La discesa agli inferi di Louis C.K., che prova a districarsi tra libertà e censura

Daniele Rielli

Il comico in Italia dopo le accuse di molestie si riscopre a 52 anni artista radicale tornando sul palco per sfogare le proprie nevrosi

Era il comico più famoso del pianeta ma, dopo il MeToo, Louis C.K. è diventato un satiro decaduto ed esiliato all’estero, su palchi come quello del teatro Sistina di Roma, dove ha trovato ad accoglierlo 3.000 persone suddivise in due turni. Giova forse un piccolo riassunto. Fino a due anni fa, Louis C.K. era una specie di divinità globale per gli amanti della stand up comedy, un artista in grado di fare otto sold out al Madison Square Garden, scrivere e produrre serie tv oggetto di venerazione internazionale, soprattutto era il primo fra i comici americani a essere preso davvero sul serio dalla critica e dagli intellettuali che lo consideravano come una specie di raffinatissimo pensatore, un filosofo coraggioso prestato a quel mestiere periglioso che è la commedia. Fino al giorno in cui, durante il MeToo, è emerso che diversi anni prima – molto prima della sua santificazione intellettuale – aveva chiesto ad alcune colleghe se poteva masturbarsi davanti a loro e, una volta ricevuto da loro un assenso, lo aveva fatto davvero. In seguito a queste rivelazioni ha subìto la cancellazione di tutti i contratti in corso (rimettendoci circa 35 milioni di dollari), la damnatio memoriae con la rimozione istantanea di spettacoli e serie da diverse piattaforme streaming e il blocco del suo film in uscita “I love you daddy”. Perciò, quando ha chiesto “Come sono stati per voi questi ultimi due anni?”, il pubblico romano è scoppiato nella prima, grande, risata della serata.

 

Da lì in poi ce n’è per tutti: Dio, Gesù, le vittime della maratona di Boston, i “ritardati”, Auschwitz, le 72 vergini che attendono i terroristi islamici. O meglio – e questa è una differenza fondamentale – ce n’è per l’ipocrisia che circonda temi e tabù come questi nell’èra del politicamente corretto. Per esempio: “Nelson da oggi non ti chiameremo più ritardato”. E Nelson fiducioso: “Sono guarito?”. “No”. Il metodo si ripete di volta in volta: c’è una prima parte della battuta clamorosamente oltraggiosa, seguono un movimento intermedio e poi uno finale, dove al pubblico in sala diventa chiaro di avere pensato qualcosa di molto peggio rispetto al primo messaggio del comico. Colti sul fatto i presenti diventano mano a mano sempre meno giudicanti e si fanno trascinare ridendo giù per le spire che portano alla consapevolezza dell’assurdità della condizione umana. Accettano cose – anzi ne ridono – che messe qui nero su bianco genererebbero fenomeni di autocombustione della carta. Louis C.K. è questo: la capacità di sottoporre a stress spaventosi i luoghi comuni morali, rovesciarne le assunzioni, illuminarne le genealogie talvolta anche peggiori dei mali che vorrebbero denunciare. Ma raccontare la comicità di Louis C.K. è una sfida persa in partenza, bisogna vedere l’originale, ascoltare il testo, assaporare il tempo comico, la piccola gestualità. E quello andato in scena al Sistina è una specie di Louis C.K. potenziato, libero dalle ansie di un successo sterminato, dalle telecamere e dalle aspettative, un Louis C.K. che ha perso tutto e si è riscoperto a 52 anni artista radicale tornando sul palco per sfogare le proprie nevrosi, per nascondere e subito dopo esplicitare significati, per sentire ancora il pubblico ridere nel buio davanti a sé e per lanciare ancora il guanto di sfida a quell’insieme di contraddizioni che chiamiamo abitudine. Per apprezzare in pieno questo cambiamento, oltre allo spettacolo in teatro, bisogna vedere il film di cui è stata bloccata l’uscita (una versione pirata è comunque reperibile online). E’ un’ottima cartina al tornasole che rappresenta perfettamente quello che il comico era diventato prima della sua clamorosa caduta e che oggi invece non è più: un grande comico vittima di un eccessivo culto intellettuale. 

 

Il film è pressoché inguardabile, fra falliti tentativi di replicare l’estetica di “Manhattan” di Woody Allen, una scrittura in alcuni momenti franta – non conseguenziale, schiacciata dalla totale mancanza di direzione – e in altri invece concettuale in maniera compiaciuta. Per esempio nei passaggi in cui il personaggio di Louis C.K., un maschio di successo ma del tutto de-virilizzato, ascolta con la faccia impaurita donne diverse prodursi in lunghissimi e ispirati discorsi contro il politically correct, discorsi che il comico avrebbe palesemente voluto pronunciare in prima persona ma che aveva dovuto mettere in bocca a delle donne, per ragioni di opportunità politico-produttiva. Il risultato è complessivamente grottesco, ma di una specifica tonalità di grottesco, e fa sospettare che senza lo scandalo il film sarebbe potuto essere un altro grande successo di critica. Allo stesso modo torna utile riguardare una parte di monologo a proposito dell’aborto contenuto nell’ultimo special 2017, una routine in cui, attraverso vie contorte e ponderatissime, il comico portava alcune donne del pubblico a lanciare urletti di sostegno all’uccisione dei feti e poi lasciava che si depositasse il gelo in sala. O ancora il famosissimo pezzo “But maybe”, dove poneva con la circospezione dell’equilibrista l’accento su alcuni paradossi della civilizzazione. Tutto questo era ben fatto, molto intelligente, eccezionalmente controllato e superbamente eseguito ma, personalmente, mi sembrava anche un po’ falso. Louis C.K. mi appariva come sul punto di esplodere e liberare energia distruttiva attorno a sé, mi sembrava di intuire delle crepe sulla superficie di un uomo che si sforzava di tenere assieme il pesante carico moralista della critica americana e la devastante spinta dionisiaca della propria comicità.

 

Il Louis C.K. di oggi sembra un artista di altri tempi, attraversato da un radicale, assoluto, amore per la sua missione. Tutta questa rovinosa discesa agli inferi rende Louis C.K. sempre un artista migliore? No. La cosa funziona per circa l’80 per cento del nuovo spettacolo, nel restante 20 per cento il comico sembra impegnato in una mera gara a dire le cose più offensive ed estreme che gli vengono in mente dimenticandosi poi la battuta, come se avesse individuato i temi ma non ancora le routine comiche per affrontarli. La vita degli stand up comedian d’altronde funziona così: decine e decine di prove in pubblico per arrivare poi alla registrazione dello special perfetto, e Louis, che probabilmente dovrà autoprodursi e distribuirsi sul suo sito, non è ancora arrivato a quel punto con il nuovo spettacolo. Il rischio per lui è ora esattamente opposto a quello di prima: la libertà assoluta in qualche modo va gestita tanto quanto lo spettro della censura. Ogni arte vuole un canone, per quanto permissivo. Di certo c’è che quando Louis C.K. sostiene che tutti hanno delle perversioni sessuali, non è bello quando tutto il mondo conosce la tue. E poi conclude: “Se chiedete a una donna se potete masturbarvi davanti a lei e lei vi dice di sì, chiedetele ‘sei sicura?’ e poi non fatelo comunque”. Il pubblico di Roma ride come sollevato dall’opportunità di poter riabbracciare il suo artista, il suo pervertito preferito, il disagiato geniale che alle fine di uno spettacolo contro tutto e tutti, compreso se stesso, sembra il più bisognoso di affetto in sala e che esce accompagnato da un applauso scrosciante che pare il lungo abbraccio a un amico lontano. Louis è tornato, non gli interessa essere nel giusto – sarebbe difficile, a questo punto – gli basta essere sincero. Di questi tempi non è poco.

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