Lo show delle verità

Mattia Ferraresi

Il comico Dave Chappelle, nell’ultima performance, dice tutto ciò che l’America non vuole sentirsi dire

Rotten Tomatoes, il principale aggregatore di recensioni del cinema e della televisione americana, dice che l’ultimo show del comico Dave Chappelle è stato tanto apprezzato dal pubblico quanto disprezzato dai giornalisti. Lo score del 99 per cento dell’uditorio dello spettacolo “Sticks and Stones” è controbilanciato da un misero 27 per cento da parte dei critici di settore. Il titolo di un articolo della Cnbc sintetizza la discrasia: “L’ultimo speciale di Dave Chappelle su Netflix offende i critici, ma agli spettatori non interessa”. I dati di Netflix confermano l’enorme successo di questo personaggio di culto della stand-up comedy americana che nella sua carriera ha abituato i suoi fan a grandiose fiammate, improvvisi abbandoni e ancora più grandiosi rientri sul palcoscenico. Chappelle aveva già superato ogni record di audience su Netflix, nella sezione dei comici, con i primi speciali del 2017, fresco di un faraonico contratto da 20 milioni di dollari a puntata. Ma con “Sticks and Stones” si è spinto oltre. Muovendosi nell’area di intersezione fra la comicità e la critica culturale ha toccato tutti i nervi scoperti dell’America di oggi, sfatando tabù e ossessioni, dicendo l’indicibile e facendosi beffe delle convenzioni su ciò che permesso o proibito nel discorso pubblico. Chappelle ha dato vita ai 65 minuti più politicamente scorretti che si siano visti nella televisione americana da un bel po’ di tempo.

 

Muovendosi nell’area di intersezione fra la comicità e la critica culturale ha toccato tutti i nervi scoperti dell’America di oggi

Così, mentre gli spettatori erano piegati dalle risate, i controllori della cultura ufficiale scrivevano recensioni a schiena dritta per castigare lo sfacciato comico che sfotte gay, transgender e femministe, prende in giro la cultura abortista, si crogiola negli stereotipi sugli asiatici, è nauseato dal MeToo, non crede chi accusa Michael Jackson di pedofilia, disprezza la “cancel culture” che si arroga il diritto di decidere chi può dire cosa, togliendo la voce a chi non passa il suo rigoroso test ideologico. Il New York Times ha scritto che “non c’è più niente di scioccante nel suo prendersi gioco dei transgender” e il modo in cui spiega che le minoranze “hanno un potere enorme a Hollywood è difensivo, prevedibile e alla fine crudele”. L’Atlantic ha paragonato la performance a una “scenata isterica”, “il prodotto di un uomo che vuole tutto – soldi, fama, influenza – senza dover rispondere a nessuno”. Vice ha scritto: “Chappelle ha scelto di ignorare bellamente le critiche al suo stile comico e il potente disaccordo della comunità trans. Il suo approccio segnala un offensivo rifiuto di cambiare ad ogni costo”. Per Slate è uno “zio scemo che non sa, o non gli interessa sapere, quanto ti sta deludendo”. Il giornalista Ernest Owens ha scritto che lo spettacolo alimenta la “disumanizzazione, marginalizzazione e stigmatizzazione” dei trans, mentre la critica cinematografica Danielle Solzman si è detta “infuriata dal fatto che Netflix paga un uomo per bastonare una comunità marginalizzata”. Il comico coreano-americano Joel Kim Booster, che è di origine asiatica e gay, dunque è doppiamente in diritto di sentirsi offeso, ha detto all’Huffington Post che Chappelle “è ricco da molto tempo e non ha più molte cose interessanti da dire, perché non vive più nel mondo in cui io e te viviamo”. La reazione più dura è arrivata da Dan Reed, il regista del documentario “Leaving Neverland”, che racconta la storia di due vittime degli abusi di Michael Jackson quando erano minorenni (la famiglia Jackson nega la versione dei due) e che ha vinto l’Emmy come miglior documentario. Con il suo solito stile caustico, Chappelle ha detto sul palco che “non crede a quei figli di puttana”, ha invitato il pubblico a non guardare il documentario e si è avventurato in una serie di battute sulla pedofilia, definendosi un “victim blamer”, uno che quando gli hanno detto che Chris Brown aveva picchiato Rihanna ha risposto: “E lei cos’aveva fatto?”.

 

Antioch è il college dove nei primi anni Novanta è stato approvato un nuovo codice di condotta sessuale per proteggere le donne

 

“Chappelle sta sfruttando l’onda – ha detto Reed – della provocazione e delle controversie, e lo trovo rivoltante. Mi sono sentito male fisicamente quando ho sentito quello che diceva. Puoi scherzare su un sacco di altre cose. Perché non fare qualcosa di coraggioso invece che prendertela con delle vittime di abusi sui minori?”. L’accusa, insomma, è quella di avere usato la sua notorietà (il suo “privilegio”, si direbbe, senonché il privilegio solitamente è “bianco”, mentre Chappelle è nero, dunque il termine funziona meno) per trasformare l’arte della commedia in un iperbolico atto di crudeltà, un’esibizione volutamente indigesta orchestrata per ferire chi è più debole di lui, non per intrattenere. Nella dialettica dell’oppressione attraverso cui si legge oggi la cultura, Chappelle è dalla parte degli oppressori, e nemmeno il suo essere afroamericano lo ripara dall’accusa. E’ un afroamericano, plurimiliardario, capitalista, famoso ed eterosessuale, probabilmente monogamo e forse addirittura con segrete simpatie pro-life, e dunque è più dalla parte delle strutture del potere che da quella di chi le vuole smantellare.

 

Certo, sul palco di Atlanta, dove è stato registrato “Sticks and Stones”, il comico ha portato uno show che ha pochi rivali in quanto a concentrazione di materiale urticante. Oltre a difendere Michael Jackson e attaccare il MeToo, Chappelle ha difeso Louis C.K., caduto in disgrazia anche se non ha commesso reati, ha invitato tutti gli afroamericani a comprare armi da fuoco, perché solo in questo modo l’America regolerà il loro possesso, ha fatto a pezzi l’attore Jussie Smollet, vittima di una falsa aggressione a sfondo razzista perpetrata a Chicago da uomini con il cappellino Make America Great Again (“Controllate dov’era ieri sera Kanye West”, dice Chappelle, immaginando i poliziotti che ricevono la segnalazione), ha fatto strame di quelli che chiama “alphabet people”, cioè il movimento LGBTQ che ha preso in ostaggio mezzo alfabeto e che non bisogna assolutamente offendere a Hollywood. In realtà, non si tratta di un movimento unitario, ma di tanti movimenti che fra loro si odiano e si trovano per convenienza sulla stessa automobile. Alla guida c’è la lettera G, che è poi composta da uomini bianchi, che dunque si sanno orientare bene sulla strada dell’oppressione, anzi hanno costruito la strada stessa. Nel posto del passeggero c’è la lettera L, che tutti amano, ad eccezione della G. Dietro siede la lettera B, che tutti giudicano troppo avida, e infine c’è la T, che guarda fuori dal finestrino sospirando, chiede di fermarsi per andare in bagno ogni dieci minuti, si offende per qualunque cosa ed è disprezzata da tutti. Lungo la strada incontrano la lettera Q che fa l’autostop: non sa bene da che parte stare, ma sa che vuole salire su quella macchina. Chappelle ha difeso anche Kevin Hart, suo amico comico che è stato obliterato per aver scritto quattro tweet giudicati omofobi. In uno dei passaggi più applauditi, ha raccontato di quando, durante la produzione di un suo vecchio show, gli hanno chiesto di non usare la parola “frocio”. Lui ha acconsentito tranquillamente, ma poi, quando stava già per uscire, gli è venuto un dubbio: “Perché non posso dire ‘frocio’ ma posso dire ‘negro’?”. Risposta: “Perché non sei gay!”. E lui: “Ma non sono nemmeno negro!”.

L’Atlantic ha paragonato la performance a una “scenata isterica”, “il prodotto di un uomo che vuole tutto”

 

Chappelle ha tracciato anche un paragone sagace fra la crisi degli oppiacei e la piaga del crack che negli anni Ottanta e Novanta ha fatto vittime a non finire nelle comunità afroamericane più povere: quando la piaga tocca ai bianchi, ha notato Chappelle, diventa improvvisamente una “emergenza sanitaria”. Ha fatto un passaggio sull’aborto che sulle prime sembrava andare in direzione pro-choice (applausi facili) ma poi ha tolto il terreno sotto i piedi di quelli stavano già pregustando una battuta ipercorretta, almeno su quel tema. “Non sono a favore dell’aborto”, ha esordito, “ma non sono nemmeno contrario”. Poi: “Se avete un cazzo, dovete stare zitti su questo tema. Sul serio! Questa è roba loro. Il diritto di scegliere è inequivocabilmente loro. Non solo credo che abbiano il diritto di scegliere, ma credo che non debbano consultare nessuno, ad eccezione di un medico, su come esercitare quel diritto. Signori, questo è giusto. E signore, per essere giuste anche nei nostri confronti, credo anche che se decidete di avere il bambino, l’uomo non debba pagare. E’ giusto. Se tu puoi uccidere questo figlio di puttana, io posso almeno abbandonarlo. I soldi sono miei e li gestisco io”.

“Perché non posso dire ‘frocio’ ma posso dire ‘negro’?”. Risposta: “Perché non sei gay!”. E lui: “Ma non sono nemmeno negro!”

 

C’è molto altro, in quei 65 minuti, e i critici più severi dicono che le prove sono più che sufficienti per estromettere Chappelle dal novero delle voci presentabili nello spazio pubblico. Ma il senso della tirata comica di Chappelle è proprio quello di sbertucciare la “cancel culture”, di smascherare gli atteggiamenti censori, di scavare provocatoriamente nelle contraddizioni di un sistema che si atteggia ad anti-sistema, un potere che promette di smantellare le strutture del potere. Chappelle conosce bene quella cultura, e non soltanto perché da oltre quindici anni si trova a intervalli regolari sotto accusa per le sue battute abrasive. L’attore e comico è cresciuto in parte – e ancora oggi vive lì con la sua famiglia – a Yellow Spring, in Ohio, cittadina che non sarebbe degna di particolare nota se non fosse per la presenza di un piccolo college di arti liberali chiamato Antioch. Suo padre lavorava lì, nel dipartimento di statistica. Antioch è il college dove nei primi anni Novanta un gruppo di studentesse ha chiesto l’approvazione di un nuovo codice di condotta sessuale per proteggere le donne, vittime di uno sproporzionato numero di abusi sessuali. Minacciavano “il ricorso a una radicale violenza fisica” se i vertici dell’università non avessero soddisfatto le richieste, che di fatto prevedevano che l’istituzione desse ragione alle presunte vittime di abusi anche in assenza di prove. In quella circostanza è stato approvato un documento sul consenso affermativo che nei decenni successivi ha fatto scuola. Sulle prime, le richieste di questo gruppo progressista sono state ridicolizzate dall’intero spetto della cultura, a partire dal New York Times, ma nel tempo i criteri della mentalità corrente si sono adeguati a quello standard, che ormai è stato assorbito da tutte le università ed è entrato nel sentire comune. Per essere sempre all’avanguardia, oggi all’Antioch college occorre chiedere il permesso all’interlocutore anche per stringere la mano, gesto che senza consenso affermativo è trattato alla stregua di una molestia. A distanza di trent’anni, la battaglia delle studentesse di Antioch è considerata un punto di svolta in senso progressista della cultura americana, dominata dall’adorazione per le minoranze vessate e dal senso di colpa di chi deve espiare la propria condizione – o quella dei suoi avi – di potente oppressore; una cultura in cui la “cancellazione” di personaggi impresentabili unge il meccanismo classico del capro espiatorio. In “Sticks and Stones”, Chappelle si getta a corpo morto in questo groviglio di contrapposizioni ideologiche e continue gare per la superiorità morale. Non lo fa brandendo il fioretto, ma con lo spadone a due mani, con la mazza chiodata, per poi passare al martello pneumatico e alla palla demolitrice, finendo l’opera con la dinamite. Non solo non è uno spettacolo concepito per suscitare l’ammirazione dei critici professionisti, ma è fatto per mandarli in cortocircuito, per gettare luce sui vicoli ciechi di uno spazio culturale soffocato dal suo prendersi troppo sul serio. Chappelle sa benissimo che la battuta di un comico, quando è autentica, non è mai soltanto una battuta, ma il disvelamento almeno parziale di una qualche verità sottostante. Il pubblico, che non ha perso il senso del comico, lo capisce. E ride.

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  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.