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Pedro Sánchez, l’arte del compromesso dell’ultima camicia bianca

E' l'unico rimasto di quelli che tentarono di salvare il salvabile delle camicie rosse (e dai gilet gialli)

30 Aprile 2019 alle 06:22

Pedro Sánchez, viva l’ultima camicia bianca

Matteo Renzi, Achim Post, Diederik Samson, Pedro Sanchez e Manuel Valls e Federica Mogherini alla festa dell'Unità del 2014 (foto LaPresse)

Il fatto che sia un bell’uomo, con una moglie graziosa al fianco che si chiama Maria Begonia, porta qualcosa alla festa del Psoe, partito non solo socialista ma gentilmente e arcaicamente “obrero”, addirittura. Pedro Sánchez è in realtà e in immagine l’ultima camicia bianca. Non solo per via di quella fotografia con gli altri giovanotti della terza via, il tentativo di salvare il salvabile del socialismo delle camicie rosse in un mondo convertito al liberalismo e al pragmatismo riformista. Pugno chiuso e programma di governo possibile, nel rigetto orgoglioso degli spettri nazionalisti e populisti: no pasaràn, addirittura. Anche Tsipras, se gli riuscisse il miracolo di vincere e restare al potere nonostante le riforme concordate con i creditori del Fondo monetario e della Troika, farebbe parte del novero. E a suo modo nella rassegna entrerà anche un altro incamiciato, Macron, il banchiere di sinistra che non è né di destra né di sinistra, se non se lo mangeranno vivo i rivoltosi burini della Francia periferica che indossa il gilet giallo in alleanza con brutali fascistoni, giacobini e altri demagoghi del movimentismo venezuelano a Parigi. Perché i Truci in felpa e divisa hanno promesso molto e mantenuto poco, ma scalpitano per ogni dove. Ma si sa che cosa hanno fatto, e perché, quelli della camicia bianca, anche dove e quando hanno fallito.

 

Se Macron ha messo in castigo i socialisti massimalisti e parolai, e ha umiliato i gaullisti battendo in solitaria la destra lepenista, finendo bollato come presidente dei ricchi per via del suo neoliberalismo cauto, protettivo e modernizzante, Tsipras ha cacciato in Varoufakis il gemello rivale, il cocco dell’establishment che se la tira da anticapitalista, e ha compiuto la sua svolta di Salerno rimettendo una Grecia più libera e responsabile di prima in Europa, con certi risultati e certi costi, grazie alla conversione del suo Podemos alla greca, Syriza, in un partito di stabilità e di governo. Renzi si è fatto infilzare da una coalizione contro l’uomo solo al comando, che ha prodotto il Truce con le sue inaudite balle buonsensaie, ma aveva tentato di emancipare Italia e benpensanti dalle paturnie antiberlusconiane, cercando di realizzare da sinistra le cose buone che il Cav. non aveva realizzato da destra o dal centro della destra. E l’ultima camicia bianca ha provato, con un discreto successo, a vedere il bluff degli indignati, facendo di Pablo Iglesias una specie di uomo di stato, infliggendo con un qualche successo l’avvilimento della sconfitta radicale ai popolari di Casado e ritagliando una posizione minacciosa ma marginale ai descamisados del nazionalismo postfranchista di Vox. E ora al governo, in circostanze molto complicate.

 

Al contrario di quel pover’uomo di Zapatero, che non capiva l’economia e ha approntato la bolla immobiliare nel pieno della sua movida radicaleggiante, dando il potere ai popolari per molti anni, Sánchez di mercato e popolo ne mastica, e così gli è capitato di guidare il governo spagnolo in un momento di ripresa forte, baldante, facendo poi appello a una qualità che in Spagna è diffusa anche elettoralmente, il coraggio. Lo definisce, insieme agli altri della foto camiciaia, compreso il povero Manuel Valls che si è rifugiato a Barcellona dopo essere stato espulso dal pollaio francese, l’idea che la felicità, l’altro mondo possibile, insomma quell’abbaio alla luna della tradizione rivoluzionaria europea, va subordinata nelle categorie del politico e dell’economico a concetti meno collettivi, meno rimbombanti, meno eccelsi ma più fattibili e non sprovvisti di una serena consolazione. 

 

Iglesias è indignato, d’accordo, ma si è fatto una bella casa con mutuo e piscina alle porte di Madrid, ha generato due gemellini e ha fatto il mammo, lasciando alla sua compagna la guida di Podemos per alcun tempo, e Sánchez ha avuto nei suoi confronti una virtù performativa e trasformativa, ha accompagnato il rientro parziale nell’ovile del pragmatismo di un movimento che sembrava un’esplosione di intolleranza urlata facendone un suo potenziale alleato. Ha praticato senza barare l’arte del compromesso, ha detto come le camicie rosse garibaldine i suoi “obbedisco” all’unità nazionale monarchica che fu l’uscita di sicurezza dal franchismo e cerca quella terza via, per esempio tra accoglienza dell’Aquarius e difesa delle frontiere dal rischio dell’immigrazione incontrollata, che è il sale di una buona politica. E naturalmente nello sforzo di costruire un blocco sociale e politico di riferimento per un potere che non va a caccia di farfalle ideologiche o di fantasmi dell’arretratezza storica. Le camicie bianche non squillano, ospitano una luce che sembra neutra e fredda, ma se le alternative sono i riporti arancioni, le ruspe con il loro linguaggio coatto e altre bellurie del declinismo apocalittico, bè, viva le camicie bianche.

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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