Pablo Casado (foto LaPresse)

Dopo il voto in Spagna è allarme nel Ppe

David Carretta

Il peggior risultato di sempre dei popolari spagnoli fa tremare la famiglia europea. I numeri e i modelli

Bruxelles. Alle nove di sera di domenica è suonato un campanello di allarme nel quartier generale del Partito popolare europeo. A meno di un mese dalle elezioni europee, il Partido popular spagnolo ha subìto un tracollo senza precedenti, il peggior risultato della sua storia, un’emorragia di 4 milioni di voti, che ha implicazioni anche europee: la disfatta è tale da mettere in discussione la posizione dominante del Ppe sulla politica dell’Ue e da far temere alla famiglia del centrodestra europeo un declino continentale analogo a quello subìto dai partiti socialisti e socialdemocratici dopo gli anni della “terza via” e della “Europa rosa”. Dopo Francia, Italia e Benelux, il Ppe perde un altro bastione storico in Spagna. Solo la Cdu di Angela Merkel in Germania regge faticosamente. Dopo il 26 maggio potrebbe non bastare per continuare a svolgere il ruolo di “kingmaker” dell’Unione europea. 

   

 

Il 16,7 per cento dei voti domenica per il Partido popular è esattamente la metà del 33 per cento del 2016, ma soprattutto un terzo del 44,6 per cento che Mariano Rajoy aveva ottenuto nel 2011. In soli due anni, quattro milioni di elettori popolari sono defluiti verso Ciudadanos al centro e Vox all’estrema destra. Il giovane leader Pablo Casado era stato scelto per la sua giovane età, il volto angelico e i toni radicali, che avrebbero dovuto permettere al Partido popular di recuperare voti da Albert Rivera e fermare l’emorragia verso l’ex Santiago Abascal. Ma la strategia della tensione di Casado – la demonizzazione permanente delle politiche di Pedro Sánchez al governo, la sua virata verso l’estrema destra su temi come l’immigrazione e la sua gara a chi è più nazionalista sulla questione catalana – si è rivelata controproducente. La mappa della Spagna si è colorata di rosso, malgrado il fatto che i socialisti abbiano preso la stessa percentuale del 2011. Ciudadanos è in agguato, pronto a prendere il ruolo guida del centrodestra nazionale come forza più europeista e più liberale. Vox ha eroso l’elettorato più conservatore, dai cattolici reazionari ai nostalgici del franchismo.

 

Per il Ppe il colore che conta è quello della cartina d’Europa. La Spagna è solo l’ultimo di una lunga serie di paesi in cui i partiti della famiglia popolare sono diventati attori secondari sulla scena nazionale. In Francia i gollisti non si sono più ripresi dalla sconfitta di Nicolas Sarkozy del 2012 e oggi i Républicains si ritrovano ben al di sotto del 15 per cento. In Italia, dopo il ventennio del Cav., Forza Italia si batte per un 10 per cento. In Olanda, durante lo stesso periodo, la Cva è passata dal 30 al 12 per cento. In Lussemburgo i cristiano-democratici sono ancora il primo partito, ma da due legislature si ritrovano all’opposizione. Nella vecchia Europa l’emorragia del Ppe si è interrotta solo in Austria, grazie alla cura di giovinezza e sovranismo di Sebastian Kurz per competere con l’estrema destra dell’Fpö.

  

Nella nuova Europa si scontrano due modelli molto diversi: quello moderato e liberale di Piattaforma civica in Polonia e quella nazionalista e illiberale di Viktor Orbán in Ungheria. I popolari che negli altri stati membri hanno cercato di imitare il cancelliere austriaco o il premier ungherese, con una virata verso l’estrema destra su identità e immigrazione, non sono riusciti a emularli nelle urne. In Francia e Italia, Marine Le Pen e Matteo Salvini convincono di più dei moderati travestiti da estremisti (o viceversa) come Laurent Wauquiez e Antonio Tajani. Perfino gli elettori bavaresi hanno tolto alla Csu il monopolio sul potere dopo la svolta sovranista di Horst Seehofer (il giudizio degli elettori tedeschi sulla Cdu sembra invece sospeso grazie alla diarchia tra Angela Merkel alla testa del governo e Annegret Kramp-Karrenbauer alla testa del partito).

  

Nel Ppe il Partido popular spagnolo è, con la Cdu-Csu in Germania, l’ultimo asse portante della sua influenza a Bruxelles. Cinque anni fa i popolari europei erano riusciti a mascherare il loro declino grazie alla forza di tedeschi e spagnoli, oltre che alla debolezza del Pse. Alle elezioni per l’Europarlamento erano passati da più del 35 per cento del 2009 a meno del 30 per cento del 2014. Eppure, grazie al blocco tedesco e spagnolo, erano praticamente riusciti a monopolizzare i vertici delle istituzioni europee: Jean-Claude Juncker alla Commissione, Donald Tusk al Consiglio europeo, Antonio Tajani all’Europarlamento (nella seconda metà della legislatura). L’operazione doveva essere ripetuta dopo il 26 maggio, con Manfred Weber o Michel Barnier al posto di Juncker. L’establishment del Ppe aveva già scelto un capogruppo a Strasburgo, lo spagnolo Esteban González Pons. Ma, sulla base dei risultati di domenica, il Partido popular rischia di trovarsi con appena una decina di eurodeputati e vedersi superare nel gruppo da ungheresi e romeni. Le proiezioni ufficiali dell’Europarlamento indicano un calo complessivo di almeno 5 punti per il Ppe. Nel frattempo, in questi cinque anni, il Consiglio europeo si è popolato sempre più di capi di stato e di governo liberali a danno dei leader popolari. “Con meno di 180 deputati europei e senza maggioranza ai vertici, non basta avere Merkel per dirigere la politica dell’Ue”, spiega al Foglio una fonte europea.

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