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Ma l’atlantismo in Italia esiste ancora? Parla Antonio Martino

La differenza tra una politica di sicurezza e una politica di difesa. Il modello Berlusconi e il disastro al governo

12 Luglio 2019 alle 11:43

Ma l’atlantismo in Italia esiste ancora? Parla Antonio Martino

foto LaPresse

Roma. Al governo, la Lega è sospettata di aver ricevuto finanziamenti dalla Russia e il leader Luigi Di Maio dice che comunque “è meglio Putin che i petrolieri”. All’opposizione ci sono Forza Italia, il cui leader Silvio Berlusconi è amico storico di Putin; e il Partito democratico, oggi alfiere dell’atlantismo pur essendo erede del partito che dall’Urss ricevette cospicui finanziamenti. Come vede questo quadro, in un paese che fu fondatore e colonna del Patto Atlantico, un custode storico dell’atlantismo come Antonio Martino? Ministro degli Esteri e della Difesa con Berlusconi, Martino è piuttosto scettico nei confronti delle motivazioni delle attuali forze di governo. “Non vedo ideologie o visioni profonde, ma mero interesse di poco conto. Sperano di poter ottenere quattrini dal monarca russo, e ciò li spinge a cercare un rapporto”. Un rapporto molto diverso da quello che con Putin cercò di stabilire Berlusconi. “L’atlantismo aveva la sua giustificazione nella difesa contro il pericolo dell’Unione Sovietica. La fine dell’Urss e del Patto di Varsavia hanno tolto dunque all’atlantismo la sua giustificazione più ovvia, costringendo la Nato a trasformarsi da alleanza di difesa in alleanza di sicurezza. Ma un’alleanza di difesa è esclusiva: è caratterizzata dai paesi contro i quali è formata. Un’alleanza di sicurezza deve invece essere inclusiva. Quanti più paesi vi aderiscono, tanto più questa è efficace contro le minacce di tipo globale. Berlusconi comprese che era necessario includere anche la Russia in questo sistema di sicurezza complessivo, per evitare un vuoto. La Russia è in effetti interessata a combattere il terrorismo quanto i paesi occidentali. Pur essendo diventato anche amico personale di Putin, però, Berlusconi non è mai stato ingenuo nei suoi confronti”.

 


Antonio Martino (foto LaPresse)


 

Voleva portare la Russia con l’occidente, non voleva appoggiarsi alla Russia contro l’occidente. Però adesso siamo al punto di partiti che governano l’Italia, e che a parte gli interessi sembrano anche avere una simpatia ideologica per un leader secondo il quale il liberalismo è obsoleto. “Continuo a ritenere che Berlusconi avesse visto giusto nella prima parte. Non poteva però attendersi questo tipo di comportamenti da parte dei partiti che sono emersi in seguito come protagonisti della vita politica. All’epoca era impensabile”. E come si è arrivati a questo punto? “Al di là della difesa o della sicurezza, l’alleanza atlantica era anche la condivisione di un sistema di valori. Quel che ci ha tenuti uniti ai tempi della Guerra fredda era non solo il pericolo che il Patto di Varsavia ci occupasse, ma anche il fatto che eravamo tutti paesi democratici e con un certo grado d libertà. Adesso questa condivisione di valori si è molto attenuata. Esiste ancora, ma non è più forte come una volta. Un problema è pure che gli europei continuano a parlare male dell’America, ma continuano allo stesso tempo ad aspettarsi che se ce ne sarà bisogno gli americani continueranno a mandare i loro figli a morire per la libertà dell’Europa, come fecero due volte nel XX secolo. Io invece dubito fortemente che lo farebbero ancora. La divisione del costo dell’alleanza dovrebbe essere considerata con la dovuta attenzione, perché è un problema reale. L’Unione Europea spende per la propria difesa la metà di quanto spendono gli Stati Uniti d’America e ottiene in termini di capacità di difesa il 10 per cento. Dobbiamo renderci conto che gli americani hanno ragione a lamentarsi che gli europei non facciano la loro parte”.

 

E questo è un problema generale del rapporto tra Europa e Stati Uniti. Ma in Italia abbiamo cose che vanno oltre. Per esempio, il fatto che l’elettorato moderato in passato filo-europeo e filo-Usa vota ora per partiti filo-Putin, mentre appunto la Nato e l’Ue sono difesi dall’erede del filo-sovietico Pci. “La rottamazione di Renzi ha di fatto tagliato le radici storiche del Partito democratico, che infatti è in crisi perché non ha più nulla con cui identificarsi. D’altra parte la coesione del Pd dipendeva dalla coesione del centrodestra. Se non c’è più un centrodestra coeso, agguerrito e con un programma comune, è impossibile che possa esserci un Pd coeso, agguerrito e con un programma comune”.

 

Nel contempo, in Italia un elettorato un tempo in maggioranza europeista e filo-atlantico sembra percorso da una rabbia antioccidentale. Tutto effetto dei 10 anni di crisi? “Una domanda molto complessa alla quale confesso di non saper rispondere. Effettivamente la situazione è molto paradossale. Sono contento di aver deciso di non ricandidarmi, perché negli ultimi tempi che frequentavo la Camera quello che vedevo mi deprimeva talmente che tornato a casa mi sentivo male. Era diventata una storia veramente intollerabile”.

 

Quindi adesso che non deve più frequentare la Camera ai tempi della maggioranza gialloverde si sente meglio? La risposta è una lunga risata.

Maurizio Stefanini

Romano, classe 1961, maturità classica, laurea in Scienze Politiche alla Luiss, giornalista dal 1988. Moglie, due figli. Free lance impenitente, collabora col Foglio dalla fondazione. Di formazione liberale classica, corretta da radici contadine e da un'intensa frequentazione del Terzo Mondo. Specialista in America Latina, Terzo Mondo, movimenti politici comparati, approfondimenti storici. Ha pubblicato vari libri, tra cui “I nomi del male”, ritratto dei leader dell’asse del Male, "Ultras - Identità, politica e violenza nel tifo sportivo da Pompei a Raciti e Sandri", "Da Omero al rock. Quando la letteratura incontra la canzone" e ultimo "Alce Nero un «beato» tra i Sioux". Parla cinque lingue; suona dieci strumenti (preferito, fisarmonica).

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