c’è anche chi prova gusto per il collasso. E questo aiuta a capire meglio la fase che stiamo attraversando.

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  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)