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“Educando nell’uguaglianza”, l’orrenda censura dei classici dell’infanzia

Dai socialisti francesi agli zapateristi spagnoli. Da anni la letteratura occidentale è sotto pressione da parte del politicamente corretto

16 Aprile 2019 alle 10:51

“Educando nell’uguaglianza”, l’orrenda censura dei classici dell’infanzia

Cappuccetto rosso e il lupo (Foto Pixabay)

Roma. Da anni la letteratura occidentale è sotto pressione da parte del politicamente corretto. Dalle scuole d’America sono scomparsi molti classici, come “Le avventure di Huckleberry Finn” di Mark Twain e “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee, capolavori antirazzisti in odore di razzismo. Ma il tentativo di plasmare una nuova mentalità progressista sembra rendere necessario anticipare un po’ i tempi e non aspettare le letture adolescenziali. E’ importante iniziare subito, con le fiabe per bambini.

 

Fu l’iperfemminista ministero dell’Uguaglianza dell’allora premier spagnolo José Luis Zapatero, in nome del progetto “Educando nell’uguaglianza”, a lanciare per primo l’idea di bandire le fiabe “sessiste”, come Biancaneve, Cenerentola e la Bella addormentata nel bosco. Promossero anche la diffusione di opuscoli al corpo docente contro gli “stereotipi patriarcali e maschilisti”. Il ministro Bibiana Aidó disse: “Quando raccontiamo le fiabe, regaliamo parole, e le parole sono un alimento tanto importante come il cibo e il sonno”. “Per il momento il governo ha salvato solo Cappuccetto Rosso per il colore del suo copricapo”, ironizzò lo scrittore e giornalista conservatore Alfonso Ussía.

 

Ma ora in Spagna non si salve neppure Cappuccetto Rosso. La scuola materna Tàber di Barcellona ha appena deciso di metterla al bando insieme ad altri duecenti titoli della biblioteca scolastica solo perché appartenenti a “stereotipi tossici”, come la Bella addormentata nel bosco. Altre scuole hanno annunciato che seguiranno l’esempio della Tàber. E sta avvenendo altrove in Europa. Se la ministra tedesca della Famiglia, Kristina Schröder, se l’è presa con le favole dei fratelli Grimm “sessiste e razziste”, le autorità svedesi del comune di Botkyrka, vicino Stoccolma, hanno rimosso dalle bibliotechePippi Calzelunghe” a causa di contenuti “razzisti”. In un’intervista al settimanale Die Zeit, la Schröder aveva spiegato che a sua figlia legge solo le versioni “corrette” delle storie per bambini. Insopportabile la frase “il re dei negri” e la scena in cui Pippi “fa il cinese”. La serie di libri dell’autrice svedese Astrid Lindgren, iniziata nel 1945, è un classico della letteratura per l’infanzia per il suo carattere innovatore e anticonvenzionale. Ma risentirebbe di un linguaggio razzistoide.

 

Stessa fine per un libro di Jan Lööf, “Mio nonno è un pirata”, distribuito anche presso i McDonald’s, l’autore di libri per l’infanzia di maggior successo in quel paese, che si è visto ritirare cinquemila copie del libro ancora in commercio, in attesa di una riedizione purgata di “stereotipi culturali”. Tutto molto semplice: il protagonista si chiama Abdullah e Omar, la sua nemesi, è un perfido pirata. E ci si sono messi anche gli attori. Lo scorso novembre, Keira Knightley ha annunciato che alla figlioletta di tre anni ha impedito di leggere Cenerentola perché “sessista”. “Cenerentola - ha spiegato - aspetta che un uomo ricco venga a salvarla”. Mentre la Sirenetta non va bene perché è la parte femminile che si abbandona a quella maschile. Il ministro dell’Istruzione francese Najat Vallaud-Belkacem, attivista e militante della lotta ai “pregiudizi di genere”, aveva già individuato tre testi da mettere all’indice: Cappuccetto Rosso, Cenerentola e Hansel e Gretel. Uno studio del centro Hubertine Auclert la informò che quelle favole erano “imbottite di rappresentazioni sessiste”. E quando si fa troppo rumore a censurarle, meglio riscrivere le fiabe con qualche ritocco in linea coi tempi. Ha fatto scalpore l’immagine recente di un sacerdote polacco che ha bruciato qualche copia di Harry Potter, libro per bambini tacciato di essere “sacrilego”, così come le decisioni di alcuni consigli comunali di eliminare le fiabe per bambini che occhieggiano alla teoria gender. Non desta alcuno scandalo invece questo soffice rogo dei classici dell’infanzia. Perché stavolta, ad appiccarlo, ci sono gli indignados di professione.

Giulio Meotti

Giulio Meotti

Lavora al Foglio dal 2003. Si è laureato in Filosofia. Ha scritto per il Wall Street Journal. È autore di quattro libri su Israele, alcuni tradotti in più lingue. È sposato. Ha due figli.

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