Monti: “Altro che crescita. L'Italia sta uscendo silenziosamente dall'Ue e dall'euro”

Claudio Cerasa

“Il pil lumaca? Il governo ha dato un buon contributo alla crisi italiana. La prossima legge di Stabilità? La patrimoniale è possibile. L’Italexit? Il rischio è latente”. Una chiacchierata con l’ex presidente del Consiglio

Sotto molti punti di vista, nonostante l’entusiasmo del governo, i dati offerti ieri dall’Istat rispetto alla crescita dei primi tre mesi dell’anno (+0,2) ci ricordano ancora una volta che l’anno bellissimo immaginato dal premier Giuseppe Conte sta dando ogni giorno prova di essere un anno non solo brutto ma anche preoccupante. Le difficoltà economiche patite oggi dall’Italia (che ha scampato la recessione ma non si è allontanata di molto dalla crescita zero, registrando una crescita nel primo trimestre della metà rispetto alla media dell’Eurozona, che la fa essere ancora il fanalino d’Europa) non sono paragonabili a quelle registrate nell’autunno di otto anni fa ma giorno dopo giorno la traiettoria imboccata dal governo del cambiamento ricorda per alcuni versi i mesi che precedettero la crisi del 2011. L’occupazione ha dato segnali di vitalità dimostrando che la scorza italiana è più solida di quanto si potrebbe credere (a marzo la stima degli occupati è in crescita rispetto a febbraio, +0,3 per cento, e anche il tasso di occupazione sale dello 0,2, ma rispetto ai mesi precedenti al giuramento del governo Conte in Italia ci sono 35 mila occupati in meno, di cui 19 mila a tempo indeterminato) ma nonostante questo il debito pubblico aumenta, la spesa pubblica cresce, il deficit è fuori controllo, la pressione fiscale sale, le agenzie di rating vedono nero sul nostro futuro, i rendimenti dei titoli di stato continuano a essere a livelli allarmanti, la crescita si aggira attorno allo zero e il fatto che lo spread continui a essere “solo” intorno ai 250 punti base è una magra consolazione considerando il fatto che nel 2011, quando il bazooka della Bce non era ancora stato attivato, lo spread passò da quota 220 a quota 550 in appena cinque mesi, da luglio a novembre.

 

Dici 2011, lo dici sotto voce, lo sussurri con prudenza, lo nomini sapendo che per fortuna il 2019 non è ancora come il 2011, e il pensiero vola veloce verso l’uomo che nell’autunno di otto anni fa venne chiamato a riordinare i conti dell’Italia: Mario Monti. L’ex presidente del Consiglio accetta di dialogare con il Foglio per provare a inquadrare lo stato di salute della nostra economia e ascoltando le sue parole è difficile individuare un qualche elemento di ottimismo per il futuro prossimo del paese. “Il vero punto debole dell’Italia – ci dice Mario Monti – è certamente il disorientamento. Agli aspri dibattiti sull’eventuale uscita dall’Unione europea o dall’euro è subentrata silenziosamente una sorta di uscita di fatto dalla Ue e dall’euro. Dalla Ue, perché con una serie di mosse disordinate, incoerenti, verbalmente aggressive, il governo si è privato della possibilità di influenzare le decisioni europee. Dall’euro perché, pur non essendone formalmente usciti, e osservandone malvolentieri le regole, il governo sembra non porsi il problema di come riaccendere la crescita, forse pensando che questo si possa fare distribuendo denaro pubblico. Non è così che si può crescere, né dentro né fuori dall’euro”. Facciamo notare a Mario Monti che il governo del cambiamento, in realtà, sostiene di non essere causa del peggioramento dell’economia italiana, attribuendo a fattori esterni le responsabilità dei problemi del paese. L’ex presidente del Consiglio ha qualche dubbio. “Vorrei che avessero ragione, perché all’inizio speravo che questo governo, meno legato a tradizionali interessi costituiti, volesse portare una ventata di concorrenza, di lotta alle rendite, di equità fiscale e di lotta all’evasione. Così non è stato. Inoltre, le danze della pioggia e dei balconi inscenate periodicamente dai partiti della maggioranza intorno al pacato, ma per fortuna coriaceo, ministro Tria sulla politica di Bilancio hanno provocato di tutto, riuscendoci: come a innalzare e mantenere elevati, ben al di sopra degli altri paesi, lo spread e i tassi di interesse. Si è così frenata l’attività economica e si è seminata incertezza presso gli investitori ma anche tra i consumatori. Purtroppo, dunque, il governo ha torto. Il suo contributo alla recessione o alla crescita zero l’ha dato, eccome”. La crescita zero, o giù di lì, costituisce un problema non da poco in vista della prossima legge di Stabilità. Nei prossimi due anni ci sono 53 miliardi di clausole di salvaguardia da coprire e allora chiediamo a Monti se in vista di quell’appuntamento sia legittimo o no aspettare di ritrovarsi con una patrimoniale per far tornare i conti. “Non ci sarebbe niente di strano. Una patrimoniale annuale ad aliquota moderata esiste in vari paesi che consideriamo civili come o più del nostro. Se vogliamo che l’occupazione aumenti, non basta stimolare la domanda, meglio se con investimenti che invece scarseggiano. Occorre anche rendere meno pesanti, come avviene in altri paesi, gli oneri fiscali e sociali sul lavoro. Il punto però è un altro, secondo me. Per introdurre un’imposta patrimoniale, ci vuole un governo serio. Serio nel senso che tenga più al bene del paese che al proprio consenso giornaliero nei sondaggi. 

 

E serio nel senso che persegua una politica di Bilancio responsabile, altrimenti il gettito della patrimoniale andrà a finanziare nuove spese e non a ridurre il debito pubblico. Il primo requisito oggi non si verifica certo. Il secondo forse sì, ma solo finché ‘tiene’ il suddetto ministro dell’Economia”.

 

Negli ultimi tempi, molti osservatori sono tornati a far notare che in presenza di un paese con grandi difficoltà economiche il tema dell’uscita dall’euro potrebbe dolorosamente tornare di attualità. L’ex premier Paolo Gentiloni, due giorni fa, ha detto che in Italia esiste ancora il rischio Italexit. Lo scenario è davvero tornato a essere una possibilità? “Il rischio – dice Monti – è latente. Alcuni esponenti più battaglieri nei ranghi di quelle forze, pur non parlando più di uscita dall’euro per non turbare i mercati, danno però l’impressione di mordersi le labbra. Il dibattito è sempre lì, pronto a riesplodere. Sarebbe invece auspicabile che ci fosse un dibattito, schietto e forte, su quale sia il modello di economia che le diverse forze politiche hanno in mente per l’Italia. Una moderna economia di mercato basata su un severo rispetto delle regole di concorrenza e accompagnata da un’efficace redistribuzione attraverso il sistema fiscale? Un’economia diretta dallo stato e con un marcato ruolo del medesimo nel garantire il benessere dei singoli? Un sistema economico con le briglie molto più sciolte nei confronti degli impulsi del capitalismo e dello spirito imprenditoriale? Un’economia più chiusa di quella attuale, con l’aspirazione di sottrarsi in parte almeno alle esigenze della competitività? E’ bene che non viga un pensiero unico, ma avere un pensiero non guasterebbe”. Il Foglio ha definito il governo del cambiamento come il governo degli Inganna popolo, in quanto formato da leader politici concentrati a risolvere più i problemi legati all’agenda della percezione che della realtà.

 

Al netto dei dati del pil di ieri e dei dati dell’occupazione, cosa la preoccupa dell’agenda del governo? E quanto possono fare male all’Italia quota cento e reddito di cittadinanza? “Vogliono dare l’impressione di lavorare – loro, a differenza di tutti “quelli di prima” – per la sovranità del popolo e della nazione. Il Foglio purtroppo ha ragione: a sopportare le conseguenze di questo modo di governare sono proprio il popolo e la sovranità effettiva della nazione che, nell’isolamento del paese e nella quotidiana lezione di diseducazione civica impartita, con le parole, l’esempio e le divise, soprattutto da un vicepresidente del Consiglio – quello che dev’essere anche ministro degli Esteri – non era mai caduta così in basso. Quota cento e reddito di cittadinanza? Il secondo ha dei meriti, ma è perverso finanziarlo in disavanzo, cioè farlo pagare agli italiani di domani che, se andiamo avanti così, saranno mediamente più poveri di quelli di oggi. Quota cento è un’attenuazione molto limitata del peso della riforma Fornero (che reca come prima firma la mia e di cui sono pienamente corresponsabile con Elsa Fornero), che però ha diseducato gli italiani sul fatto che, ancora una volta, è iniquo far gravare sui nostri successori i sacrifici che non vogliamo fare noi”. Il pil è ovviamente importante ma da tempo gli elettori sembrano votare senza considerare come prioritari gli effetti e il ciclo del pil. Esiste un altro indicatore che le viene in mente che andrebbe osservato con più attenzione per capire il vero stato di salute di un paese? “Gli esodi dall’Italia (numero, livello di istruzione, ecc.) e gli ingressi in Italia (immigrazione, di vari tipi, qualificazioni, provenienze). In altri termini: che cosa vuol dire ‘italiano’, chi vuole diventarlo, chi vuole cessare di esserlo, con quali forze dovrà affermarsi l’Italia nel futuro? Mentre sproloquiamo su ‘prima gli italiani’, non guardiamo a come l’aggettivo ‘italiano’ cambia sotto i nostri occhi. Non costruiamo una visione dell’Italia, ci limitiamo a considerare il territorio che oggi si chiama Italia come se fosse di nostra proprietà, come se lo fosse sempre stato, come se fosse destinato ad esserlo per sempre”.

 

Quali sono oggi i valori non negoziabili che un’economia come l’Italia dovrebbe far diventare prioritari? “Rispetto delle élite (competenze, merito). Circolazione delle élite (verifiche rigorose su chi ha posizioni rilevanti, potenziamento della scuola, imposte significative sulle successioni, imposta patrimoniale). Rafforzamento delle sovranità alle quali l’Italia partecipa (più Europa efficace). Confronto obbligatorio tra le forze politiche, sociali, culturali sull’Italia al 2030: dove rischiamo di finire, come evitarlo”. Un anno e mezzo fa Monti sostenne che l’impatto con l’Europa avrebbe riportato a terra i populisti. Ma il populismo italiano può davvero avere le caratteristiche per essere normalizzato? “Si sarà capito che io preferisco usare il termine ‘sovranisti’, tra virgolette perché chi coltiva la sovranità a livello nazionale, nel mondo di oggi, condanna la sua nazione a perdere di fatto sovranità – a vantaggio dei mercati, degli speculatori, delle grande piattaforme digitali – invece che a guadagnarne, condividendola in sede Ue. Comunque, il punto più attaccabile della triade è il sovranismo, perché promette il falso in modo evidente. Anche il populismo e soprattutto il nazionalismo possono portare a catastrofi – l’abbiamo visto con due guerre mondiali – ma chi si presenta come populista o nazionalista è orgoglioso di esserlo. In definitiva direi di sì: i sovranisti italiani, dopo aver fatto il loro Erasmus al Parlamento europeo, diventeranno cittadini, italiani ed europei, più consapevoli”. A prescindere da quello che ciascuno di noi può pensare rispetto ai due campioni del populismo italiano esiste un tema sul quale il governo potrebbe trovare una buona disponibilità al dialogo in Europa dopo le elezioni di maggio: rivedere il patto di stabilità.

 

Anche Monti è convinto che sia arrivato il momento di lavorare a una modifica dei trattati? “Quel momento, secondo me, è arrivato da anni. E’ necessario modificare il patto, in un modo che non richieda necessariamente modifiche dei trattati, se no ci vorrebbero tempi molto lunghi e vi sarebbero i rischi legati alle ratifiche. A mio parere, senza modificare il trattato si dovrebbero stabilire maglie esplicitamente più larghe per i disavanzi dovuti agli investimenti pubblici (seriamente definiti e verificati in sede Ue) e maglie più strette, con flessibilità minore di oggi o nulla, per i disavanzi dovuti alla spesa pubblica corrente. Purtroppo la Commissione Juncker ha scelto invece la strada della flessibilità erogata in modo piuttosto discrezionale a questo o quel paese, di fatto incoraggiando la spesa corrente di sussidio in disavanzo, tipo gli 80 euro o il reddito di cittadinanza, e non stimolando gli investimenti. Purtroppo, l’Italia di oggi, che a volte si sente grande perché è verbalmente aggressiva verso la Francia o la Germania, è riuscita a tagliarsi fuori dalle conversazioni in corso tra quei paesi per le riforme della governance economica. Quindi finirà per subire ciò che altri avranno elaborato”.

 

E’ d’accordo con chi dice che la prossima Commissione europea, a prescindere da come andranno le elezioni, difficilmente sarà più flessibile nei confronti dell’Italia? “E’ molto difficile immaginare ora il contesto. Suppongo che il presidente della Commissione difficilmente proverrà da un partito sovranista, che l’Italia cercherà di nominare un commissario di estrazione sovranista ma in grado di dialogare anche con chi crede nella Ue, che la maggioranza dei commissari non sarà sovranista, come non lo sarà la maggioranza che si formerà dopo le elezioni. Né gli europeisti né i sovranisti degli altri paesi avranno verso l’attuale maggioranza italiana motivi di gratitudine o di simpatia, dopo un anno di guasconate e di inaffidabilità. Certo, l’Italia è un paese grande e importante, nessuno si può permettere che vada in malora. Magari si farà qualcosa per salvarla, se proprio necessario, ma con fastidio e in modo che l’Italia perda ulteriormente potere e prestigio”.

 

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha detto che non si baratta un maggiore ordine con una minore libertà. Monti vede in giro per l’Europa il rischio di una tentazione nazionalista simile a quello già registrato ai tempi dei regimi autoritari? “Trovo che quella frase del capo dello stato sia stata forte ed efficacissima perché ha colpito esattamente il punto di ingresso di molti normali cittadini nel mondo della volontaria sottomissione. Accettano quel baratto perché non si rendono conto dove ha spesso portato nella storia un’iniziale piccola rinuncia alla libertà nella speranza, o nell’illusione, di avere più sicurezza. Un grande successo storico dell’Italia è stato l’avere sconfitto il terrorismo degli anni 70 e 80 senza misure straordinarie”. La nostra conversazione con Mario Monti arriva così al nodo centrale che è quello della possibile e non auspicabile simmetria tra la traiettoria imboccata oggi dal governo populista e quella imboccata nel 2011 dal governo di centrodestra. Monti crede davvero che in assenza di una svolta l’Italia sia avviata a un percorso simile a quello intrapreso nel 2011? “Veramente – nota Monti – nel 2011 eravamo in molti, in Italia e all’estero, a intravedere la crisi finanziaria che si stava profilando per il nostro paese, anche se poi è toccato a me e al governo di emergenza nato nel novembre di evitare che quella crisi sfociasse in un default. Oggi le circostanze per l’insieme dell’Eurozona sono più favorevoli di allora, ma questo fa risaltare ancor più la posizione dell’Italia come il solo paese che per i mercati e gli osservatori presenta un rischio che si distacca sensibilmente verso l’alto rispetto a quello medio degli altri paesi”.

 

Monti pensa che questo governo abbia in astratto le caratteristiche per poter invertire la rotta della crescita zero e del debito alto o dovrà essere necessariamente un altro esecutivo a intervenire per riportare l’Italia nella giusta carreggiata? “Questo governo? Mah, è sempre più difficile capire se l’Italia abbia un governo, ne abbia due o non ne abbia nessuno. Certo, se volessimo essere franchi, non c’è un governo che dimostri di tenere davvero all’interesse generale del paese. Purtroppo, persino noi cittadini e i media ci siamo abituati a considerare normale che chi governa consideri come proprio obiettivo ottenere il massimo dei consensi. Se i cittadini hanno perso la capacità di indignarsi, è difficile che chi governa, chi fa politica senta lo sprone dell’opinione pubblica”.

 

Le parole di Monti, a proposito di assuefazione, ci portano a chiedere all’ex premier se al netto delle differenze formali tra Salvini e Di Maio non ci sia in realtà una simmetria più profonda tra l’identità della Lega e quella del M5s. Monti, con finta diplomazia, la mette così: “Gli stili – se è lecito usare questa parola – sono molto diversi. Ma alcuni aspetti sostanziali sono effettivamente molto simili. Sembrano entrambi ‘ministri della Comunicazione’, non ministri all’opera sulle materie che sarebbero state affidate a loro. Non rispettano né nella forma né nel merito la divisione delle competenze e delle responsabilità. Si comportano come se l’essere capi dei rispettivi partiti legittimasse ciascuno di loro a prendere posizioni, nel paese e verso l’estero, su tutto l’arco delle attività del governo. In certi giorni, su un determinato problema, può accadere che non vi sia nessuna posizione del governo (se è meglio evitare o posporre un tema spinoso) oppure due (di Di Maio e di Salvini) oppure tre (se anche il presidente del Consiglio Conte si è permesso di dire la sua), solo raramente una e una sola (quella di Conte, che parla a nome dell’intero governo e non è contraddetto da nessuno). Quella che dovrebbe essere la normalità del buon governo diventa l’eccezione”. Secondo molti osservatori, l’Italia oggi è in qualche modo il servo sciocco di coloro che usano la debolezza del nostro paese per indebolire l’Europa. Anche Monti pensa che sia così? “Purtroppo credo proprio di sì. Il paese forse più radicato nella cultura europea vuole chiudersi al mondo, ma intanto si apre selettivamente, con orgoglio malposto, a tutte le influenze palesi o occulte che, per favorire grandi paesi spesso non democratici e che vogliono indebolire la Ue, usano Roma come ventre molle o cavallo di Troia. Da Bannon a Putin a Erdogan. Sei un avversario di un’Europa forte e indipendente? Allora l’Italia è con te.

  

Pensi all’economia, pensi al governo, pensi al futuro e non puoi non pensare all’Europa”. Chiediamo a Monti: è possibile trarre una lezione su ciò che ribolle davvero nella pancia di Lega e M5s osservando le loro alleanze in Europa? “Queste alleanze – dice con un sorriso Monti – della Lega ci dicono che esiste una certa coerenza ‘sovranista’: mi alleo con chi, come me, vuole ridimensionare i poteri della Ue rispetto agli stati membri e vorrebbe chiudere i confini dell’Europa alle immigrazioni. Solo queste due, però sono le linee su cui Salvini e i suoi alleati possono aggregarsi. Sul resto, divergono sulla redistribuzione dei rifugiati tra paesi, sulla disciplina di bilancio, sui rapporti con la Russia. Per il M5s, le alleanze scelte in Europa fanno invece venire in mente i moti browniani della Fisica: si vede un frenetico movimento, ma non è facile comprendere né la logica, né l’approdo”. A voler citare Flaiano, si potrebbe dire, giocando con le parole di Monti, che ancora una volta, in Italia, la situazione politica è grave ma non è seria. Il ragionamento si potrebbe concludere così. Se non fosse che avere alla guida della settima economia più importante del pianeta una coppia di partiti che non si rende conto dei danni che sta combinando all’Italia consiglierebbe di rivedere il motto di Flaiano: in Italia, di solito, la situazione politica è grave ma non è seria, ma per una volta la situazione politica, grazie all’impegno di Salvini e Di Maio, è tanto seria quanto grave. Non siamo ancora nel 2011 ma la strada per il collasso c’è e fino a nuovo ordine è quella la strada drammaticamente imboccata dal governo italiano.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.