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Non c’è oggetto del desiderio più ambìto dello spagnolo Sánchez

Gli europeisti, Macron e Merkel in testa, si coccolano il premier socialista per costruire alleanze antisovraniste

29 Maggio 2019 alle 08:58

Non c’è oggetto del desiderio più ambìto dello spagnolo Sánchez

Il premier spagnolo Pedro Sánchez (foto LaPresse)

Milano. Ora che la stella della politica italiana, a Roma come a Bruxelles, è Matteo Salvini e che in Europa il Regno Unito è di nuovo rappresentato, finché dura, da una delle cravatte rosa del cocchiere della Brexit Nigel Farage, la Francia e la Germania cercano altrove un tertius inter pares con cui condividere il tavolo delle scelte importanti. La Francia è Emmanuel Macron, la cui République en marche, pur senza risultati scintillanti, guida il gruppo liberale all’Europarlamento. E la Germania, almeno finora, è ancora lei, Angela Merkel, la cui Cdu segue un suo morbido declino ma continua a guidare il Partito popolare europeo.

 

Cinque anni fa, quando Macron non c’era ancora, il più corteggiato all’indomani del voto era stato Matteo Renzi, che aveva consegnato alla sinistra italiana un contingente di eurodeputati mai visto prima. Oggi, invece, l’oggetto del desiderio di Parigi e di Berlino non è più un innovativo prodotto made in Italy, ma un articolo più tradizionale, di marca iberica: questa volta, in cima alla wishlist degli interlocutori preferiti da Macron e Merkel, ci sono Pedro Sánchez e il Psoe, che già fin dal suo nome vintage – Partido socialista obrero español – va in contromano rispetto allo sgretolamento simmetrico di socialisti & popolari, agli smottamenti sulla linea destra/sinistra e ai disperati restyling onomastici. Subito in visita da Macron all’indomani del voto e poi richiesto al tavolo della Merkel, Pedro Sánchez, che ha vinto prima le elezioni politiche spagnole di aprile e poi, in un sol colpo, le europee e le amministrative, è the man in the news. Lui, grazie agli eurodeputati spagnoli del Psoe che hanno sostituito quelli del Pd come maggiore delegazione nazionale tra i socialisti europei, può essere l’uomo-ponte di quell’alleanza larga formata da popolari, socialisti, liberali (e forse verdi) con cui fare diga e mantenere le acque europee al riparo dai gorghi, dalle effervescenze, dagli schizzi e dai borborigmi prodotti dai sovranisti, dai populisti, dagli euroscettici e dai confusi, che, seppur orfani di un’ondata che non c’è stata, non rinunceranno a esercitare la loro rabbia sui frangiflutti europeisti.

  

Visite, incontri, triangolazioni. Sánchez è l’uomo del Pse che,
con la delegazione più nutrita, imposta il dialogo con liberali e conservatori. Intanto fa anche calcoli per il suo prossimo governo, che ancora deve trovare appoggi o quantomeno utili astensioni. La sostituzione Spagna-Italia
nel cuore dell’Ue è completa

  

Ma Sánchez come c’è arrivato lì, sulla soglia di quella vip lounge in cui, tra gli spagnoli, era riuscito a entrare solo José María Aznar, grazie alla sponda offertagli da George W. Bush e comunque in coabitazione con Silvio Berlusconi? Ci è arrivato con molta fortuna, come tutti. Ma soprattutto grazie a quella pazienza e a quell’apparente grigiore che sembra aver copiato a un altro straordinario gattomorto della politica iberica, l’ex premier popolare Mariano Rajoy. Queste doti gli hanno consentito di andare un’altra volta contromano rispetto all’andazzo e di sottrarsi quindi alla volatilità del consenso. Sánchez ha perso, è stato fermo un turno, è tornato e ha vinto.

 

Nel settembre del 2015, nella famosa “fotografia delle camicie bianche”, scattata alla Festa dell’Unità di Bologna, erano in cinque. C’era Renzi. C’era Diederik Samsom, che nel frattempo ha lasciato la guida dei laburisti olandesi che, solo dopo il suo addio, sono tornati a vincere le elezioni. C’era il tedesco Achim Post, che ora da segretario generale dei socialisti europei osserva la sua Spd toccare il minimo storico. C’era l’ex premier francese, il povero Manuel Valls, che, irretito da Ciudadanos, si è candidato a sindaco di Barcellona ed è arrivato quarto, ma rischiando il quinto posto. E c’era lui, Pedro Sánchez che, nell’anno domini 2019, è incredibilmente ancora percepito come un leader nuovo e in crescita: un mezzo capolavoro.

 

Pedro Sánchez, l’arte del compromesso dell’ultima camicia bianca

E' l'unico rimasto di quelli che tentarono di salvare il salvabile delle camicie rosse (e dai gilet gialli)

  

Senza proporre nessuna palingenesi rivoluzionaria, ma aggiornando semplicemente il software del vecchio Psoe, Sánchez ha vinto la combo politiche-europee-amministrative, mentre alla sua sinistra si sgonfiava il movimentismo podemita e, alla sua destra, l’ansia di novità dannava gli avversari. Intanto, ai tavoli europei che contano, orfani dell’Italia dopo il trionfo di Salvini, Sánchez è diventato l’ospite più corteggiato. E tutti lo trattano da premier, anche se premier non lo è ancora e anzi, almeno in linea teorica, nelle prossime settimane avrà più di qualche problema a trovare i voti in Parlamento per diventarlo. E questa è l’ulteriore ragione per cui Sánchez sta lavorando per far sedere la Spagna alla destra di Macron e della Merkel e per cui gli piace così tanto farsi fotografare accanto al presidente francese. Perché, se il liberale più importante d’Europa, cioè Macron, mostra di volergli così bene, come faranno i sedicenti liberali di Ciudadanos a negargli quantomeno un’astensione? Così potrebbe diventare premier senza ricorrere all’aiuto di Podemos e degli indipendentisti catalani – quegli stessi sedicenti liberali di Ciudadanos che oltretutto, per governare il comune e la regione di Madrid insieme con il Partito popolare, stanno costruendo alleanze con Vox, cioè un partito di quella estrema destra, populista e sovranista, per arginare la quale il liberale Macron e la popolare Merkel vogliono arruolare il socialista Sánchez come loro nuovo best friend.

Guido De Franceschi

E' nato nel 1976. Fuori dal quadrante est di Milano si sente all’estero. Forse è per questo che lo incuriosiscono le piccole patrie, le lingue minoritarie e (senza di norma conquistarlo) i separatismi. Lo attira la contemporaneità e si è laureato in Lettere antiche. Vota a sinistra e scrive senza disagi di esteri e di libri sul Foglio e sulle pagine culturali del Giornale. Non è mai stato a Cagliari e collabora con l’Unione Sarda come commentatore e recensore. Quando sarà in pensione sfiderà età, pigrizia e buon senso cimentandosi nell’apprendimento della lingua basca.

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