All'indietro con Putin

Adriano Sofri

Il vero modello del sovranismo salviniano è la Russia ri-sovietizzata. E non è soltanto colpa della Rete

Alla notizia che l’Onu si era allarmata per un decreto bis sulla sicurezza che andava mulinando taglie sostanziose sul capo di chi soccorresse un naufrago, Salvini, offeso, dichiarò: “Non siamo in Corea del Nord”. Immemore già, ingrato, del viaggio che vi aveva compiuto col tànghero Razzi, riportandone la commossa impressione che “non è la Svizzera, ma…”. 

 

 

Il libro di Masha Gessen “Il futuro è storia” (Sellerio) racconta la Russia post-sovietica e lascia a bocca aperta il lettore italiano

Tuttavia sarebbe esagerato attribuire a Salvini la Corea del Nord come modello da seguire in Padania e nella sua recente estensione peninsulare. Il modello è la Russia di Putin, esattamente come si è manifestato nell’allegro colloquio fra Hans-Christian Strache e la signorina. L’Italia omnis è oggi divisa in partes tres: il governo, una minoranza allarmata dalla piega parafascista presa dalle cose, e una distinta terza parte allarmatissima dall’allarme sulla piega parafascista. Il fascismo, quello ufficiale, è evocato da Salvini, oltre che per far venire a sé i pargoli paramilitari degli stadi e degli assedii alle famiglie rom, per solleticare la nostalgia degli italiani di mezzo, quelli che se il Duce non avesse fatto gli errori finali delle leggi razziste e della guerra… Ma il modello è Putin. Un libro formidabile appena tradotto da Sellerio, “Il futuro è storia”, racconta la Russia post-sovietica e lascia a bocca aperta il lettore italiano. L’autrice è Masha Gessen: nata in Russia nel 1967, giornalista, scrittrice, intrepida militante Lgbt, emigrata negli Stati Uniti per dieci anni nel 1981, poi di nuovo nel 2013. Con questo libro, 710 pagine nell’edizione italiana, ha vinto il National Book Award nel 2017. Gessen spiega come la Russia sia uscita dalla lunghissima dittatura avendo perso un paio di epoche di avanzamento planetario dello spirito umano, dalla psicologia alla sociologia alla letteratura, alla stessa economia, e come la brusca uscita abbia fatto esplodere la cultura e la vita quotidiana russe nelle più diverse direzioni, riportate presto a una forma aggiornata di totalitarismo nelle fattezze di Vladimir Putin, l’uomo “senza volto”, il funzionario frustrato dell’ex Kgb che si è innalzato sopra la propria ordinarietà. La premessa stava nell’interruzione della comunicazione culturale – e umana, del resto, l’isolamento, la difficoltà di movimento – fra la Russia e il mondo avanzato. Tema affascinante. Machiavelli pensava che le cicliche catastrofi naturali, la peste, le inondazioni, la fame, l’eccesso di popolazione, riducessero all’oblivione la storia e permettessero salutarmente di ritornare ai principii, così per le malattie del corpo come per la corruzione del corpo sociale: quando il mondo gremito, l’astuzia e la malignità umana abbiano toccato il fondo, “la natura fa una purgazione la quale è salute di quel corpo”. (Purgazione è termine sanguinoso nel caso dell’Urss). “Riportare ai principii suoi” fu l’equivoco ostinato della rivoluzione corrotta. Tornare all’Ottobre… La Seconda Guerra costrinse a tornare all’impero più lontano, e il dopoguerra si nutrì del mito (oltre che della realtà) della Grande Guerra Patriottica. Dal marasma effimeramente libertario e libertino della Russia post-sovietica l’uomo ri-sovietizzato sarebbe emerso col concorso di una combinazione di fattori, di cui lo scambio di sicurezza contro libertà, dovunque evocato a caratterizzare il sovranismo, è un ingrediente. Accanto al quale ha agito robustamente la rivalsa sull’umiliazione. La Russia uscita in pezzi dalla fine dell’Urss è stata e si è sentita mortificata, e la mortificazione per la potenza perduta, il rimpianto per la Grande Russia, fa tanto più presa sui diseredati. Negli anni tumultuosi della transizione, Stalin, lo zar e la Chiesa ortodossa conservano sempre un punteggio altissimo. In occidente si celebrava la fine della storia e si praticavano i confini di conseguenza. L’occidente è stato inebetito dall’illusione che il mercato e la libertà fossero sinonimi: non lo erano né per il Comitato centrale del Partito Comunista cinese né per i consigli di amministrazione delle grandi multinazionali. L’internazionalismo della ricchezza predilige i modi svelti dell’autoritarismo. La Russia di Putin che “semplicemente” annette la Crimea, oppure “semplicemente” occupa la Siria, dall’oggi al domani, dum in occidente consulitur, ebbe la sua simbolica, comica premessa in una mossa screanzata del 1999: quando 300 militari del contingente russo di stanza in Bosnia si spostarono di colpo in Kosovo, dove la Nato era appena intervenuta. Se non li avessero ospitati e sfamati gli americani, gli invasori russi sarebbero rimasti all’addiaccio e al digiuno, ma era l’annuncio di quello che può ri-fare un’autocrazia. Muovere i propri soldatini senza chiedere il permesso a nessuno, parlamento o partito o nazioni unite.

 

 

La questione paradossale si apre qui: come è stato possibile che quella Russia, affannata a uscire dall’oblivione-cancellazione della modernità, a recuperare come un’ubriaca due epoche di ritardo sul mondo avanzato, diventare il modello dei cosiddetti sovranismi europei, di quello italiano in particolare? Lo è diventata oltre ogni immaginazione. L’antisemitismo, la fissazione sullo speculatore Soros, ha un antico cuore russo. L’ossessione delle Ong, la loro demonizzazione e persecuzione, ha un brevetto russo. Il Congresso della Famiglia veronese è la tarda propaggine di una mobilitazione russa e ortodossa che ha negli Stati Uniti poco più che una filiale. Noi oggi siamo indotti a chiederci se sia nato prima Steve Bannon o Alexandr Dugin (il secondo…).

  

Il sovranismo aggiunge l’ingrediente dell’umiliazione e rivalse a costo zero: truffati da Soros, rapinati da Merkel, traditi dal Papa

Il nostro sovranismo, cialtronesco come è tutto da noi, aggiunge anche lui l’ingrediente dell’umiliazione al baratto fra (presunta) sicurezza e libertà. Non abbiamo una Grande Guerra Patriottica da rivendicare, al contrario ricordiamo la guerra (e la Russia poi!) come l’incidente finale di una carriera in cui “c’era tanto di buono”… Agli impoveriti nostri (infelicissimi: il Vangelo dice Beati i poveri, ma degli impoveriti non fa parola) offriamo anche noi rivalse a costo zero: truffati da Soros, rapinati dalla Merkel, traditi da un Papa venduto ai negri, votate e fate votare. Com’è successo? Come mai una vita culturale e anche economica e sociale che aveva tagliato i legami con il progresso e la ricerca libera e si era vietata i precedenti diventa il faro (taccio qui della vile moneta, non perché la sottovaluti) della gente nova al potere in Italia? Un po’ l’abbiamo detto, certo. La rete, certo. E’ possibile che la rete equivalga alla cancellazione della memoria procurata da settant’anni di (contro)rivoluzione in un paese solo? Che metta in vigore una cultura come in assenza di precedenti? Seccante sarebbe ammettere che sia così. E’ un fatto che ricordare e studiare hanno bisogno di tempo. Forse è solo un’illusione ottica, l’indulgenza verso il passato, ma si sente che raramente siano invalse classi e uomini dirigenti così fessi. Putin è un mediocre che ha avuto culo. Trump anche. Fessi come i governanti e gli oppositori britannici presi in toto non se n’erano mai visti, tanto meno in Gran Bretagna. Ma non dev’essere un caso, né soltanto il frutto degli errori di concorrenti, ancora più fessi. Così la politica agonizza, fra la sensazione che un vento inesorabile soffi sul tempo, e la constatazione che tuttavia ogni sconfitta è avvenuta per un pelo, ogni battaglia si può vincere di misura.

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