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Quel razzista di Twain

In America si vuole bandire Huckleberry Finn. Bock-Côté: “Il politicamente corretto è un impero”

27 Marzo 2019 alle 11:02

Quel razzista di Twain

Una scena del film The Adventures of Huck Finn, Usa 1993

Roma. Mark Twain trascrisse tabù e pregiudizi caratteristici della società sudista prima della guerra civile americana, ironizzandovi, esponendoli al ridicolo, mostrandone la durezza, tranciandoli col riso, il burlesco, l’umorismo velato di nostalgia, il sarcasmo. Nacque così il romanzo considerato da molti il più grande capolavoro della letteratura americana, “Le avventure di Huckleberry Finn”. E’ famoso il giudizio di Ernest Hemingway: “In America non c’era niente prima, e non c’è più stato nulla di così buono dopo”.

   

Ma non abbastanza buono per i canoni del 2019, visto che adesso, per la prima volta, l’assemblea di uno stato americano discute se mettere al bando il celebre romanzo di Twain. Un libro espulso dalle scuole in nome di una legge. 

   

Accade in queste ore nel New Jersey, dove due membri afroamericani dell’Assemblea hanno introdotto una risoluzione chiedendo ai distretti scolastici di rimuovere “Le avventure di Huckleberry Finn”. “L’uso nel romanzo di un insulto razzista e le sue rappresentazioni di atteggiamenti razzisti possono turbare gli studenti”, si legge nella risoluzione “NJ ACR225” introdotta dai democratici Verlina Reynolds-Jackson e Jamel Holley. Ironia della sorte, il romanzo di Twain quando uscì nel 1885 fu attaccato perché antirazzista: il personaggio di Jim era troppo eroico per uno schiavo. La risoluzione rileva che i distretti scolastici in Pennsylvania, Virginia, Minnesota e Mississippi hanno già rimosso il libro dai curricula. Secondo l’American Library Association, il romanzo di Mark Twain è stato il quattordicesimo libro più vietato negli ultimi anni. 

   

I primi casi di censura di Mark Twain si registrarono nel 1989, quando tra i libri nel mirino dei pruriginosi ci finirono anche classici come “Lisistrata” di Aristofane e “Jane Eyre” di Charlotte Brontë. Ma se allora l’offensiva venne dalla destra religiosa americana, oggi è tutta interna all’antirazzismo militante. Nel 2011, un editore annunciò addirittura una edizione “sterilizzata”, mondata, di “Huckleberry Finn” senza la famosa n-word, “negro”, sostituita con la parola “schiavo”. Il romanzo di Mark Twain è stato rimosso dal programma di studi in una scuola di Filadelfia, così come è scomparso da una delle più prestigiose scuole private di Washington, la National Cathedral School, che ha deciso di metterlo all’indice.

    

Alcuni funzionari nel New Jersey sono usciti allo scoperto attaccando l’idea di mettere al bando il romanzo. “La domanda è: Francis Scott Fitzgerald, Harper Lee, Mark Twain sostengono il razzismo o stanno ponendo, per quanto riguarda la letteratura, una questione su quelle idee?”, dice Audrey Fisch, a capo del New Jersey Council of Teachers of English. Tutta colpa del politically correct estremizzato. Non si tratta dei roghi nazisti o delle liste di proscrizione sovietiche, ma di una censura sottile: per difendere i ragazzi da letture “diseducative” molti libri nelle biblioteche scolastiche e comunali, che negli Stati Uniti sono molto più importanti che in Italia, scompaiono dai cataloghi. Per Greg Lukianoff, presidente della Foundation for Individual Rights in Education, “è una società che cerca sempre più conforto fisico e intellettuale. Diventa più difficile insegnare che c’è un valore e un’importanza nell’essere offeso, e parte di questo è parlare di temi veramente seri e veramente scomodi”.

    

La guerra alla grande letteratura fa parte di quello che l’intellettuale canadese Mathieu Bock-Côté, firma di punta del Figaro, nel suo nuovo libro chiama L’empire du politiquement correct (edizioni Le Cerf). Bock-Côté spiega che, dietro una apparente pluralità culturale, si va rafforzando il “nucleo ideologico del regime”. Caposaldo di questo impero è l’idea della diversity: “Promuovere l’ideale della diversità giustifica le costanti aggressioni per portare le persone a convertirsi e a identificare coloro che resistono alle sue sirene. Diventa così possibile realizzare una campagna di salute pubblica per migliorare le mentalità, riformarla, riabilitarla. E’ una caccia al linguaggio. Quando sorge un nuovo termine con una forte connotazione ideologica è accompagnato dalle virgolette. Quando se ne libera è perché abbiamo appena decretato la sua integrazione nel vocabolario ordinario”. E allo stesso modo si discute se decretare la scomparsa di un grande romanzo.

Giulio Meotti

Giulio Meotti

Lavora al Foglio dal 2003. Si è laureato in Filosofia. Ha scritto per il Wall Street Journal. È autore di quattro libri su Israele, alcuni tradotti in più lingue. È sposato. Ha due figli.

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Commenti all'articolo

  • garinperin

    27 Marzo 2019 - 16:04

    Ma basta non se ne può più !!! Anche Lopez Obrador ci si mette ora !!!!.. serve un "Grande Risveglio " di tutte le menti che ancora non siano state contagiate dal ridicolo e dalla scemenza diffusa.

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