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Il politically correct delle università americane plasma giovani isterici e innocui

La femminista eretica Camille Paglia dice che il lato antisex del femminismo è tornato in auge

16 Settembre 2019 alle 10:02

Il politically correct delle università americane plasma giovani isterici e innocui

Studenti di un college americano (foto Unsplash)

"Quando Camille Paglia aveva 15 anni ebbe un diverbio con una suora. ‘Se il perdono di Dio è senza fine, allora un giorno perdonerà anche Satana?’ chiese la teenager a una monaca. Lei – una cattolica irlandese con nessun residuo pagano’ caro alla cultura italiana della ragazza – diventò rossa in viso e si infuriò così tanto da rimproverare Camille davanti a tutta la classe per aver fatto quella domanda. Quello fu il giorno in cui Paglia abbandonò la chiesa cattolica. Ma non fu l’ultima volta che fece una domanda imbarazzante, perfino incendiaria”, scrive Tunku Varadarajan. La professoressa Paglia insegna studi umanistici e media all’Università delle Arti di Filadelfia, in cui lavora da più di trent’anni. Ad aprile alcuni studenti hanno iniziato a invocare il suo licenziamento per via delle sue posizioni sul #MeToo, non abbastanza concilianti col movimento, e di un’intervista pubblicata su Weekly Standard, ritenuta transomofoba, sebbene la Paglia si dichiari transgender. La protesta degli studenti non ha attecchito anche grazie alla presa di posizione del preside David Yager, che ha scritto una lettera aperta agli studenti ricordando loro che la censura è un mezzo vile. Paglia appartiene all’ala del femminismo a favore del sesso e della libertà di parola, in voga negli anni 90. E proprio in quel periodo la professoressa pubblicò il suo primo libro “Sexual Personae: Art and Decadence from Nefertiti to Emily Dickinson”, in cui racconta la competizione tra i ruoli di uomo e donna in occidente. Respinto da sette editori prima di essere pubblicato, il libro ha fissato Paglia nell’immaginario collettivo americano. Nel 1990 la professoressa pubblicò un articolo in cui parlava della cantante pop Madonna come di una pura femminista. Per Paglia il femminismo americano di allora era soffocante e puritano: Madonna rappresentava una concezione matura del femminismo, all’epoca immobilizzato in una perenne adolescenza. Ma gli anni 90 sono finiti da un pezzo. “La professoressa Paglia lamenta che ‘il lato antisex e repressivamente dottrinario del femminismo è tornato in auge’. Lei lo chiama ‘femminismo vittima’ e si lamenta che ‘tutte le battaglie vinte nei 90 ora sono state spazzate via. Viviamo questo privilegio infinito del vittimismo, con una vulnerabilità patologica che viene vista come modalità umana predefinita. Chiunque contribuisce a perpetrare questa visione, al lavoro, nelle università, nelle richieste di safe spaces’”.

 

La professoressa Paglia insegna ai propri studenti quanto sia necessario oggi parlare di responsabilità personale. Per lei i giovani, una volta ribelli, ora supplicano aiuti dalle autorità, a partire da quelle dei campus. Ora i giovani vivono in un ambiente perfetto, dove non esiste povertà, almeno non come in passato. “Adesso è tutto così facile”, dice. Gli studenti che non hanno studiato storia o economia “pensano che sia stato sempre così. Ma non hanno idea che questi sono i risultati recenti di un preciso sistema economico”. Pensano che il governo gestisca tutto e che le aziende che ci offrono beni di ogni tipo esisteranno per sempre. E’ grazie al capitalismo che gli antenati di Camille Paglia sono potuti scappare dalla povertà dell’Italia rurale per finire a lavorare in una fabbrica americana. Si può dire che la professoressa sia una capitalista femminista. “Insisto sul fatto che il capitalismo abbia prodotto la gloriosa emancipazione delle donne. Ora possono sostenersi e vivere da sole, e non devono più dipendere da padri o mariti”, afferma Paglia.

 

Il motivo per cui i giovani si sentono vittime è perché nel campus si sta perdendo il linguaggio del corpo e l’impatto sulle relazioni sessuali tra i giovani. “La perdita del linguaggio del corpo” inizia alle medie e al liceo, “dove i giovani sono totalmente assorbiti dai social media e dalle immagini su Instagram. In questo modo loro non imparano a leggere i compagni fisicamente”, spiega la Paglia. Poi, quando arrivano al college, incombe su di loro il divieto di bere, fino ai 21 anni. “Quando io andavo al college potevi prenderti una birra, bere un drink in un luogo pubblico, in un ambiente per adulti”. Ed era lì che lontani da casa i diciottenni imparavano a conoscere l’altro sesso, l’arte della conversazione, la lettura dei segni facciali e corporei. Oggi invece, non appena si raggiunge l’età giusta, entrano in scena le feste delle confraternite, tra rumori assordanti e ubriachi molesti. Così, verso la fine degli 80, passati pochi anni da quando la legge sul divieto dell’alcol fu introdotta, i campus sono stati preda del vittimismo e dell’isteria.

 

A differenza del suo vivace personaggio pubblico, in classe la professoressa è mite e rigorosa come “le monache insegnanti del cattolicesimo romano”. “Questo semestre autunnale la professoressa insegnerà in due classi ‘Art of Song Lyric’ e ‘Style in Art’. Paglia non insegna le sue idee in classe. Ma insegna in corsi ‘ad ampio raggio’ e si considera responsabile per ‘la cultura generale’ dei propri studenti. ‘In questo campo ci sono enormi e deplorevoli lacune, per via del tragico declino dell’educazione pubblica in questo paese’. Lei riporta alla mente episodi orribili della sua classe di qualche anno fa. La professoressa stava insegnando il famoso spiritual afroamericano ‘Go Down, Moses’. ‘L’intera storia riguarda l’antichità, ma ovviamente ha riferimenti politici contemporanei’. La professoressa ha distribuito i testi e iniziato a suonare la musica ‘e subito mi sono accorta con orrore che nessuno degli studenti aveva riconosciuto il nome Mosè. Così ho pensato: oh mio Dio, quando Mosè viene cancellato dall’occidente, cosa rimarrà della civiltà occidentale?’”, scrive Varadarajan.

 

L’intervista si conclude con qualche domanda sull’identità transgender di Paglia. “Mai una volta nella vita mi sono sentita femmina”, né maschio. Questa alienazione ha affinato i poteri di osservazione sociale e alla fine l’ha resa uno scrittore. Il suo bagaglio di studi e ricerche “ha di molto esorcizzato la mia ostilità accumulata nei confronti del sistema di genere”. Ostilità che oggi rivive solo quando fa shopping di vestiti: né nell’abbigliamento femminile né in quello maschile la professoressa Paglia può trovare spazio per la sua identità. (Traduzione di Samuele Maccolini) 

 

*Questo articolo è stato pubblicato sul Wall Street Journal il 30 agosto

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