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Il giacobino furioso Montanari che condanna il reato di curiositas

Lo storico dell'arte a vocazione giustiziere contro il mite giacobino Luzzatto, curioso dell’umanità di “Max Fox”

6 Marzo 2019 alle 06:00

Il giacobino furioso Montanari che condanna il reato di curiositas

Tomaso Montanari (foto Imagoeconomica)

C’era una volta uno storico genovese, di affiliazione torinese, che faceva il “mite giacobino”, per dirla con il compianto Alessandro Galante Garrone. Il Cav. aveva sporcato l’Italia, bisognava ripulirla di sé stessa, l’Italia incivile, alle vongole, che si era lasciata sporcare prima dai partiti, poi da Berlusconi e domani chissà da chi. Si chiamava Sergio Luzzatto, studioso molto attrezzato, profeta civile parecchio confuso, giacobino senz’altro, mite non so. Poi arrivò Tomaso Montanari, uno storico dell’arte e del barocco, anche lui una spada fiammeggiante che vuole tagliare la testa ai barbari, compreso il Partito democratico “generatore di questa barbarie” che aggiorna la pestilenziale Italietta berlusconiana.

 

Apologia del mostro dei Girolamini

Biografia piena di meraviglie e storie di Massimo De Caro, condannato come ladro e distruttore di libri antichi. Un Jean Valjean galeotto e saggio. Per lui Sergio Luzzatto ha ceduto alla tentazione di predicare male

 

 

Montanari è un politico sfortunato, una punta ridicolo in argomenti e vicissitudini e velleità, ma il suo moralismo non è stato inutile in almeno una occasione: nella primavera del 2012 denuncia sul Fatto la spoliazione in atto della venerabile e antica biblioteca dei Girolamini, a Napoli, da parte del suo direttore amico del bibliofilo Dell’Utri e nominato dal governo, e a seguito della sua lodevole denuncia indagini arresti processi condanne e scandalo internazionale fermano il saccheggio, troppo tardi per salvare del tutto la biblioteca dispersa nei mercati un po’ loschi e ricettatori del libro antico. Succede che a un certo punto il Luzzatto decide di raccontare la storia del mostro dei Girolamini, Marino Massimo De Caro, e invece di limitarsi ai rapporti di polizia, alle carte dei magistrati, insomma a un’inchiesta noiosa e purificatrice, incontra il mostro ai domiciliari, poi conversa con lui via Skype per lunghe ore, s’informa a destra e a manca sulla sua incredibile parabola di malato di libri, falsario al top del successo mondiale, allievo carabiniere modello, mecenate in qualche occasione e ladro in varie biblioteche, figlio di famiglia comunista, faccendiere nei giri oligarchici ex sovietici (energia) in relazione al sistema di potere dalemiano in Puglia, e spoliatore sommo, infine, dei beni culturali, e molte altre cose: e la scrive, questa dannatissima biografia (“Max Fox”, Einaudi).

 

 

 

Allora Montanari si risente di brutto e ieri sul Fatto castiga questo libro “detestabile” di uno storico che si mette a fare il letterato e, sulla scia di Carrère o di Cercas, prende un mostro, un impostore, un eroe del tempo merdoso dell’Italia, e se ne innamora raccontandolo oltre i limiti della decenza, pretendendo (eppure Luzzatto prometteva bene all’origine!) di fare il ritratto di un uomo e di un’epoca invece che approfondire un casellario giudiziale e inchiodare ancora ancora ancora un tizio che sta in galera o ai domiciliari da sette anni, e ci starà per parecchio tempo.

 

A noi l’idea che uno storico giacobino si interessi all’umanità controversa, patologica, morbosa e dannata di un uomo è sembrato un segno di grazia, quella grazia laica che non assolve il peccatore ma scava nella sua coscienza, e più sotto ancora, per capire, vecchia storia, la relazione tra delitto, castigo, impostura e contrizione. A Montanari, guardiano occhiuto di limiti giudiziari da non superare, e spirito fanatico fino al più spietato narcisismo della denuncia, tutto questo sembrò operazione manipolatoria, indegna. Luzzatto non ha riabilitato il mostro, si è limitato a ritrarlo con decenza etica ma senza integrismo bacchettone. Montanari non glielo perdona, perché vuole prendere per sé la triste staffetta del giacobino. Una volta il cattivo maestro di tutti questi qua, Galante Garrone, commentò lo sciopero della fame in carcere del magistrato corrotto Renato Squillante dicendo che lui quella protesta non se la doveva permettere, non era un corpo, era una toga, una funzione. Scandalizzato (a ciascuno il suo, di moralismo) osservai tra lo strepito dei perbenisti che era lo stesso ragionamento delle Brigate rosse quando dicevano di sparare alla toga, alla funzione, e non alla persona: “Signor giudice noi spariamo alla toga, il fatto che dentro ci sia lei non ci riguarda”. Ecco: per un Luzzatto che deroga alla regola aurea del giacobinismo, un Montanari, son semblable, son frère, rileva la missione fanatica abbandonata una tantum dal predecessore e lo censura per la sua “vana curiositas”. Vana curiositas, quell’accusa che i medievali più scuri rivolgevano a chi metteva le mani nella pasta del mondo allontanando l’uomo dalla ricerca di Dio. Dio va bene, se ne può discutere anche tra umanisti, ma ora c’è il pm.

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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Commenti all'articolo

  • giantrombetta

    06 Marzo 2019 - 11:11

    Stupendo!

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  • luigi.desa

    06 Marzo 2019 - 10:10

    Su Tomaso Montanari storico dell'arte di dire sciocchezze e communistone d'antan ho più volte dato

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  • zucconir

    06 Marzo 2019 - 10:10

    Caro Ferrara Tomaso (!) Montanari è fiorentino, atipico, un piccolo savonaroliano, che, ogni spesso, conciona da qualche giornale della nostra città. Dal suo sgabello tarlato fustiga tutto e tutti, un rompimento di scatole continuo. Oggi, grazie a lei, ha trovato, come il suo maestro bruciato in piazza della Signoria, il suo rogo di carta di giornale. Certamente se ne farà una medaglia, il personaggio è immensamente pieno di se. Anni fa gli scrissi una lettera piena di lodi sperticate: "Lei è una vera bussola, un oracolo, ogni volta che ho un dubbio ricorro a Lei, e, naturalmente, faccio esattamente il contrario, certo di essere nel giusto". Una figura preziosa!

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