Il malato d'Europa siamo noi

Claudio Cerasa

Dopo il voto in Spagna, l’Italia resta l’unico grande paese in cui il populismo avanza. E continuerà ad avanzare fino a che non capiremo che anche se litigano Salvini e Di Maio sono simili e complementari

Le elezioni spagnole, se mai ce ne fosse ancora bisogno, hanno dimostrato che in un’Europa che tenta in tutti i modi di contenere l’ondata sovranista l’Italia resta l’unico grande paese in cui, almeno per il momento, il populismo, piuttosto che recedere, continua ad avanzare come un virus inarrestabile. Da questo punto di vista – registrato in Spagna il successo del Partito socialista, il calo ma non l’estinzione del Partito popolare, la crescita ma non il boom del Partito nazionalista, la tenuta ma non l’esplosione di Ciudadanos, la resistenza senza crescita di Podemos – l’Italia può essere considerata sempre di più il malato d’Europa non solo per tutto ciò che riguarda la nostra economia ma anche per tutto ciò che riguarda la nostra politica. E se fosse necessario individuare oggi una delle ragioni che si trovano alla base dell’anomalia italiana non ci vorrebbe molto a riconoscere che uno dei motivi per cui nel nostro paese il populismo continua a proliferare è legato al fatto che un pezzo predominante dell’opinione pubblica ha scelto di assecondare e di non combattere la più pericolosa truffa di cui sono portatori i due partiti antisistema che governano l’Italia: l’idea folle ma credibile che l’alternativa al populismo di governo sia un’altra forma di populismo di lotta.

 

Per smascherare la truffa del nuovo bipolarismo populista, può essere utile rileggere in questi giorni l’ultimo e coraggioso libro di Alessandro Barbano, “Le dieci bugie. Buone ragioni per combattere il populismo” (Mondadori). La tesi di Barbano è scandalosa ma è probabilmente quella giusta per non cadere nella trappola del populismo di lotta e di governo e per capire per quale motivo, politicamente, l’Italia oggi è il paese più malato d’Europa. L’ex direttore del Mattino individua, in mezzo alle nubi scenografiche del duello tra i due vicepremier, un filo niente affatto sottile che tiene insieme i due populismi, non per questioni di fatale necessità ma per questioni di inevitabile volontà. Le differenze esistono, eccome, ma la verità è che il populismo in versione leghista e il populismo in versione grillina non sono facce di due mondi diversi, ma lati simmetrici di una stessa medaglia sfascista. Barbano individua quattro ingredienti del mastice populista, capaci di testimoniare perché, al di là degli scazzi, su moltissimi temi Salvini e Di Maio non solo la pensano allo stesso modo, e non fanno nessuna fatica a stare insieme, ma anche che quando ciò non accade i due mostrano un approccio ideologico simmetrico che su molti dossier converge in modo del tutto naturale.

 

Il primo di questi dossier, dice Barbano, è la vocazione naturale all’isolazionismo dei due populismi illiberali, che è conseguenza diretta del sovranismo identitario: un istinto che, in nome di una sua intrinseca purezza, “sviluppa un’idiosincrasia per ogni forma di compromesso sulla sovranità e porta inevitabilmente le due forze antisistema a considerare gli alleati tradizionali del nostro paese non come dei punti di forza da cui ripartire ma come degli avversari da cui fuggire. Il secondo punto di convergenza tra i due populismi italiani è naturalmente lo statalismo, inteso, dice Barbano, non solo come prevalenza del pubblico sul privato, ma come fiducia nel ruolo paternalistico dello stato nel fronteggiare e risolvere direttamente i problemi, le asimmetrie e le ingiustizie della società. “Per Di Maio – scrive Barbano – questa è una fede semplice ma indefettibile. Per Salvini un istinto che ne fa allo stesso tempo un elemento di diversità dalle radici della Lega, e anche la leva per trasformare un movimento di segmenti e interessi connessi a un territorio e a un’identità specifici in un grande partito di massa a vocazione maggioritaria”. Il terzo elemento di simmetria perfetta tra i due populismi è caratterizzato da una precisa coordinata identitaria: “un dirigismo che, in dispregio di ogni visione liberale, torna ad assegnare alla politica economica un ruolo direttivo e centralistico” e che porta inevitabilmente i populismi a considerare ogni problema del paese curabile con una terapia di base che si propone di curare il debito con nuovo debito, “nella convinzione che, per ridurre la frazione che vede al numeratore il debito e al denominatore il Pil, non sia necessario contenere il primo, ma si debba far leva sul disavanzo, cioè sulla spesa pubblica, capace di far crescere il secondo”. 

 

Il quarto elemento di complementarità tra i due sovranismi, conseguenza diretta dei primi due, è l’idea di considerare l’assistenzialismo come il braccio armato dello statalismo e del dirigismo. Un assistenzialismo che, dice Barbano, “si impone e si legittima come uno strumento di giustizia sociale e come una leva di spesa distributiva diretta a far crescere i consumi e la domanda interna”. Ma l’elemento forse più interessante relativo alle analisi sulle corrispondenze tra i due populismi riguarda un tema di particolare attualità: il rapporto di Salvini e Di Maio con la parola giustizialismo. Apparentemente, alla luce delle polemiche di questi giorni legate al caso Siri, si potrebbe ingenuamente pensare che l’unico partito a poter issare sul proprio galeone la bandiera del giustizialismo, delle manette per tutti, della impossibilità a considerare un indagato innocente fino a prova contraria, sia il Movimento 5 stelle, da anni impegnato a considerare un farabutto un qualunque politico indagato non gradito alla Casaleggio Associati.

 

In realtà, come nota bene Barbano, a essere iscritto con convinzione al partito del giustizialismo, e alla setta del populismo giudiziario, non è solo Di Maio ma è a pieno titolo anche Salvini. Il leader della Lega, così come il leader del M5s, è giustizialista in maniera radicale, ancorché se diversamente declinata rispetto a Di Maio. Entrambi, dice correttamente Barbano, hanno scelto di far proprio un paradigma sostanziale di matrice giustizialista, per cui il mezzo è sempre giustificato dal fine. Il populismo giudiziario, in fondo, non ha altra misura se non quella di legittimare qualunque mezzo a protezione di un fine eletto come prioritario. E se attraverso il giustizialismo e l’adesione alla cultura del sospetto Di Maio finge di voler combattere la corruzione per provare a redimere la società, attraverso il populismo giudiziario e la giustizia del sospetto Salvini affronta il tema dell’immigrazione. Fino a quando l’Italia continuerà a cadere nel tranello del bipolarismo populista, cercando di scovare in uno dei due partiti di governo un lato positivo o addirittura una sfumatura moderata, l’Italia continuerà a essere l’unico paese in Europa dotato di una classe dirigente e di un’opinione pubblica che il sovranismo, piuttosto che combatterlo, continuerà ad alimentarlo. Le elezioni spagnole, come buona parte delle ultime elezioni europee, ci hanno ricordato che prima ancora di occuparci dello stato di salute delle alternative al populismo occorre avere il coraggio di dire ad alta voce quello che Barbano ci ha suggerito nel suo libro: per sconfiggere il populismo (se lo si vuole sconfiggere davvero) occorre dire che il dramma del populismo di governo non è la sua fastidiosa litigiosità ma è la sua spaventosa complementarità. Fino a che non lo capiremo resteremo allegramente il vero e forse unico grande malato d’Europa.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.