Kanye West, il messia del rap

Mattia Ferraresi

La scelta del rapper, il Giovanni da Palestrina della black music. Tanto amato da Donald Trump, ora mette sul trono Gesù e il suo ego

Quindici anni fa il magazine Christianity Today ha pubblicato una dura recensione dell’album di Kanye West The College Dropout, il quale conteneva riferimenti religiosi anche lodevoli, dal punto di vista di un giornale cristiano, ma erano colpevolmente accompagnati da “parolacce e altre espressioni indesiderabili”, cosa che faceva del rapper un blasfemo più che un devoto. In Jesus Walks diceva che aveva bisogno di Gesù quanto una scuola ha bisogno di insegnanti, ma poi senza batter ciglio ritornava sul solito registro rapperista di soldi, feste, pistole, droga, violenza e sesso. Scriveva il recensore: “The College Dropout offre da una parte vacui, mediocri testi su tutto quello che non va nell’hip-hop; dall’altra, dà voce a un severo avvocato del Signore, impegnato nel mettere sotto accusa i mali che lui stesso celebra”. Gli fu dunque comminata una scomunica, con un paio di note a margine in caso di un’eventuale resipiscenza. Kanye notava infatti, con un certo realismo, che “non era ancora dove doveva essere”, nonostante fosse chiaramente “dalla parte di Dio”. Il tempo avrebbe detto se il ragazzo si baloccava con qualche tropo cristiano ereditato dalla cultura black oppure era un figliol prodigo che non aveva ancora deciso di smetterla di rosicchiare le ghiande dei maiali per ritornare alla casa del padre.

 

 

Anni fa il magazine Christianity Today aveva scomunicato il rapper di “Jesus Walks”, ma con una nota a margine

Quindici anni dopo, Kanye ha fatto la sua scelta. Per dirla in modo gesuitico: ha concluso il suo processo di discernimento. Agli addetti del settore che ha convocato a Detroit, Chicago e New York per ascoltare in anteprima Jesus is King, il nuovo album che non si sa quando uscirà, ha detto che d’ora in poi non farà più “musica secolare” ma si dedicherà soltanto alla musica sacra, puntando forse a diventare un Giovanni da Palestrina della black music. Ai giornalisti è stato imposto di mettere gli smartphone e altri device in armadietti chiusi a chiave prima degli eventi, dunque non ci sono registrazioni che confermano l’accaduto, ma la definitiva svolta gospel sembra l’approdo naturale di un percorso iniziato da tempo, quando Kanye ha lanciato i suoi “Sunday Service”, rituali domenicali con coriste vestite della sua linea Yeezy, sermoni, liturgie, discorsi sconnessi, molto merchandise e forte presenza di celebrità. Alle adunate di padre West hanno presenziato, fra molti altri, Justin Bieber, Chance the Rapper, Brad Pitt, Katy Perry, Courtney Love, Jaden Smith e Orlando Bloom, e l’esperienza di “guarigione”, come la definisce lui, è iniziata naturalmente al Coachella. Subito dopo è arrivata la registrazione del marchio “Sunday Service”, disposizione assai lucrativa, ché chiaramente quello di Kanye è un “vangelo della prosperità”, genere arciamericano che vede nell’accumulo di ingenti ricchezze la legittimazione della volontà divina.

 

All’inizio, diceva la moglie Kim Kardashian nello show di Jimmy Kimmel, “non c’erano preghiere, sermoni, non c’erano parole, soltanto musica e un sentimento”, ma la sorella Kourtney s’è affrettata a specificare: “Ma è un sentimento cristiano”; poi gli appuntamenti domenicali si sono evoluti, passando da una generica spiritualità sentimentale a forme esplicitamente più liturgiche. Kanye ha incontrato Adam Tyson, giovane pastore di una chiesa californiana, che gli ha detto che i suoi improvvisati incontri domenicali non potevano essere definiti dei veri service, cioè celebrazioni confessionali, perché mancava una guida, una sequenza liturgica ordinata, per tacere poi della Parola di Dio e dei sacramenti, naturalmente intesi in senso protestante, fuori dalla transustanziazione. Kanye allora lo ha invitato a predicare e a dare quell’ordine che mancava alla sua congregazione. Fondare una chiesa, nientemeno, questo era il suo progetto. Niente di troppo grandioso o impraticabile nell’infinita frammentazione del panorama cristiano americano, fatto di denominazioni e non-denominazioni che nascono e scompaiono con la stessa velocità con cui nascono e scompaiono i sentimenti che le suscitano. “Avevo già da prima l’idea di fondare una chiesa, ma la stavo soltanto abbozzando nella mia testa. Poi, nel 2019, mi sono detto: non lascerò passare una domenica senza questa celebrazione”, ha detto West nella puntata finale di Keeping Up With the Kardashians, il predellino ideale per un certo genere di annunci.

 

Fra rehab e deliri trumpiani, il discernimento di Kanye è finito. In “Jesus is King” ha anche tagliato le rime sul diavolo

In uno degli incontri domenicali ha invitato il pastore-celebrity Rich Wilkerson Jr., una versione imbruttita di Justin Timberlake che si muove in quel genere dove il sermonista e il motivatore si sovrappongono, fino a confondersi. A Miami guida una congregazione che riempie i palazzetti e fa iniziative perfette per essere instagrammate, ed è stato lui a predicare al matrimonio di Kanye e Kim. Nel parco della villa californiana di West, davanti a una platea di selezionatissimi ospiti, ha reiterato uno dei suoi temi classici, quello della conoscenza della persona seduta vicina, per “check your circle”: “Immaginate per un momento, Lui sa che sta per morire ed è lì con i suoi migliori amici, il suo circolo di amici. Oggi voi siete nel circolo giusto. Non so come sarà il resto della vostra settimana, ma oggi, in questa domenica, siete in un luogo pieno di grazia, un luogo pieno di fede e siete connessi a qualcosa di più grande. Ecco Gesù con il suo circolo, e quando loro dovrebbero confortare Lui, notate cosa fa: è Lui che dà loro conforto”.

 

Passando da un sermone alla rehab, da una tweetstorm in favore di Trump alle cure per il bipolarismo, leggendo tutti i giorni i passi delle scritture e nutrendo una serie di relazioni con i pastori più pop d’America, West è arrivato infine alla rivelazione della sua vocazione di musicista sacro. E’ un percorso accidentato che la moglie ha provato a spiegare nel suo linguaggio da reality: “Kanye ha iniziato questa cosa per curarsi, ed era una cosa personale, soltanto con la famiglia e gli amici. Ha avuto un’incredibile evoluzione ed è rinato cristiano, è stato salvato da Cristo”. Quando Forbes ha dedicato una copertina al suo impero miliardario delle sneakers, lui ha chiamato personalmente il direttore, lamentandosi del fatto che non avevano capito la componente spirituale che informa il suo modo di disegnare e produrre capi d’abbigliamento e accessori. Lo teorizzava da tempo: “A molti miei amici creativi spiego che la Bibbia è molto meglio di Pinterest. Puoi creare qualcosa per lo spazio e il tempo in cui viviamo, e allo stesso tempo riflettere verità che hanno migliaia di anni”. Uno dei suoi versetti guida in fatto di design è Levitico 19,19: “Osservate i miei statuti: Non far coprire la tua bestia da altra di diversa specie; non seminare il tuo campo di diverse specie di semenze; e non portare addosso vesti fatte di diverse materie”.

 

Non tutti però sono persuasi dal Kanye born again. Nella sua ultima performance in una chiesa nera del Queens alcuni fedeli se ne sono andati scuotendo la testa. Un critico ha scritto che la performance era una specie di sessione di indottrinamento di schiavi guidata da un uomo bianco; molti hanno detto che è soltanto un nuovo modo per fare soldi, e tutti sanno che l’America è una gigantesca vacca da mungere per predicatori carismatici, televangelisti, faccendieri della teologia a basso costo e alto prezzo e altre specie di approfittatori della diffusa sensibilità religiosa. Ma la prospettiva del denaro non è esattamente ciò che muove West, che di predicazione e sghembi sincretismi campa da una vita, mentre con la mano libera fa soldi a palate. Lui vuole anche lucrare indulgenze. West è uno che ha chiamato gli ultimi due figli Saint e Psalm, quasi a voler riscattare la scelta dei primi due, North e Chicago, non proprio ispirati alla tradizione veterotestamentaria. La chiamano overcompensation.

 

 

Il rapporto dell’artista con la religione somiglia al rapporto dell’artista con tutto il resto: complicato. Dice cose tipo: “Sono un vascello di Dio, ma il mio più grande rammarico nella vita è di non potere vedere una mia performance dal vivo”, oppure che la “sua influenza nella storia supera del 50 per cento quella dell’apostolo Paolo”, una delle sue canzoni più famose è intitolata I am a God, eppure non c’è soltanto ego nelle strofe: I am a God/Even though I’m a man of God/My whole life in the hands of God/So y’all better quit playing with God. Una delle anticipazioni del nuovo album è una parte del testo di Closed on Sunday, canzone che esalta Chick-Fil-A, catena di fast food di una famiglia di battisti che è diventata un simbolo della lotta contro i diritti degli omosessuali. Closed on Sunday, you my Chick-Fil-A/When you got daughters, always keep ‘em safe/Watch out for vipers, don’t let them indoctrinate, canta West, facendo imbestialire il mondo LGBTQ (e altre lettere a piacere) che già non gli aveva risparmiato critiche in passato. Presentarsi sul palco con il cappellino rosso Make America Great Again non aveva aiutato, diciamo, ma senza questo agitarsi di contraddizioni cosa rimane di Kanye West e del suo delirio generativo?

 

  

Figliol prodigo, macchina da soldi, evangelista della prosperità. Tutte le anime convivono nella svolta gospel dell’artista

L’artista è un gigantesco calderone di provocazioni, eccessi, instabilità psichiatrica e lucidissima capacità creativa, trascendenza ed egolatria; tutto l’apparato retorico westiano è un tributo all’idolo di se stesso eppure anche rimando a qualcosa d’altro, che sia l’energia del drago che vede nel suo punto di riferimento politico, Trump, il culto dell’ignoranza che coltiva con rigore continuando a non leggere libri, oppure un uomo vissuto duemila anni fa che diceva di essere Dio. E allora via con l’ennesima reinvenzione dell’identità, questa volta nei panni del musicista sacro. Non è forse una grandiosa rappresentazione dell’anima americana, con il suo fervore e le sue turbe, le ambizioni e le disfunzioni, lo zelo puritano e l’anima black, il self-help e i massacri nelle scuole, la schiavitù e l’impero, il grido disperato e l’happy ending?

 

La critica più pregnante è quella che vede West come il vero Dio della chiesa che vuole costruire, lui stesso il termine ultimo della predicazione, il tabernacolo davanti al quale il popolo dei fedeli è chiamato ad inginocchiarsi. E lo aveva perfino detto, dipingendosi come un personaggio degno dell’Antico testamento: “Non pensate che sarei uno dei personaggi di una Bibbia moderna?”. Con il suo non dire e rimandare a chissà quando l’uscita dell’album alimenta il sospetto che sia l’ennesima occasione pubblicitaria, la solita trumpata per confondere e capitalizzare, anche se poi – ecco la grande differenza con Trump – Kanye l’arte la produce per davvero, e mobilità orecchie, cuori, anime e portafogli a decine e centinaia di milioni nel mondo, non è un ciuffo che promette vittorie fino a stancarsi e poi è molto se riesce a difendersi da se stesso.

 

Per non farsi mancare nulla, l’artista completo ha fatto anche un film, che porta lo stesso titolo dell’album, e a pari di quello non si sa quando uscirà. Stavolta è diverso, dicono quelli che credono non solo che si tratti non già di un altro tassello nel ricco mosaico produttivo dell’artista poliedrico, ma dell’epocale passaggio da I am a God a Jesus is King, il passaggio

I suoi “Sunday Service” sono eventi lucrativi frequentati da celebrità, ma ora dice che gli interessa lucrare indulgenze

dall’io al Tu. Con un complicato esercizio di filologia di Twitter, alcuni fan hanno ipotizzato che nel nuovo album West abbia anche cancellato alcuni versi sul diavolo che il rapper Young Thug, uno dei guest del progetto, aveva scritto per la canzone On God lo scorso anno. Quando gli invitati dell’anteprima hanno notato che del diavolo non c’era traccia, in nessuna traccia, Young Thug ha twittato, chiedendo spiegazioni: “Yo @kanyewest il mio verso sul diavolo è ancora su Jesus?”. Il diavolo, dunque, pare scacciato dallo spazio mentale dell’artista profano convertito al sacro, seguendo un’ondata di produzione musicale religiosa che naturalmente affonda le radici nel gospel e nello spiritual, ma a contatto con l’atomizzata sensibilità cristiana ha preso molte forme: il christian rock, la Jesus music, la worship music raccontata con toni incoraggianti anche dal settimanale dell’Osservatore Romano. Sono generi che al di fuori della sensibilità americana, o più in generale anglosassone, possono far sorridere, ma sono fiorenti e trascinano milioni di persone, e forse forniscono pure qualche prova indiretta delle tesi della de-secolarizzazione esposte da Peter Berger quando sembrava che l’occidente intero fosse pronto a voltare la spalle al divino. West si getta in questo genere, promettendo ovviamente di rivoluzionarlo, per riaffermare il proprio successo mondano e la regalità eterna di Cristo, nella convinzione che le due cose felicemente convergano.

Di più su questi argomenti:
  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.