Meno Putin e più Trump. La svolta di Salvini è vera, ma qualcosa non torna

Valerio Valentini

Da D’Amico a Picchi, da Geraci a Zanni. Le eminenze grigie a Bruxelles. I consiglieri del “Capitano” in contrapposizione tra loro

Roma. Ora che deve sperare in un aiuto americano per provare a uscire dal pantano libico, ora che si ritrova ad ambire a una benedizione di Washington per dare consistenza alle sue aspirazioni da premier, ecco che Matteo Salvini, d’incanto, prende le distanze dal Cremlino, tace sulla “follia” delle sanzioni e tenta di fare dimenticare in fretta il suo recentissimo passato di adoratore di Putin che a Mosca si sente a casa sua, mica come in certi paesi europei. E quello che a prima vista potrebbe sembrare il funambolico opportunismo di chi rinnega se stesso pur di affermarsi, appare invece nient’altro che sbandamento a giudicare dalle lamentele che, dall’ambasciata italiana a Mosca, sono arrivate a Giancarlo Giorgetti, per via di certe insistenti telefonate che dai fedelissimi di Matteo Salvini sono giunte ai nostri diplomatici di stanza in Russia. Il riferimento, a quanto pare, era a Claudio D’Amico e Gianluca Savoini, le due eminenze grigie del Carroccio che da sempre tessono la tela delle relazioni con Putin. Gli stessi, non a caso, finiti al centro dell’inchiesta dell’Espresso sui presunti finanziamenti occulti alla Lega da parte del Cremlino e che, anche ora che i rapporti tra Via Bellerio e Mosca si sono raffreddati, continuerebbero a contattare la nostra ambasciata in nome e per conto del partito. Una schizofrenia geopolitica, quella della Lega, che d’altronde s’è rivelata in tutta la sua evidenza a metà marzo scorso, quando Salvini si ergeva a paladino dell’atlantismo in funzione anticinese condannando quell’intesa con Pechino di cui il principale fautore era stato, e continuava a essere, Michele Geraci, ovvero l’uomo che lo stesso Salvini aveva fortemente voluto come responsabile del commercio estero al Mise di Luigi Di Maio.

 

Del resto, capire chi sia il regista della politica estera della Lega è un’impresa ardua. A lungo è stato proprio D’Amico l’uomo a cui Salvini si rivolgeva per essere edotto sulle questioni internazionali, ed è stata quella la stagione dell’infatuamento per Putin. Leghista delle origini, già dirigente della fu Guardia padana e uomo di fiducia di Roberto Calderoli, infaticabile cacciatore di Ufo che invocava l’apertura degli archivi segreti degli stati europei su questo “fenomeno reale”, il suo nome fu proposto da Salvini anche per un posto da viceministro degli Esteri lo scorso anno, prima che i veti di chi evidenziava alcune sue eccessive vicinanze all’intelligence russa arrivassero a sconsigliarne la promozione. Fu così che il vicepremier leghista dirottò D’Amico su Palazzo Chigi, assumendolo come consigliere per le attività strategiche internazionali, e alla Farnesina mandò Guglielmo Picchi, fiorentino classe ’73, altro stimato consigliere per gli Esteri del Carroccio, attratto da Salvini dopo una lunga militanza e tre legislature da deputato, con Forza Italia ma di convinta fede atlantista. “E’ lui l’uomo della svolta filotrumpiana di Matteo”, dicevano mesi fa i leghisti, prima che però, anche a causa del mancato feeling col ministro Enzo Moavero, pure la stella di Picchi si oscurasse un po’.

  

A ricevere i gradi di responsabile degli Esteri del partito, durante il consiglio federale dello scorso marzo, è stato allora Marco Zanni, europarlamentare lombardo eletto nel 2015 a Bruxelles nelle file del M5s, prima di abbandonare i grillini a gennaio del 2017 quando questi ammiccarono all’Alde, convintosi ormai che “solo Salvini si batte contro l’euro”. E’ proprio quella contro la moneta unica e i suoi difensori, che lui carinamente definisce “euroinomani”, la “madre di tutte le battaglie per Zanni”, assurto agli onori delle cronache di Bruxelles per essere un imperterrito fustigatore a tempo perso di Mario Draghi (“il buon draghetto”, lo apostrofa) quindi elogiato e coccolato dall’altro cantore dell’Italexit, Claudio Borghi, che non a caso festeggiava alla recente promozione del suo pupillo con tweet di giubilo: “Gestirà tutta la fondamentale partita delle alleanze per il prossimo Parlamento europeo. La persona migliore possibile”.

 

In realtà, non pare sarà così. Assai più decisivi, nelle contrattazioni che verranno, saranno infatti altri personaggi, che nella Lega, e nei corridoi di Bruxelles, si aggirano da molto più tempo. Il primo sarà Paolo Borchia, fedelissimo di Lorenzo Fontana e coordinatore federale di “Lega nel mondo”, l’associazione che coordina le varie filiazioni del Carroccio in terra straniera. Del ministro della Famiglia, che da anni cura i rapporti del Carroccio con gli alleati europei, Borchia è stato capo segreteria fin dal 2010, collaborando con lui nella costruzione di quella ragnatela di rapporti che dovrebbe evolvere nell’internazionale sovranista, e per la quale il 38enne veronese, molto meno avventurista di Zanni in campo economico, lavorerà stavolta in prima persona, essendo stato candidato alle elezioni del 26 maggio nella circoscrizione più fortunata, quella del nord-est.

 

Continuerà invece ad agire nell’ombra, e forse anche per questo con più efficacia, Filippo Pozzi, leghista piacentino ma ormai residente in Belgio, anche se non disdegna le cene romane che Salvini riserva ai soli amici fidati. Consigliere politico sin dal 2013 della Lega a Bruxelles, è uno dei responsabili del partito per le politiche agricole, ma non solo. “E’ la persona di cui Matteo ha maggiore stima, a Bruxelles, sarà lui il vero uomo macchina del gruppo europeo”, confessano gli uomini più vicini al ministro dell’Interno.

 

I quali, però, non nascondono un certo imbarazzo quando gli si chiede chi sia, alla fine, a dettare la linea del partito sulla politica estera: “Decide Matteo, alla fine, come per qualsiasi altra materia”. Ma se si tratti del Matteo filoputiniano, o di quello che si dichiara fan di Trump, o di quello che resta estasiato dalle ricette di Geraci sulla Cina, o di quello che vuole uscire dall’euro, è difficile da capire.