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Perché la politica spagnola è la bella copia di quella italiana

Ciascun partito italiano ne ha uno corrispondente in Spagna, solo che lì è migliore (populisti compresi)

30 Aprile 2019 alle 09:57

Perché la politica spagnola è la bella copia di quella italiana

foto LaPresse

Roma. Tutti quelli che guardano con speranza al risultato delle elezioni spagnole – cercandovi la conferma che la marea populista si sta ritirando – dovrebbero compilare un questionario di autovalutazione del nostro paese. Se la torta apparecchiata dagli elettori iberici appare più gustosa della sbobba che gli italiani si apprestano a ingurgitare, è anzitutto perché gli ingredienti (cioè i partiti) sono di migliore qualità. Qualunque cosa succeda – che si vada verso un monocolore del Psoe oppure verso un’alleanza con Podemos o Ciudadanos – il nuovo governo si metterà a costruire il futuro, non a sovvertire il passato; a governare, non a destabilizzare. A uno spettatore italiano non può sfuggire un curioso parallelismo: al netto dei movimenti centrifughi (catalani e baschi), ciascuno dei nostri partiti ne ha uno corrispondente in Spagna, però lì è migliore.

 

Il Psoe (Partido socialista obrero español) e il Pp (Partido popular) appartengono alle stesse famiglie europee del Partito democratico e di Forza Italia, rispettivamente (i socialisti e i popolari). Il successo dell’uno e la sconfitta dell’altro sono essenzialmente il risultato di dinamiche recenti: il carisma di Pedro Sánchez, da un lato, e i cocenti errori di Mariano Rajoy, dall’altro. Ma per comprenderne la performance occorre anche tenere presente che queste due forze si sono avvicendate alla guida del paese negli ultimi decenni, e hanno sostanzialmente condiviso i pilastri delle riforme che hanno rimesso in moto l’economia spagnola. Tra il 2009 e il 2019, la spesa pubblica è scesa dal 45,8 al 41,3 per cento del pil, dopo aver raggiunto il picco del 48,1 per cento nel 2012. Il deficit, che aveva toccato livelli stellari per il collasso del sistema bancario (11 per cento nel 2011), oggi è sotto controllo al 2,5 per cento. Conseguentemente il debito, all’incirca raddoppiato in proporzione al pil tra il 2009 e il 2014, finalmente sta scendendo. In questo periodo, il paese ha ripristinato la crescita e la fiducia attraverso un’impressionante serie di riforme: nel rapporto Doing business, la Spagna è passata dal quarantanovesimo posto del 2009 al trentesimo del 2018. Questi risultati sono anche il frutto della coraggiosa scelta di chiedere, nel 2012, l’intervento della Troika, scambiando gli aiuti con l’impegno (credibile e rispettato) a risanare il bilancio e stimolare la competitività. Viene da chiedersi se l’Italia oggi non starebbe meglio, se avesse compiuto la stessa scelta all’epoca del governo Monti.

 

Naturalmente, il Psoe e il Pp hanno prospettive assai distanti su molti aspetti, inclusa la politica economica, come dimostrano i più recenti interventi di Sánchez in campo fiscale. Tuttavia, il patrimonio di riforme degli scorsi anni appartiene al comune sentire, inclusi gli enormi passi avanti fatti sul mercato del lavoro e la produttività. Né la vittoria del Psoe, né il crollo del Pp esprimono il rigetto delle riforme (che invece vediamo negli scivolamenti di Forza Italia e nella vergogna che il Pd sembra provare per la stagione renziana): semmai, riflettono rispettivamente il carisma di Sánchez e il disastro di Rajoy in Catalogna.

 

Che dire dei protagonisti della nuova fase della politica spagnola? Podemos nacque come forza anti-establishment ed è facile accostarlo al Movimento 5 stelle. Ma Podemos non nacque da un “vaffanculo”, né è incapace di trovare un collante diverso dal vacuo richiamo all’o-ne-stà. Podemos ha un profilo ideologico ben preciso, che nasce dal tentativo di dare dignità ideologica al movimento degli indignados attraverso un apparato concettuale certamente di estrema sinistra, ma non eversivo. Al lato opposto si trova quella che al momento appare come la formazione più anti-sistema: la destra radicale di Vox, che con la propria avanzata ha per un verso trascinato in direzione neofranchista il Pp e i liberali di Ciudadanos, per l’altro stimolato la mobilitazione sociale da cui Sánchez ha tratto vantaggio. Vox è un movimento nazionalista e reazionario sul piano dei diritti civili. Quindi molto in comune con la Lega. Al tempo stesso, rivendica una posizione atlantista (a differenza del partito di Salvini che è filo-russi) e in politica economica chiede, contrariamente alla Lega, misure liberiste (liberalizzazioni, privatizzazioni, tagli delle tasse e della spesa).

 

In sintesi, i populisti spagnoli sembrano le naturali ali estreme di un sistema fondamentalmente sano, non l’equivalente politico della maionese impazzita. Non a caso, rimangono subalterni alle forze centriste, né tantomeno possono o vogliono governare assieme.

 

Tra i partiti spagnoli attivi a livello nazionale, Ciudadanos è l’unico che non abbia una controparte italiana vera e propria. Trattandosi di un movimento tendenzialmente liberale ed europeista, che al Parlamento Ue si riconosce nell’Alde, in principio sembrerebbe l’alter-ego di +Europa. Ci sono però differenze enormi, qualitative e quantitative. In primo luogo, mentre Ciudadanos è ormai una realtà consolidata, +Europa deve ancora superare lo svezzamento. Secondariamente, i liberali spagnoli pendono a destra (addirittura in Andalusia sono al governo con Vox), mentre gli italiani sono accampati col centrosinistra. E’ difficile quindi, dire se +Europa sia una sorta di Ciudadanos in potenza, o se Ciudadanos non sia la risposta spagnola alla crisi del Pp che in Italia ancora non abbiamo e che non riesce a colmare il vuoto lasciato da una sempre più claudicante Forza Italia.

 

Sia come sia, e vadano come vadano le cose a Madrid, osserviamo le elezioni spagnole con due certezze: un sospiro di sollievo, perché l’ondata populista non travolge il paese. E un pizzico di invidia, perché i cugini sono più giovani, crescono di più, fanno riforme più coraggiose e hanno un sistema politico superiore al nostro. Resta da capire se sia una politica migliore a produrre una società più dinamica o viceversa, ma forse questa è una di quelle domande di cui è meglio non conoscere la risposta.

Carlo Stagnaro

E’ nato nel 1977. E’ direttore Energia e ambiente dell’Istituto Bruno Leoni. Oltre che col Foglio, collabora con varie pubblicazioni italiane e straniere. Fa parte della redazione della rivista Energia e ha pubblicato articoli su testate specializzate quali Oil & Gas Journal ed Energy Tribune. Per l’IBL cura l’Indice delle liberalizzazioni; il suo ultimo libro è “Sicurezza energetica. Petrolio e gas tra mercato, ambiente e geopolitica”. E’ sposato con Silvana e ha un figlio, Andrea.

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Commenti all'articolo

  • Paulista

    01 Maggio 2019 - 05:21

    Inoltre se la Spagna avesse "l'accortezza" di cambiare la legge elettorale in favore di un doppio turno alla francese (sistema che garantirebbe loro maggiore stabilità) penso che avrebbero benefici immensi, sotto parecchi punti di vista. Ma non mi sembra di aver mai sentito proposte in questo senso dai tanti politici, esperti, giornalisti e cattedratici iberici che sento praticamente tutti i giorni. La mia personale ipotesi è che i ras dei partiti non vedono di buon occhio che il Presidente del Governo venga eletto direttamente i cittadini invece che scelto dai capataz politici che fanno accordi solo dopo il voto guardandosi bene del dichiarare eventuali alleanze in campagna elettorale.

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  • Paulista

    01 Maggio 2019 - 05:08

    Che ci siano affinità fra Ciudadanos e +Europa non ci sono dubbi; lo rimarcava anche Della Vedova. La grossa differenza è che Ciudadanos è una creatura dei potentati economici spagnoli mentre +Europa no (e non si tiri fuori la storia dei finanziamenti di Soros che sono infimi rispetto a quanto incassato da Albert Rivera dai boss dell'Ibex 35); e la dimostrazione la si trova guardando a quanto è stato "pompato" Ciudadanos nei media negli ultimi anni, mentre la Bonino & Co. da sempre li vediamo col contagocce. Basta leggere il libro di Rosa Diez "Los aventureros cuerdos" che spiega il tutto molto bene. (Nota: Rosa Diez è una sorta di Emma Bonino spagnola; faceva parte del Psoe, ma poi assieme a Fernando Savater fondò il partito UPyD nel 2007, partito che poi fu killerato dal regime visti i crescenti consensi che riceveva. Ha poi abbandonato il partito e adesso è su posizioni molto destrorse, mentre altri sono rimasti e il 26M sono candidati alle Europee con Ciudadanos, Savater incluso)

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  • carloalberto

    30 Aprile 2019 - 15:05

    A parte l'ennesimo tentativo di disprezzare il proprio Paese e i propri connazionali a vantaggio di "cugini" ritenuti misticamente migliori a prescindere (ieri la Francia macroniana, adesso a quanto pare la Spagna), e a parte l'uso di terminologie ridicolmente obsolete ("reazionari"!), dimenticate una cosa essenziale: in Spagna il perno del sistema politico è una Monarchia. Podemos e separatisti sono antisistema, checché ne scriviate voi, e infatti sono repubblicani, nostalgici dell'infelice repubblica del '31-'39 (distrutta dai repubblicani stessi prima ancora che dal "cattivone" Franco). Che costoro rappresentino "il progresso", avrei seri dubbi a dirlo.

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