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Quando la scorrettezza politica è diventata un’ideologia vittimistica

“Sono io la vera vittima e le mie pistolettate sono mera difesa”

17 Marzo 2019 alle 06:13

Quando la scorrettezza politica è diventata un’ideologia vittimistica

Matteo Salvini (foto LaPresse)

Robert Hughes coniò la formula culture of complaint per descrivere la parabola del politicamente corretto, ma oggi è il soi-disant politicamente scorretto la più rumorosa cultura del piagnisteo. Dove ti giri, è tutto un lagna-lagna. Passano il giorno a lanciare scherni irripetibili, ma se Guy Verhofstadt si permette di usare per il nostro primo ministro una paroletta meramente descrittiva – burattino – per poco non invadono il Belgio. Il loro passatempo strapaesano è svillaneggiare Emmanuel Macron nei modi più grossolani, ma quando il presidente francese parla del populismo come di una lebbra, ecco che, poverini, si sentono etichettati uno a uno come lebbrosi e si ammantano di indignazione virtuosa. Si compiacciono a dar fondo alle metafore zoologiche quando un immigrato è coinvolto in qualche crimine, ma se l’Espresso affianca Soumahoro e Salvini sotto l’insegna vittoriniana “Uomini e no” fanno i finti o i veri tonti e si mettono a starnazzare contro la disumanizzazione dell’avversario. Mario Giordano invoca quotidianamente la ruspa come un indemoniato, ma se gli fanno sommessamente notare che è sensibile al clima di intolleranza lui non solo abbandona lo studio di “Piazza Pulita”, ma il giorno dopo ci monta una campagna piagnucolosa, come già l’“eroe” (così Salvini) Maurizio Belpietro contro i giornalisti tedeschi che pretendono di darci lezioncine sulla Rai sovrana. Il ministro di polizia s’inventa una gogna al giorno, minorenni e scortati compresi, ma la sua capotifoseria Maria Giovanna Maglie scrive accorate lettere a Dagospia per lamentare che è il suo cocco a subire il clima d’odio, e come potrebbe non reagire? Per questa turpe china si arriva a Francesco Borgonovo che attacca Luigi Manconi, autore di una finissima meditazione su moralità e politica che l’allegra brigata salviniana ha dolosamente frainteso, di alimentare il clima d’odio – un po’ come se Charles Manson reclamasse perché i vicini di casa mettono Mozart a un volume troppo alto.

 

I lupi si annunciano sempre belando. Sei tu che mi intorbidi l’acqua, o forse fu tuo padre: in ogni caso mi costringi a sbranarti. Metto a ferro e fuoco l’Europa, ma perché voi mi togliete il Lebensraum; faccio le grandi purghe, ma solo perché la serpe borghese si è annidata nel partito proletario; e così via, digradando per esempi meno sanguinosi – in Italia il vittimismo è un’ideologia trasversale, che per temi e linguaggio affonda le radici nell’Ottocento del melodramma. Vecchie storie. Perché scriverne, allora? Perché il meccanismo antico si riproduce, oggi, in un contesto dominato dalla cosiddetta competizione delle vittime, dove cioè la posizione di vittima è agognata per i privilegi che concede e per l’esonero morale che garantisce a chi la occupa. E qui veniamo al punto: la critica del politically correct nasce anche come critica al ricatto permanente della vittima; ma Hughes non poteva prevedere che la scorrettezza politica sarebbe diventata a sua volta un’ideologia vittimistica tra le tante nell’agone della competizione. Il curioso accanimento d’importazione contro il politicamente corretto, quasi surreale in un paese come il nostro che ne ha conosciuto appena una pallida ombra, si spiega non tanto con il provincialismo culturale, quanto con la necessità di replicare la strategia del nemico: sono io la vera vittima – vittima del politicamente corretto, s’intende – e le mie pistolettate sono mera difesa (sempre legittima). Politicamente corretto e politicamente scorretto sarebbero dunque ideologie gemelle e speculari, impegnate in una escalation di rivalità mimetica? L’ipotesi andrebbe percorsa, ma guai a dimenticare per spirito dottrinario un dettaglio essenziale della favola antica: superior stabat lupus. Il vittimismo di chi sta a monte della catena alimentare del potere e il vittimismo di chi sta a valle possono somigliarsi a volte, ma non si equivalgono mai. Tutto questo ho pensato quando, accendendo distrattamente il televisore, ho captato un lupo salviniano che belava così: “Cosa c’è oggi di più fuori dal coro che stare dalla parte delle vittime?”. Era lo stesso che invoca la ruspa.

Guido Vitiello

Fondatore, qui sul Foglio, dell'Ordine mendicante dei Padri weimariani, che pregano per scongiurare l'apocalisse della Repubblica. Bibliopatologo per Internazionale. Accanto a questi lavori largamente immaginari, insegno cinema alla Sapienza di Roma, collaboro anche con IL e scrivo libri di vario argomento. Tutto il resto (se c'è) è su guidovitiello.com

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Commenti all'articolo

  • Marco Di Mattia

    17 Marzo 2019 - 13:01

    Ah, ma bene. Consiglio magari all’autore una rilettura degli archivi di questo medesimo giornale. Ma io ricordo. Ogni volta che un idiota veniva licenziato, per aver detto un’idiozia, da un datore di lavoro evidentemente preoccupato di dover pagare lo stipendio a un idota, egli assurgeva al rango di moderno Solženicyn, eroico contraddittore dei nuovi padroni del mondo. Me lo ricordo. Ma come non si dice “frocio”. Io dico “frocio” quanto mi pare. Io, con la mia storia, come vi permettete, non sapete chi sono io. E altre amenità. Ogni tanto continuate a pubblicarle, ‘ste cose. Urge un chiarimento della linea editoriale.

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