La malafede di chi oppone i se e i ma ai crimini del comunismo

Marco Archetti

Tomaso Montanari, LeU, Anpi. L'Olimpiade degli indignati davanti al sacrosanto documento del Parlamento europeo 

La coda, la paglia e – anche – un bel po’ di malafede. Non di coloro che hanno redatto un sacrosanto documento (che peraltro non è vincolante, non detta legge, non si vuol porre come documento di sintesi storiografica e non equipara nazismo e comunismo in senso stretto, quanto i loro metodi criminali e le inaudite conseguenze che hanno determinato nel corso del XX secolo), ma la malafede di quelli che, a pretesto di un documento cui conferiscono un significato non pertinente, si producono in odiose piroette ispirate essenzialmente dalle necessità minori del proprio orizzonte di piccolo cabotaggio elettorale. Dolgono certi commenti, così come sorprendono certi aggettivi. Gli stessi che faticano a definire “ignobile” l’esperienza sovietica non esitano a definire tale un documento che ha il solo torto di ricordarla per quel che è stata; mentre alcuni sostengono che, in questo modo, a causa di quella che vedono come una mistificazione, “si equiparano oppressi e oppressori” – francamente, imboccato questo tunnel, pare difficile ritrovare il lume di una qualche ragionevolezza.

  

Tomaso Montanari parla di “squallore”, strombazzando circa la vasta e grave lacuna storica del mancato riconoscimento del ruolo determinante dell’Urss nella sconfitta del nazismo, e dimostrando però, nello stesso tempo, una curiosa (minuscola, per carità) lacuna mnemonica in materia di etimologia: “pogrom” è un termine di derivazione russa, per lo meno secondo la Treccani. Certo, etimologia non fa storiografia, ma nemmeno è comprensibile come si possa dissentire in merito a un documento che condanna un totalitarismo con il grottesco argomento che, dopotutto, avendo contribuito a disarcionare un altro totalitarismo, gli sia preferibile – è proprio su questo genere di pelose distinzioni che poggia il consenso a certi macellai che hanno solo avuto l’accortezza di non indossare il grembiule lordo di sangue.

 

Non si capisce nemmeno perché – per lo meno secondo quanto si evoca dalle parti di Liberi e uguali – “queste distorsioni” siano “una pericolosa rilettura che finisce per sdoganare ideologie neo-fasciste” e non sia, piuttosto, questa vaniloquente Olimpiade di lana caprina a favorirle: da un lato, un documento simbolico che ricorda l’importanza della libertà e condanna (forse perfino banalmente?) tutte le esperienze politiche che l’hanno soppressa; dall’altro una grandinata di se e di ma che lamenta ciò che, di fatto, contribuisce a generare secondo schemi già visti e non certo virtuosi: “lacerante divisione”, queste sono parole dell’Anpi, che in un comunicato esprime preoccupazione.

 

 

Ora, ognuno è preoccupato da ciò che lo preoccupa, evidentemente, e non si vuol certo, da qui, fare i docenti di Preoccupazioni Giuste, ma è davvero inquietante vedere come non si riesca a concordare nemmeno sul giudizio (banale, sì, perfino banale) da dare a due esperienze nefaste, atroci e abominevoli quanto il comunismo e il nazismo, soprattutto a partire dai fatti, cioè da quello che hanno indubitabilmente generato, e ci si è impantani nelle parole, cioè nella valutazione delle premesse da cui sono partiti. Le conseguenze, infatti, hanno un pregio: sono palpabili, storicizzate e sotto gli occhi di tutti. Le premesse hanno natura più eterea e impalpabile, si perdono nelle nebbie delle buone intenzioni remote, dei testi di riferimento, e si prestano ad ambigue cavalcature. Di buone intenzioni è lastricata la strada dell’inferno, ma la strada della malafede è il paradiso del se, del ma, del però. Aspettiamo trepidanti che di certe Saghe della Puntualizzazione si comprenda la stupidità.