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Si può prendere sul serio il nuovo socialismo?

Oh yes, il capitalismo può mettere insieme pragmatismo e lotta di classe

3 Maggio 2019 alle 06:00

Si può prendere sul serio il nuovo socialismo?

Foto di Jolove55 con licenza Creative Commons

Macché spettro che si aggira eccetera eccetera, il socialismo è il tema di cui discutono i capitalisti miliardari, in tutta calma e con che gusto. Certo, le élite del denaro lo considerano virtualmente una minaccia al regime di mercato, ma fino a un certo punto. Se ha perso le elezioni presidenziali del 2016, il Partito democratico americano le ha perse perché è apparso, il magico nome Clinton aiutando, come il partito dei capitalisti. Ora con Sanders, la Warren e la Ocasio-Cortez in corsa, sembra una sezione americana dell’Internazionale socialista. Al “Ballo dei predatori”, così era soprannominato il raduno dell’Istituto Milken, dal nome del promotore, il finanziere dei junk bond incarcerato e condannato al culmine degli anni Ottanta per greed, per avidità insaziabile, l’assemblea dell’altro giorno, racconta il Financial Times, era orientata a riformare con massicce dosi di socialismo, per salvarlo, il sistema del libero mercato. Oltre a Michael Milken stesso, oggi potabile, a Beverly Hills c’erano il tesoriere di Trump, Steven Mnuchin, David Solomon, il capo di Goldman Sachs, Ken Griffin, dell’hedge fund Citadel, Alan Schwartz di Guggenheim Partners, Jamie Dimon di J.P. Morgan, e Eric Schmidt, il manager di Google nel decennio rampante.

   

Vero che il grande applauso lo ha ricevuto un clip del 1977 di Margaret Thatcher, quando diceva che “il capitalismo ha un fondamento morale, se vuoi essere libero devi essere capitalista”. Vero che Schmidt ha sostenuto quello che in tema di capitalismo è secondo lui il vero messaggio da promuovere: “Funziona”. Ma Alan Schwartz non crede che la sfiducia dei millennial, il 44 per cento dei quali preferirebbe vivere in un sistema socialista, sia uscita fuori per mancanza di senso storico, come vuole Ken Griffin: davanti a 4.000 persone, un pubblico di business e investitori, Schwartz ha detto che una volta il rapporto era cinquanta e cinquanta, ora è sessanta e quaranta, c’è un divario tra salari e profitti crescente e non tollerato, è tornata la lotta di classe, e non puoi farci niente. In conclusione: la storia semmai insegna che a un certo punto o c’è una legislazione che redistribuisce la ricchezza o c’è una rivoluzione che distribuisce la proprietà. Altri hanno detto che alte tasse sugli alti redditi per finanziare istruzione, infrastrutture e formazione dei lavoratori declassati dalle tecnologie sono accettabili: “Pagherei il 5 per cento in più di tasse per fare del mondo un luogo un poco meno minaccioso”. Pragmatismo e lotta di classe vanno di comune accordo. 

    

Intanto una economista liberale di buon mestiere, Emily Chamlee-Wright, nel Wall Street Journal, chiede di prendere sul serio il socialismo, i suoi argomenti e i suoi portabandiera. Per lei il tema non è nemmeno il “riformare per salvare” dei Predatori al ballo. Che il capitalismo funzioni o abbia un fondamento morale o antropologico è quanto va eventualmente verificato in una discussione composta e sincera, una discussione accademica che realizzi un reciproco riconoscimento di valori: crederete mica che socialismo e capitalismo siano una opposizione di forze, di interessi, uno scontro di fondamenti politici o di dottrina o di visione? In realtà, come tutti sappiamo, il capitalismo ha già incorporato una bella dose di socialismo del welfare, in qualche caso non sapendo come integrare i risultati in una dinamica di crescita della ricchezza, e il socialismo, basta pensare alla Cina e a parti rilevanti dell’Asia, ha già incorporato quantità colossali di capitalismo, ma sempre subordinandole allo stato e al partito guida. Sembrava di capire che la rivoluzione liberale degli anni Ottanta e seguenti fosse un tentativo di unificare nel segno dell’individualismo proprietario e dunque della libertà civile, vecchia idea di John Locke, i mercati mondiali e aperti, capaci di ammettere un forte intervento pubblico a correzione degli squilibri e a protezione degli ultimi, dei forgotten men. Contrordine: se non prendete sul serio il socialismo, il famoso spettro che si aggira eccetera eccetera, vi rassegnate a un capitalismo di rapina (lo dicono i capitalisti e gli economisti pro mercato).

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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Commenti all'articolo

  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    03 Maggio 2019 - 16:04

    Il baco, diciamo culturale e semantico dell’area di sinistra è d’ostinarsi a definire “sinistra” quei loro comitati di affari che obbediscono alle leggi del mercato. Sinistra Agnus dei qui tollit peccata mundi. Non ci cede nessuno. ma gli affari sono affari, u s

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