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I disastri sui social network ci hanno fatto diffidare dell’utopia della connessione

Gli scandali degli ultimi anni hanno svelato il lato oscuro delle aziende tech. È ancora possibile salvare l’idea universale di internet?

24 Aprile 2019 alle 11:24

I disastri sui social network ci hanno fatto diffidare dell’utopia della connessione

(Foto LaPresse)

Milano. Circa un anno fa, alla fine di marzo 2018, BuzzFeed pubblicò un documento interno che era stato scritto da uno dei vicepresidenti di Facebook, Andrew Bosworth, un paio di anni prima, nella primavera del 2016. Il documento veniva chiamato dentro all’azienda “The Ugly”, ed era un esperimento a metà tra la provocazione e l’esercizio programmatico. Nel documento, Bosworth sosteneva che connettere le persone fosse un valore che va al di sopra di tutte le contingenze, e che la missione di Facebook superasse le barriere tradizionali tra bene e male. “Noi connettiamo le persone. Questo può essere un bene se gli effetti sono positivi. Magari qualcuno trova l’amore, magari questo salva la vita di qualcuno sull’orlo del suicidio, e così connettiamo ancora più persone. Questo può essere un male se gli effetti sono negativi. Magari può costare la vita a qualcuno che viene esposto al bullismo. Magari qualcuno muore in un attacco terroristico coordinato sulla nostra piattaforma. Eppure noi continuiamo a connettere le persone. La realtà è che noi crediamo così profondamente nel connettere le persone che tutto ciò che ci consenta di connettere più persone spesso è buono di per sé”.

 

Il fake senza norme e il sangue vero

La chiusura di internet in Sri Lanka dopo la strage di cristiani ha forse evitato altri morti. La libera circolazione di merce contraffatta e paura sul web è diversa dal procurato allarme: basta poco per passare dalla farsa al pogrom

Questo documento, che fu disconosciuto dalla dirigenza di Facebook appena uscito, mostra la natura intima della missione di Facebook, che è: connettere quante più persone possibile in tutto il mondo, perché più le persone saranno connesse e maggiori saranno la comprensione mutua e gli scambi rilevanti. (Questa, quanto meno, è la missione esplicita. Quella implicita è: connettere quante più persone possibile per massimizzare i profitti). Questi universalismi sono tipici dell’èra di internet. La missione di Google è rendere tutta la conoscenza del mondo ricercabile, dunque interpretabile, dunque connessa. Questo sogno è sempre stato chiaro fin dagli inizi. I vecchi utopisti vedevano in internet la cosa più simile alla creazione di un mondo senza confini, i nonni si stupivano di poter vedere in videochat i nipoti andati a studiare all’estero. La connessione divenne un valore per se, universale, come la democrazia e forse propedeutica a essa, tanto che dentro a Facebook si diceva: anche se i nostri strumenti di connessione saranno usati per il terrorismo la nostra marcia non si fermerà.

 

Poi il terrorismo è arrivato, e si è scoperto che gli strumenti di connessione come Facebook sono tutt’altro che propedeutici alla democrazia, e nei giorni scorsi lo Sri Lanka, colpito da un attacco islamista terribile, ha deciso che non valeva la pena rischiare la sicurezza in nome della connessione, e ha chiuso i social network. La decisione del governo ha generato applausi e polemiche, ma forse potremmo provare ad analizzare la questione da un altro punto di vista. Se mettiamo assieme lo Sri Lanka, il Myanmar (dove Facebook è stato funzionale a violenze settarie che le Nazioni Unite hanno definito genocidio), Christchurch e molti altri casi viene da chiedersi: ma davvero è una buona idea creare una grande rete sociale globale?

 

Lo scrive sull’Atlantic Ian Bogost, che pone una questione potenzialmente drammatica: forse i diritti universali vanno contemperati con il contesto, e l’atteggiamento da Erasmus per cui le persone che si aprono al mondo diventeranno automaticamente migliori in realtà è un’ottima idea di business ma una pessima notizia per le nostre società.

 

Questo significa che ha ragione la Cina? Un paio d’anni fa, quando l’occidente si interrogava sul caso Cambridge Analytica e scopriva il lato oscuro dei social network, i media cinesi e quelli russi gongolavano: vedete?, dicevano, è la prova che il nostro modello funziona meglio, che la nostra censura ha saputo proteggere i cittadini, mentre la vostra libertà vi ha portato al caos. Da allora, il modello autoritario di gestione di internet ha cominciato ad avere sempre più successo, è sperimentato in Russia, e perfino l’India e il Brasile, paesi democratici, ne stanno adottando alcuni aspetti. Il lavoro dei regolatori, che in Europa e negli Stati Uniti si preparano a trovare nuove regole per i social media e le grandi compagnie tech, è storico: è possibile salvare l’idea universale di internet dai danni provocati finora e dai profeti della chiusura digitale? Se una soluzione c’è, difficilmente comprende Facebook.

Eugenio Cau

Eugenio Cau

E’ nato a Bologna, si è laureato in Storia, fa parte della redazione del Foglio a Milano. Ha vissuto un periodo in Messico, dove ha deciso di fare il giornalista. E’ un ottimista tecnologico. Per il Foglio cura Silicio, una newsletter settimanale a tema tech, e il Foglio Innovazione, un inserto mensile in cui si parla di tecnologia e progresso. Ha una passione per la Cina e vorrebbe imparare il mandarino.

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