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Invocare l’aiuto della Bce per calmare lo spread è un alibi per non affrontare problemi autoindotti

Perché il governo non deve continuare a invocare “soluzioni esterne” che non aiuterebbero. Il problema è tutto italiano

5 Maggio 2019 alle 06:18

Invocare l’aiuto della Bce per calmare lo spread è un alibi per non affrontare problemi autoindotti

Giovanni Tria (foto LaPresse)

Lo spread è un problema. Lo ha spiegato il ministro dell’Economia, Giovani Tria, nel Documento di economia e finanza (Def). Uno spread elevato peggiora i conti dello stato perché aumenta la spesa per interessi, e peggiora i conti delle famiglie e delle imprese perché impatta sul costo del credito. Ridurlo è, quindi, una priorità. Come? La soluzione proposta da diversi esponenti del governo è semplice: attivare la Banca centrale europea (Bce). La logica sottostante è che il livello dello spread in Italia dipenda strettamente dalla politica monetaria europea. Se la Bce interviene e compra titoli del debito pubblico, come avvenuto dal 2015 al 2018 con il programma di Quantitative easing (Qe), lo spread scende; altrimenti è destinato a salire e a restare elevato. Pertanto, per riportare il differenziale tra i Btp a 10 anni e i Bund tedeschi sul livello del gennaio 2018 - oltre 100 punti base di differenza con quello attuale – è necessario ripristinare il Qe. In assenza di azioni da parte dell’Istituto di Francoforte, bisognerà trovare soluzioni diverse, inclusa quella di lasciare l’area dell’euro per riappropriarsi della sovranità monetaria. I sostenitori di questa tesi sembrano, infatti, suggerire che con il ritorno a una valuta nazionale, il problema dello spread sarebbe finalmente risolto. Il messaggio è chiaro: una banca centrale come la Bce, che non è al servizio della politica fiscale, rappresenta un ostacolo allo sviluppo economico. Deve, quindi, essere riformata, oppure sostituita con una banca centrale nazionale pronta a intervenire. Prima di ipotizzare scenari di non ritorno, c’è da chiedersi quanto la dinamica dello spread sia influenzata dalla politica monetaria di Francoforte e quanto, invece, dalla politica economica dei singoli stati. A guardare i dati, l’impatto maggiore sembra arrivare proprio dalle scelte prese dai governi nazionali.

 

In primo luogo, lo spread varia indipendentemente dall’intervento della Bce e, soprattutto, indipendentemente dalla potenza dell’intervento. Il Qe è iniziato nel marzo del 2015. Per il primo anno gli acquisti sono stati pari a 60 miliardi di euro al mese. Nel 2016, sono aumentati a 80 miliardi, per poi diminuire gradualmente fino a raggiungere 15 miliardi nella fase finale del programma. Durante il periodo marzo 2015-dicembre 2017, lo spread è inizialmente salito in misura lieve, per poi riprendere a scendere (fino a arrivare a circa 120 punti base), in prosecuzione della dinamica in atto già dalla fine del 2012. Tale andamento è ascrivibile all’impegno preso dai governi dell’epoca a mettere le finanze pubbliche su una traiettoria discendente. Le stime fornite nei documenti ufficiali indicavano, infatti, un calo– seppur modesto – dei rapporti deficit/pil e debito/pil. Il Def di quest’anno, invece, prevede un incremento (e non un decremento) di questi saldi: il disavanzo aumenta dal 2,1 per cento al 2,4 per cento, il debito dal 132,2 al 132,6 per cento (e potrebbe salire ancora visto che del piano di privatizzazioni da 18 miliardi di euro per ora non c’è traccia). A fronte di un simile quadro di finanza pubblica, la permanenza dello spread su livelli elevati è inevitabile: chi investe nel nostro paese chiede maggiori rendimenti per far fronte ai maggiori rischi. Sono, quindi, le scelte di politica economica a impattare sul livello dello spread, non gli acquisiti di titoli da parte della Bce, che, peraltro, sono continuati durante i primi sei mesi d’azione dell’attuale governo, e qui veniamo al secondo punto: lo spread sale nonostante l’intervento di Francoforte.

 

A questo proposito, i numeri parlano chiaro. Lo spread ha superato la soglia dei 300 punti base nel secondo semestre del 2018, proprio quando il Qe era ancora in corso. La responsabilità è, quindi, da attribuire al governo gialloverde. L’annuncio di volere violare tutte le regole fiscali europee (e, quindi – indirettamente – di volere uscire dall’unione monetaria) ha generato una forte sfiducia tra chi compra il nostro debito. La situazione è, poi, rientrata con l’approvazione di una legge di Bilancio coerente (almeno in parte) con le norme di Bruxelles. Le conseguenze di quei mesi di ambiguità, però, si pagano ancora oggi: lo spread, infatti, sale in fretta ma, poi, scende lentamente in assenza di azioni sui saldi di finanza pubblica. Anche questo secondo esempio dimostra che la variazione dello spread non dipende da Francoforte bensì dalle azioni (e dagli annunci) di Roma. Ciò spiega perché altri paesi con altre politiche economiche e fiscali registrano dinamiche diverse. Questo è il terzo e ultimo punto: lo spread scende anche senza il Qe. In Spagna e in Portogallo lo spread è diminuito sia durante il programma di acquisti di titoli sia dopo la sua cessazione. In particolare, dal gennaio di quest’anno la dinamica del differenziale dei titoli spagnoli e portoghesi con il Bund tedesco è stata sempre decrescente, fino a raggiungere in questi giorni livelli inferiori a quelli italiani e pari, rispettivamente, a circa 110 e 118 punti base.

 

A conti fatti, lo spread in Italia resta elevato a causa del debito che sale, della crescita che non riparte e dell’incertezza sull’azione di un governo sempre più litigioso e diviso. Chiedere a gran voce il ripristino del Qe non risolverebbe, quindi, il problema. Peraltro, se davvero, si vuole far intervenire la Bce, un modo c’è, e si chiama Outright monetary transactions (Omt). Attivando questo programma, Francoforte scenderebbe in campo con il suo bazooka, ossia con l’unico strumento che prevede l’acquisto “illimitato” di titoli di Stato. L’intervento, tuttavia, non è incondizionato: il paese beneficiario dovrebbe implementare interventi volti a mettere in ordine i conti pubblici. Del resto, solo con una politica credibile di consolidamento fiscale si ricrea la fiducia, fattore determinante dello spread.

 

In conclusione, il governo non dovrebbe continuare a invocare “soluzioni esterne” che non aiuterebbero. Si perde tempo, e come ripete spesso il ministro Tria: “uno spread che resta alto per un lungo periodo di tempo rappresenta un costo elevato per lo sviluppo dell’economia”. E’ necessario invertire la rotta il prima possibile. Ciò richiede l’attuazione di un’operazione verità sulla reale situazione dei conti pubblici, che nel Documento di economia e finanza è mancata. Come evitare l’incremento dell’Iva? Con quali risorse ridurre il debito pubblico? Che tipo di spending review implementare? Queste sono le domande a cui il governo dovrebbe dare risposte credibili e in tempi brevi. Le suddette risposte, però, non arrivano perché comportano un costo politico ingente. Difficile, in questo contesto, immaginare una riduzione dello spread. La situazione di costi elevati per lo stato, le famiglie e le imprese – rappresentata dal ministro Tria – rischia, pertanto, di protrarsi a lungo. Sicuramente fino a quando il governo capirà che – almeno in economia – non esistono “pasti gratis”.

Veronica De Romanis

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