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Facebook è sovversivo

La tecnologia è meravigliosa, ma è diventata la scena di un delitto. La vittima è la democrazia

24 Aprile 2019 alle 11:02

Facebook è sovversivo

Una protesta nel Regno Unito contro Mark Zuckerberg, che più volte si è rifiutato di testimoniare davanti al Parlamento britannico (AFP PHOTO / Gabriel Sainhas/ UK Parliament – LaPresse)

Pubblichiamo il testo del Ted che la giornalista d’inchiesta dell’Observer britannico ha tenuto il 15 aprile scorso, a Vancouver. 

 

Molti di noi hanno conosciuto Carole Cadwalladr dopo che ha pronunciato questo discorso di quindici minuti rivolgendosi direttamente agli “dèi della Silicon Valley”, accusandoli di aver spezzato la democrazia. Gli occhi spalancati, la voce quasi sempre sul punto di rompersi, la Cadwalladr ha in realtà sintetizzato in pochi minuti il lavoro di anni, il suo lavoro, per il quale la settimana scorsa è arrivata tra i finalisti dei giornalisti d’inchiesta del Pulitzer (ma di premi ne ha già vinti comunque molti). La verità su Cambridge Analytica, la società di profilazione elettorale che ha lavorato sia nella campagna della Brexit sia in quella di Trump, è diventata pubblica grazie alla Cadwalladr che ha pubblicato l’intervista a Christopher Wiley, ex dipendente della Cambridge Analyitica che per primo ha spiegato come funzionava quella società e soprattutto come erano stati ottenuti i dati per la profilazione: da Facebook. Quell’inchiesta è considerata un punto di svolta, perché fino ad allora si parlava di poche, inquantificabili pubblicità mirate su Facebook, in parte pagate da entità russe. Soprattutto, le accuse sembravano soltanto partigianeria, l’urlo sofferto di chi aveva perso sia al referendum inglese sia alle elezioni americane. Abbiamo invece scoperto che il piano era ben articolato, nonché criminale.

 

Già dalla fine del 2016, la Cadwalladr aveva pubblicato una serie di articoli sull’“ecosistema della disinformazione della estrema destra” e lungo quella inchiesta si è imbattuta non soltanto in Cambridge Analytica, ma anche in tutti i personaggi – con cui si è scontrata direttamente anche su Twitter – che legano la vicenda Brexit all’elezione Trump. I condizionamenti esterni sono una sua fissa da sempre: il suo romanzo d’esordio del 2005, “The family tree”, che è diventato anche una miniserie sulla Bbc, raccontava la storia di Rebecca, che rimane incinta e comincia a chiedersi chi è realmente, chi siamo tutti, quanto ci condiziona la storia della nostra famiglia, quanto la società. Aveva già cominciato a studiare le manipolazioni.

 

Il giorno dopo il voto sulla Brexit, quando la Gran Bretagna si è svegliata sconvolta – stavamo davvero lasciando l’Unione europea – il mio direttore dell’Observer (l’edizione domenicale del quotidiano inglese Guardian, ndr) mi ha chiesto di tornare nel sud del Galles, dove sono cresciuta, e di scrivere un reportage. Così sono andata in una città che si chiama Ebbw Vale.

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Eccola (mostra la cartina geografica). È nelle valli del sud del Galles, che è un posto abbastanza speciale. Ha una cultura che definirei di working class benestante, è famosa per i cori di voci maschili gallesi, per il rugby e per il carbone. Ma quando ero adolescente, le miniere di carbone e le fabbriche di acciaio chiusero, e l’intera area ne fu devastata. Ci sono tornata perché al referendum sulla Brexit era stata una delle circoscrizioni elettorali con la più alta percentuale di voti per il “leave”. Sessantadue per cento delle persone qui avevano votato per lasciare l’Unione europea. E io volevo capire perché.

 

  

Quando sono arrivata sono rimasta molto sorpresa perché l’ultima volta che era stata a Ebbw Vale era così (mostra la foto di una fabbrica chiusa) e ora è così (mostra altre foto): questo è un nuovissimo college da 33 milioni di sterline in gran parte finanziato dall’Ue; questo nuovo centro sportivo fa parte di un progetto di ricreazione urbana da 350 milioni di sterline, finanziato dall’Ue. E poi c’è questo tratto stradale da 77 milioni di sterline, e una nuova linea ferroviaria e una nuova stazione – tutti progetti finanziati dall’Ue. E non è che la cosa sia segreta. Perché ci sono grossi cartelli ovunque a ricordare gli investimenti dell’Ue in Galles.

 

Camminando per la città, ho avvertito una strana sensazione di irrealtà. E me ne sono accorta quando ho incontrato un giovane davanti al centro sportivo che mi ha detto di aver votato “leave” perché l’Ue non aveva fatto nulla per lui. E ne aveva abbastanza di questa situazione. E in tutta la città le persone mi dicevano la stessa cosa. Mi dicevano che volevano “take back control”, riprendere il controllo, che poi era uno degli slogan della campagna per la Brexit. E mi dicevano che non ne potevano più di immigranti e rifugiati. Erano stufi.

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Il che era abbastanza strano. Perché camminando per la città, non ho incontrato un solo immigrato o rifugiato. Ho incontrato una signora polacca che mi ha detto di essere l’unica straniera in paese. E quando ho controllato le statistiche, ho scoperto che Ebbw Vale ha uno dei più bassi tassi di immigrazione del Galles. E quindi ero un po’ confusa, perché non riuscivo a capire da dove le persone avessero preso le informazioni su questo tema. Anche perché erano i tabloid di destra a sostenere questa tesi, ma questo è una roccaforte elettorale della sinistra laburista.

  

Non abbiamo idea di quali messaggi pubblicitari ci siano stati, di quale impatto hanno avuto o di quali dati personali sono stati usati

Ma poi, quando è uscito il mio articolo, questa donna mi ha contattato. Mi ha detto di abitare a Ebbw Vale e mi ha detto di tutta quella roba che aveva visto su Facebook durante la campagna elettorale. Io le ho chiesto: quale roba? E lei mi ha parlato di roba che faceva paura, sull’immigrazione in generale, e in particolare sulla Turchia. Allora ho provato a indagare, ma non ho trovato nulla. Perché su Facebook non ci sono archivi degli annunci pubblicitari o di quello che ciascuno di noi ha visto sul proprio “news feed”. Non c’è traccia di nulla, buio assoluto. E questo referendum che avrà per sempre un profondo effetto sulla Gran Bretagna – ce lo ha già: i produttori di auto giapponesi che vennero in Galles e nel nord est offrendo un lavoro a coloro che lo avevano perduto con la chiusura delle miniere di carbone se ne sono già andati a causa della Brexit – ebbene, l’intero referendum si è svolto nel buio più assoluto perché si è svolto su Facebook. E quello che accade su Facebook resta su Facebook. Perché soltanto tu sai cosa c’era sul tuo news feed, e poi ogni cosa sparisce per sempre, ed impossibile fare qualunque tipo di ricerca. Così non abbiamo idea di quali annunci ci siano stati, di quale impatto hanno avuto o di quali dati personali sono stati usati per profilare i destinatari dei messaggi. O anche solo chi li ha pagati, questi messaggi pubblicitari, quanti soldi ha investito, e nemmeno di quale nazionalità fossero.

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Noi non lo possiamo sapere ma Facebook lo sa. Facebook ha tutte queste risposte e si rifiuta di condividerle. Il nostro Parlamento ha chiesto numerose volte a Mark Zuckerberg di venire nel Regno Unito e darci le risposte che cerchiamo. E ogni volta, lui si è rifiutato. Dovete chiedervi perché. Perché io e altri giornalisti abbiamo scoperto che molti reati sono stati compiuti durante il referendum. E sono stati commessi su Facebook.

 

Questo è accaduto perché nel Regno Unito abbiamo un limite ai soldi che puoi spendere in campagna elettorale. Esiste perché nel diciannovesimo secolo le persone andavano in giro con – letteralmente – carriole cariche di soldi per comprarsi i voti. Per questo fu votata una legge vietava queste compravendite e metteva dei vincoli rigidi. Ma questa legge non funziona più. La campagna elettorale del referendum si è svolto soprattutto online. E tu puoi spendere qualunque cifra su Facebook, Google o YouTube e nessuno lo saprà mai, perché queste aziende sono scatole nere. Ed è esattamente quello che è accaduto.

 

Noi non abbiamo idea delle dimensioni di quel che è accaduto, ma sappiamo con certezza che nei giorni immediatamente precedenti il voto, la campagna ufficiale del Vote Leave ha riciclato quasi 750 mila sterline attraverso un’altra entità che la commissione elettorale ha giudicato illegale. Con questi soldi illegali, Vote Leave ha scatenato una tempesta di disinformazione. Con annunci come questi (mostra un annuncio che dice che 76 milioni di turchi stanno per entrare nell’Ue). E questa è una menzogna. Una menzogna assoluta. La Turchia non sta per entrare nell’Ue. Non c’è nemmeno una discussione in corso nell’Ue. E la gran parte di noi non ha mai visto questi annunci perché noi non eravamo il target scelto. Vote Leave ha individuato una piccola fetta di persone considerate convincibili – sono loro che hanno visto questi messaggi. E l’unico motivo per cui possiamo vederli oggi è perché il Parlamento ha costretto Facebook a darceli.

 

Forse a questo punto potreste pensare che in fondo parliamo soltanto di un po’ di soldi spesi in più, e di qualche bugia. Ma questa è stata la più grande frode elettorale del Regno Unito degli ultimi cento anni. Un voto che ha cambiato le sorti di una generazione deciso dall’uno per cento dell’elettorato. E questo è soltanto uno dei reati che ci sono stati in occasione del referendum.

 

C’era un altro gruppo guidato da quest’uomo (mostra una foto), Nigel Farage, quello alla destra di Trump. E anche questo gruppo, Leave EU, ha infranto la legge. Ha violato le norme elettorali e quelle sulla gestione dei dati personali, e anche queste cose sono nei referti della polizia. Quest’altro uomo (sempre nella stessa foto) è Arron Banks, è quello che ha finanziato la loro campagna. In una vicenda completamente separata, è stato segnalato alla nostra Agenzia nazionale anticrimine, l’equivalente dell’Fbi, perché la Commissione elettorale ha concluso che era impossibile sapere da dove venissero i suoi soldi, nemmeno se la provenienza fosse britannica. E non entro neppure nella discussione sulle menzogne che Arron Banks ha detto a proposito dei suoi rapporti con il governo russo. O la bizzarra tempestività degli incontri di Nigel Farage con Julian Assange e il sodale di Trump, Roger Stone, ora incriminato, subito prima che un’enorme quantità di informazioni riservate fossero rese pubbliche da Wikileaks, in due diverse occasioni, entrambe favorevoli a Donald Trump. Ma quello che posso dirvi è che la Brexit e l’elezione di Trump sono strettamente legate. Ci sono dietro le stesse persone, le stesse aziende, gli stessi dati, le stesse tecniche, lo stesso utilizzo dell’odio e della paura.

 

Il leader del Brexit Party Nigel Farage col presidente americani Donald Trump a Londra a novembre 2016 


 

Questo è quello che postavano su Facebook. E non riesco neanche a chiamarlo menzogna perché ci vedo piuttosto un reato d’odio (si vede un post con scritto “l’immigrazione senza assimilazione equivale a un’invasione”). Non ho bisogno di dirvi che odio e paura sono stati seminati in rete in tutto il mondo. Non solo nel Regno Unito e in America, ma in Francia, Ungheria, Brasile, Myanmar e Nuova Zelanda. E sappiamo che c’è una forza oscura che ci collega tutti globalmente. E che viaggia sulle piattaforme tecnologiche. Ma di tutto questo noi vediamo solo una piccola parte superficiale.

 

Io ho potuto scoprire qualcosa solo perché ho iniziato a indagare sui rapporti fra Trump e Farage, e su una società chiamata Cambridge Analytica. E ho passato mesi per rintracciare un ex dipendente, Christopher Wiley. E lui mi ha rivelato che questa società, che aveva lavorato sia per Trump sia per la Brexit, aveva profilato politicamente le persone per capire le paure di ciascuno di loro, per meglio indirizzare i messaggi pubblicitari su Facebook. E lo ha fatto ottenendo illecitamente i profili di 87 milioni di utenti Facebook. C’è voluto un intero anno per convincere Christopher a uscire allo scoperto. E nel frattempo mi sono dovuta trasformare da reporter che raccontava storie a giornalista investigativa. E lui è stato straordinariamente coraggioso, perché Cambridge Analytica è di proprietà di Robert Mercer, il miliardario che ha finanziato Trump, che ci ha minacciato moltissime volte per impedire che pubblicassimo tutta la storia. Ma alla fine lo abbiamo fatto lo stesso.

  

Noi inglesi siamo la prova di quello che accade in una democrazia quando secoli di leggi elettorali sono spazzate via dalla tecnologia

E quando eravamo al giorno prima della pubblicazione abbiamo ricevuto un’altra diffida legale. Non da Cambridge Analytica stavolta. Ma da Facebook. Ci hanno detto che se avessimo pubblicato la storia, ci avrebbero fatto causa. E noi l’abbiamo pubblicata. Facebook, stavate dalla parte sbagliata della storia in questa vicenda. E lo siete quando vi rifiutate di dare le risposte che ci servono. Ed è per questo che sono qui. Per rivolgermi a voi direttamente, dèi della Silicon Valley: Mark Zuckerberg, Sheryl Sandberg, Larry Page e Sergey Brin e Jack Dorsey, ma mi rivolgo anche ai vostri dipendenti e ai vostri investitori. Cento anni fa il più grande pericolo nelle miniere di carbone del sud del Galles era il gas. Silenzioso, mortale e invisibile. Per questo facevano entrare prima i canarini, per controllare l’aria. In questo esperimento globale e di massa che stiamo tutti vivendo con i social network, noi britannici siamo i canarini. Noi siamo la prova di quello che accade in una democrazia occidentale quando secoli di norme elettorali vengono spazzate via dalla tecnologia.

 

La nostra democrazia è in crisi, le nostre leggi non funzionano più, e non sono io a dirlo, è un report del nostro Parlamento ad affermarlo. Questa tecnologia che avete inventato è meravigliosa. Ma ora è diventata la scena di un delitto. E voi ne avete le prove. E non basta ripetere che in futuro farete di più per proteggerci. Perché per avere una ragionevole speranza che non accada di nuovo, dobbiamo sapere la verità. Magari adesso pensate, “beh, parliamo solo di alcuni post pubblicitari, le persone sono più furbe di così, no?”. E io vi rispondo: Buona fortuna, allora. Perché il referendum sulla Brexit dimostra che la democrazia liberale non funziona più. E voi l’avete messa fuori uso. Questa non è più democrazia – diffondere bugie anonime, pagate con denaro illegale, dio sa proveniente da dove. Questa si chiama “sovversione”, e voi ne siete gli strumenti.

 

Il nostro Parlamento è stato il primo del mondo a provare a chiamarvi a rispondere delle vostre azioni, ma non ci è riuscito. Voi siete letteralmente fuori dalla portata delle nostre leggi. Non solo quelle britanniche: in questa carta ci sono nove parlamenti, nove stati, e Mark Zuckerberg si è rifiutato di venire a rispondere alle domande di tutti. Quello che sembrate ignorare è che questo storia è più grande di voi. E’ più grande di ciascuno di noi. E non riguarda la destra o la sinistra, il leave o il remain, Trump o no. Riguarda il fatto se sia possibile avere ancora elezioni libere e corrette. Perché, stando così le cose, io penso di no.

 

E così la mia domanda per voi oggi è: è questo quello che volete? È così che volete che la storia si ricordi di voi? Come le ancelle dell’autoritarismo che sta crescendo in tutto il mondo? Perché voi siete arrivati per connettere le persone. E vi rifiutate di riconoscere che la vostra tecnologia ci sta dividendo. La mia domanda per tutti gli altri è: è questo che vogliamo? Che la facciano franca mentre noi ci sediamo per giocare con i nostri telefonini, mentre si fa buio?

 

La storia delle valli del Galles è la storia di una battaglia per i diritti. E quello che è accaduto adesso non è semplicemente un incidente, è un punto di svolta. La democrazia non è scontata. E non è inevitabile. E dobbiamo combattere, dobbiamo vincere e non possiamo permettere che queste aziende tecnologiche abbiano un tale potere senza controlli. Dipende da noi: voi, me, tutti noi. Noi siamo quelli che devono riprendere il controllo.

 

La traduzione è per gentile concessione dell’agenzia Agi

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Commenti all'articolo

  • manfredik

    24 Aprile 2019 - 19:07

    Basta luddismo! La radio è stata usata sia da Roosevelt che da Goebbels. La tecnologia, come la scienza, sono "chiavi che aprono tanto la porta del paradiso quanto quella dell'inferno". Vero, c'è un problema di chi trasmette; ma anche di chi riceve. Il problema è l'incapacità della democrazia di contrastare i propri stessi successi: il massimo risultato della democrazia, la libertà di espressione, in assenza di un sistema scolastico serio e severo e di una sanzione sociale diffusa contro il bullshit, diventa la licenza di sparare qualsiasi ca....a, tanto uno vale uno, tutto è relativo, anche la scienza si contraddice in fondo Einstein ha smentito Galileo e via ca.......ndo. I social non sono la tomba della democrazia, sono "la" democrazia. Senza un pesante contrappeso di liberalismo, questo è "la" democrazia. Pubblicate pagine di "La Democrazia in America" di Tocqueville, che sono più utili a capire degli speech al TED.

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  • stearm

    24 Aprile 2019 - 16:04

    Secondo me il problema è più grande di quanto la giornalista, comunque apprezzabile per la sua battaglia, si renda conto. Qui non si tratta di convincere Facebook a comportarsi diversamente, ma eventualmente di trovare il modo di influenzare il popolo nell'utilizzare le nuove tecnologie in modo diverso. Democraticamente? Buona fortuna.

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